«Qui ho sbagliato un rigore, però». La prima cosa che nota Marco Materazzi è un polsino di un collezionista sul tavolo, che riporta un Siena-Inter del 2006. Si presenta con la moglie, su una Smart, dalla quale tira fuori un borsone, annunciando una “serie di sorprese”. Il primo è il libro MM23 (Times Like These), che sfogliamo in una prima stesura. Un libro che racconta l’intera vita di Materazzi, attraverso altre voci e cimeli. Alcuni dei quali - a sorpresa, appunto - escono proprio fuori dal borsone. La medaglia di Champions del 2010, quella del Mondiale. Gli scarpini con cui ha vinto Madrid e quelli con cui ha vinto Berlino. I secondi si sgretolano in mano: è la sua preoccupazione mentre ce li passa per scattarli. Dentro a uno dei due, dei coriandoli argento della premiazione del 9 luglio 2006. Venti anni fermati in una scarpa, che sembra un oggetto da museo.
L'anima da collezionista parte da molto prima della carriera. Sulla prima pagina del libro c'è una foto di lui a quattro anni, allo stadio della Vittoria di Bari, due palloni sotto braccio: uno di cuoio e un Super Tele. «È la foto-simbolo», dice. Da bambino, pregava il padre Giuseppe, allenatore di Serie A e B, di portargli a casa le magliette di Marco van Basten ogni volta che il suo lavoro gli permetteva di averlo davanti. «Lo stressavo per un mese, fino al giorno della partita».
Materazzi scrive nell'introduzione: «Non aspettatevi un'autobiografia, quella l'ho già scritta». Ed effettivamente sfogliando il libro si ha un modo inedito di raccontare la carriera di un calciatore. Non è Materazzi a parlare di lui: Marco si fa raccontare. Ogni capitolo è anche una voce altrui - compagni, avversari, allenatori, sua moglie Daniela. Funziona perché sembra quasi inaspettato che un giocatore come Materazzi decida di farsi raccontare dalle voci di altri, come quella di Gennaro Gattuso, per esempio.
«Rino abitava a Perugia da solo, aveva quindici anni. Da lì è nato questo rapporto da padrino e figlioccio. Lo mantenevo sia moralmente che economicamente». Quando gli dico appunto che è particolare questo, del libro, che un giocatore che ha avuto la sua nomea si faccia raccontare da altri, mi risponde sottolineando la differenza tra il rettangolo verde e la vita: «Quando siamo entrati in campo a venticinque anni in un derby Milan-Inter non ci siamo guardati in faccia. Ma fuori, prima e dopo, eravamo quelli che si scarrozzavano per Perugia».
Partiamo dal libro anche perché è una scusa per Marco Materazzi per tornare nei posti che lo hanno reso il calciatore che è stato e l’uomo che è oggi. Berlino, Perugia, Liverpool. L’anno con la maglia dell’Everton è quello che cita di più, quando gli chiedo quali sono le esperienze che questo libro gli ha permesso di rivivere. «Sono rientrato nello spogliatoio di Goodison Park, è uno stadio storico. Mi sono venute in mente tante cose».
Da qui, com’era stato sul set il giorno precedente, Materazzi si tuffa nei ricordi e mi ricorda la sorpresa nel confrontarsi con la cultura calcistica inglese di fine anni Novanta, oggi che la Premier è un po’ il faro per chiunque ami il calcio: «In Italia arrivavi allo stadio in silenzio, ti isolavi, ti concentravi. Mi ricordo il primo giorno in cui sono arrivato allo stadio, c’era musica a un volume altissimo ovunque. Mi sono detto: “Ora la spegneranno”. Il manager dice la formazione, finisce di parlare e riparte la musica. Nel frattempo due magazzinieri giocavano a calcio-tennis nei corridoi. Per me era una cosa da fuori di testa». E in generale, l’atmosfera che racconta è quella di un altro mondo: «Questo viaggio mi ha permesso di ricordare anche un aneddoto su Don Hutchinson. Anche qui, era forse gennaio, entriamo nello spogliatoio dopo una sconfitta, io ho la testa sotto l’asciugamano, li sento litigare. Don tira un calcio a un tavolo, penso: dove sono finito? Intanto rido, sotto l’asciugamano. Sento il manager che gli dice che non giocherà più un minuto fino a fine stagione. La domenica dopo era il capitano».
A un certo punto della conversazione gli faccio notare che è insolito sentirlo parlare così tanto. La sua reputazione racconta di un giocatore difficile da intervistare, e in generale poco loquace. «Quando giocavo ero diffidente. Vivi uno spogliatoio, certe cose non si possono dire. Però chi mi ha conosciuto bene me l'ha sempre detto: non sei stronzo come in campo, non sei burbero. È il complimento più grande, perché bisogna conoscere le persone per giudicarle».
Uno di quelli che lo ha capito è Alessandro Del Piero, che ha intervistato lo scorso anno per il libro mentre erano entrambi a Monterrey per il Match for Friendship organizzato dalla FIFA in vista del Mondiale 2026. «Non volevo che finisse, quell'intervista. Era troppo bella da ascoltare. Sentita, intelligente, profonda. Ti fa capire la sostanza e la caratura di un uomo». Prosegue dicendo «Non ho mai capito se Alex sia stato più forte come giocatore o più intelligente come uomo. Per me è uno dei complimenti più grandi che uno possa ricevere». Dopo l'intervista, racconta, hanno giocato a ping pong e si sono scommessi una cena. «Sembravamo due ragazzini di quattordici anni con i sogni nel cassetto. Invece eravamo due campioni del mondo realizzati fuori dal campo. Amici». Una storia simile la racconta su Andriy Shevchenko. «Ogni volta che lo vedo è come se avessimo giocato insieme. Invece ahimè, non lo prendevo mai. Qualche volta ho dovuto usare le maniere forti».
Il prossimo 9 luglio saranno vent'anni esatti da Berlino. Materazzi quel Mondiale lo racconta come uno spartiacque: «Sono cambiato per una sera, per un giorno, per una settimana. Quando si è giocato il Mondiale non si è guardato il colore della maglia ma la Nazionale. Anche quelli che mi insultavano fino al giorno prima si sono svegliati il giorno dopo dicendomi bravo. E poi hanno ripreso a insultarmi la settimana successiva».
Parlare del Mondiale con un italiano, oggi, non si può che portare dietro un senso di amarezza: «Dopo aver vinto un Mondiale, c’era chi sognava di andare a prendere il Brasile, prendere la quinta stella. Ma ti racconto questa: io mi ricordo quando abbiamo battuto la Germania. Loro sapevano di giocare in casa, avevano una pressione addosso, ma sapevano anche di non essere pronti a vincere un mondiale, tant'è vero che già allora dicevano ci prepariamo per vincerlo tra otto anni. Lì per lì pensavo ma come fanno a dire una cosa del genere, oggi, dopo aver perso una semifinale del Mondiale, in casa. E invece poi vai ad analizzare quello che hanno costruito loro a livello strutturale e vai a vedere chi ha vinto il Mondiale nel 2014 e capisci cosa vince la programmazione».
E com’è stato viverlo da dentro, quel Mondiale? «La pressione era altissima. Venivamo dal Mondiale in Corea e Giappone e, secondo me, quella generazione di italiani era veramente fantascienza. Se ci pensi, al Mondiale 2002 davanti avevamo Montella, Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero. Dietro c’erano Maldini, Cannavaro, Buffon, che era pure quattro anni più giovane. Tutti si aspettavano che arrivassimo almeno fino in fondo. Poi però, per colpe nostre — non tanto tecniche, quanto di squadra — non siamo riusciti a fare quello che avremmo voluto. Al di l'à del fatto che non ci hanno reso il percorso facile, ma non darei la colpa all’arbitro, anche se ci ha messo del suo. E da lì siamo ripartiti. Nel 2006, a parte Bobo, che meritava tantissimo quel Mondiale e ci teneva, ma non ha potuto giocarlo per l’infortunio, mancavano di grandi solo Maldini, che avrebbe veramente meritato l’alloro mondiale per chiudere un cerchio personale incredibile.
Però, al di là di quello che aveva già fatto, eravamo una squadra distesa, ci conoscevamo. L’unica novità era Pirlo, che forse era proprio il tipo di giocatore che era mancato nel 2002. Però quella era una Nazionale che ancora oggi, quando mi dicono: “Eh, ma adesso non andiamo al Mondiale da troppi anni”, mi fa pensare. Perché se consideriamo che ai Mondiali del 2002 e soprattutto del 2006, tra virgolette, gli “scemi” eravamo io, Grosso, Zaccardo, Toni, capisci bene il livello della generazione di talenti che c’era prima rispetto a quella che c’è adesso. Con tutto il rispetto per chi è stato campione d’Europa. Perché quando mettevi in fila i nomi — Buffon, Nesta, Cannavaro, Zambrotta, Gattuso, Pirlo, Del Piero, Totti, De Rossi, anche se era giovanissimo — capisci che ancora oggi te li ricordi in maniera diversa rispetto magari a quelli che poi hanno vinto l’Europeo. Ma queste sono cose generazionali».

Gli racconto di un’intervista tra Luca Toni e Fabio Cannavaro che ho visto qualche giorno prima e Marco mi dice quanto giocatori come il capitano di quella spedizione siano importanti: «È stato lui a dirmi che Vieira mi temeva sui calci piazzati. Così, quando Pirlo va alla bandierina, mi dico: vediamo se è vero. Era vero». E il goal del pareggio si portava dietro un peso che non è facile da scrollare: «Una piccola scaramanzia da spogliatoio è che chi segna in partita, poi, non segnerà il rigore. Per me la magia di quel Mondiale è anche che mentre vado al dischetto non penso a questa cosa. E sappiamo tutti com’è andata».
Però l’impressione non era certo quella che quella partita fosse una passeggiata. Oggi come allora, la Francia, sembra passi avanti rispetto a molti, se non tutti: «Ti dico che prima di entrare in campo era così. Tant’è - mi è venuto in mente rivedendo lo stadio per il libro - che prima della partita pensavo che l’unico modo di batterli sarebbe stato quello di far cadere qualcuno di loro dalle piccolissime scalette che portavano al campo. Poi però, quando scendi in campo, ti rendi conto che siete tutti esseri umani, con due gambe e due braccia. Secondo me questo è il passaggio fondamentale.
Se pensi anche al fatto più famoso di quella finale, anche se non me lo hai chiesto: lui (parla di Zidane, ndr) probabilmente si sentiva più forte di me, superiore a me in quel momento, ma io non mi abbasso. Perché io mi ricordo che giocavo a Marsala, a Trapani, con persone che avevano due gambe e due braccia come me. Eravamo nello stesso stadio, avevamo lo stesso identico peso specifico. Il tutto nasce da un’azione in cui alla fine io e il mio figlioccio litighiamo, per chi si è perso l’uomo in area. Lui colpisce di testa e rischia di segnare. Litighiamo moderatamente, perché se fossimo andati avanti non sarebbe stato un bello spettacolo con Rino (ride, nda). Poi arriva un’azione molto simile e lì, con l’esperienza, faccio in modo che lui non possa saltare di testa. Quella è la mia scaltrezza difensiva, da giocatore. Non c’entra la reazione alla provocazione. Perché io giocavo a Bari, per strada, con ragazzi più grandi di sei o sette anni, e c’era sempre il “Cassano” di turno, quello più forte di te, che ti diceva: “Il pallone lo vedi dopo, ti do la mia maglietta dopo”. In quella situazione mi sono rivisto lì, in mezzo alla strada. E quindi, visto che sono come te, ti rispondo per le rime. Non ho provocato io: ho risposto a una provocazione. E quella, per me, non è stata un errore».
Chiudiamo pensando a Davide, suo figlio, che ha 24 anni e gioca negli Stati Uniti, nei Cosmos, la squadra che è stata di Pelé. Come il padre sulle spalle porta la maglia numero 23 ma dopo la gioia del 2006, all'età di 4 anni, non ha più visto la sua Nazionale giocarne uno. «Per me era impensabile che un ragazzo neonato nel 2006 vivesse questa ingiustizia sportiva, per così dire. Sicuramente quella generazione prova rabbia, però la realtà, come ti dicevo prima, è che manca la programmazione. Serve quella per permettere ai bambini di oggi di vedere i Mondiali di domani».













