Tifare Kimi Antonelli non significa tradire Ferrari Il pilota Mercedes in Italia è diventato più grande del Cavallino Rampante

Forse per la prima volta nella propria storia, tutta l’Italia sta bramando un successo in Formula 1 che non sia di Ferrari. Ad Austin, in Texas, Andrea Kimi Antonelli potrebbe infatti già vincere l’attuale Mondiale piloti, diventando il terzo campione italiano della storia, dopo Alberto Ascari - un back-to-back a bordo del Cavallino Rampante nel 1952 e 1953 - e Nino Farina, campione nel 1950 con un’altra scuderia del Bel Paese quale Alfa Romeo.

Quando può diventare campione del mondo Kimi Antonelli?

Non significa che succederà subito. Antonelli avrebbe bisogno di trasformare gli attuali centodue punti di vantaggio sul compagno di scuderia George Russell in centoventicinque o più - per fare un esempio, primo posto dell’italiano e non del britannico - per avere la certezza matematica di laurearsi campione a cinque Gran Premi dalla fine. Non significa neanche che ci riuscirà in assoluto nei weekend successivi a Città del Messico o in Brasile - questo forse va specificato giusto per scaramanzia -, ma non si può ignorare che abbia un gran bel vantaggio.

Eppure, non si può negare che sussista un minimo di stranezza anche solo a fare due calcoli e pensare che si potrebbe gioire quando a tagliare il traguardo, sullo sventolio della bandiera a scacchi, sarà una Mercedes. Questo è un bel cortocircuito mediale, da manuale di estetica della ricezione, un modello perfetto delle costruzioni artificiali proprie di un pubblico che sente di trovarsi in difetto perché quella macchina non è una Ferrari.

Perché Kimi Antonelli non corre per Ferrari?

Partiamo da una semplice questione: Andrea Kimi Antonelli è italiano, ma non c’entra niente con il Cavallino Rampante. L’unico punto di contatto reale risale all’infanzia del pilota. Ricostruendo una serie di racconti incrociati che coinvolgono Antonelli nell’età tra gli otto e i dieci anni, la prima figura di spicco ad accorgersi del suo talento fu Giovanni Minardi dell’agenzia Minardi Management, figlio dell’imprenditore Gian Carlo Minardi che negli anni Ottanta ha fondato l’omonima scuderia.

Su Gazzetta dello Sport, Minardi junior ha raccontato di essere stato lo scopritore di Antonelli sulla pista di Sarno durante il Kart Summer Camp del 2014, quando il pilota aveva ancora otto anni, segnalandolo immediatamente a Massimo Rivola, allora Direttore Sportivo di Ferrari - e in buoni rapporti con Minardi, perché con l’azienda del padre aveva iniziato la propria carriera. Con il successivo passaggio di Rivola al ruolo di capo della Ferrari Driver Academy ci fu un tentativo di reclutare Antonelli all’altezza del 2018, mentre ancora correva con Tony Kart Racing Team, i cui telai storici e le tute portavano in pista anche il marchio della Rossa. Quella però fu l’unica occasione in cui indossò i colori Ferrari.

Nonostante, secondo quanto racconta il padre di Antonelli, il figlio avesse anche completato delle prove con il simulatore della Academy a Maranello, l’allora Team Principal e Direttore Generale della Gestione Sportiva di Ferrari, Maurizio Arrivabene, bloccò le operazioni a causa di due motivi, rivelati da lui stesso su Quotidiano Nazionale: le mancanze logistiche dell’azienda, che non aveva ancora i mezzi e le strutture a disposizione per far crescere un pilota di nemmeno dodici anni, e l’attenzione riservata dalla scuderia in quel preciso periodo al passaggio di Charles Leclerc alla Rossa, annunciato proprio a settembre 2018. Questa versione è stata confermata, tra gli altri, dall’ex Presidente Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, che ha parlato di “occasione sfumata” ma anche del fatto che forse sia stato il miglior scenario per Antonelli, in modo che non venisse subito caricato di pressioni troppo elevate.

Mercedes, la strategia che ha portato Antonelli al Mondiale

Anche Gian Carlo Minardi, intervistato su Fanpage, ha dichiarato che Antonelli non sarebbe mai arrivato in Formula 1 se fosse andato in Ferrari. Sebbene non ne esista una controprova fattuale, non si può negare il ruolo d’avanguardia giocato da Mercedes. Già nel 2018, la casa tedesca disponeva di una ramificazione tale da vincere il Mondiale di Formula 1 con Lewis Hamilton e quello di Formula 2 con George Russell, mentre Mick Schumacher otteneva il successo in F3 con PREMA Theodore Racing, ma a bordo di una monoposto motorizzata Mercedes-AMG. Per concludere, è arrivato anche il successo di Gary Paffett con l’affiliata di Mercedes HWA nel Deutsche Tourenwagen Masters, in quella che è stata l’ultima apparizione del team tedesco nella competizione dopo diciannove anni di partecipazione, svolta provocata dal passaggio in Formula E.

Non sorprende che sia stato un programma del genere ad accogliere e formare un giovane come Andrea Kimi Antonelli, preso sotto la propria ala da Toto Wolff, il celebre Team Principal e CEO del team Mercedes. Wolff aveva già portato nel 2022 alla promozione di un altro prodotto del Mercedes-AMG F1 Junior Programme, George Russell, in Formula 1, ma la scelta di Kimi Antonelli ha avuto ancora più peso, in quanto il pilota bolognese è subentrato a Lewis Hamilton nel 2025, dopo il passaggio del britannico in Ferrari. Quando ha dovuto motivare la scelta, spiegando anche il perché dell’esclusione del vociferato Carlos Sainz come nuovo pilota della scuderia tedesca, Wolff ha affermato che il futuro di Mercedes passa dai giovani, come Kimi Antonelli. Si tratta di una visione che procede dagli anni Novanta, quando il capo della Mercedes nelle competizioni, Jochen Neerpasch, creò il Mercedes Junior Team in Sauber-Mercedes nel Mondiale Sport Prototipi, con tre giovani che di lì a poco sarebbero finiti in Formula 1: Karl Wendlinger, Heinz-Harald Frentzen e soprattutto Michael Schumacher.

Perché le Academy sono importanti?

Staccandosi per un attimo dalla pura questione Antonelli - Ferrari, è importante anche precisare uno dei vantaggi del passaggio a una scuola di formazione strutturata. Per un pilota, a livello logistico, entrare a far parte di un programma giovanile di Formula 1 aiuta in termini di preparazione, crescita, di accesso alle migliori tecnologie e ai simulatori, addirittura anche di supporto mediatico e gestione degli sponsor. Soprattutto, però, aiuta a far fronte a enormi spese economiche, nelle quali rientrerebbero tutti i benefici appena elencati.

Anche in questo Mercedes è avanti. Nel settembre 2025 è stata annunciata una collaborazione con ADAC - German Automobile Club, la più grande organizzazione automobilistica della Germania - per fornire sostegno ai giovanissimi che intendano iniziare una carriera nel motorsport. Mercedes si è offerta di assistere ADAC nel processo di selezione di talenti a partire dai dieci anni di età, i quali in caso di successo godrebbero di un finanziamento totale per far fronte agli immensi costi delle competizioni.

Questo non è lo standard, dal momento che spesso la copertura delle spese è solamente parziale. Toto Wolff stesso ha ammesso di aver dato il via al progetto con ADAC a causa delle cifre in continua ascesa, al momento sui 250mila euro a stagione per il karting e in una forbice tra il mezzo milione e il milione di euro per la Formula 4. Milione che viene comodamente superato con la Formula 3 e doppiato in Formula 4. George Russell, di formazione Mercedes e proveniente da una famiglia agiata, ha ammesso che un milione di sterline non lo avrebbe portato nemmeno a compiere metà del percorso necessario ad arrivare in Formula 1, pur facendo parte di un programma organico. Lewis Hamilton, con un background ben più povero, ha raccontato come il padre svolgesse ben tre lavori per finanziare il karting, prima che il McLaren Young Driver Programme si assumesse la quasi totalità dei costi successivi.

Una ricerca partita proprio dalle parole di Hamilton, nel 2019, spiegava come le cifre potessero toccare circa i dieci milioni di sterline complessivi per arrivare in Formula 1, tenendo conto di formazione, attrezzature, iscrizioni e spese di viaggio. La più recente vittima di questo sistema è stato Zak O’Sullivan, ritiratosi appena nel 2024 dal Mondiale di F2 in corso a causa di problemi di fondi, sebbene facesse parte della Williams Driver Academy e avesse vinto due delle tre gare precedenti l’abbandono. I progressi esistono, basti vedere il supporto della F1 Academy alle donne che vogliono competere nel motorsport, le quali devono affrontare il pregiudizio oltre agli ingenti costi, ma rimane ancora impensabile gestire un fardello simile senza far parte di un programma.

Kimi Antonelli e Ferrari: perché gli italiani possono tifare per entrambi

Tornando al concetto di estetica della ricezione accennato inizialmente, si tratta di un approccio mirato a riconoscere il ruolo attivo da parte di un’audience nella costruzione del significato. In questo specifico caso, il supporto a Ferrari è talmente radicato e radicalizzato da essere diventato quasi un estremismo più che una fede per un’ampia fetta di pubblico. Una costruzione mentale e comunicativa tanto artificiale, quanto artificiosa, al punto da far dimenticare il motivo per cui in prima istanza si tifi Ferrari: è una scuderia italiana, così come italiano è Kimi Antonelli.

Eppure il cortocircuito persiste. Un sondaggio di Sportweek pubblicato da Gazzetta dello Sport, rivolto a oltre milleottocento persone, ha rivelato un netto pareggio a quota 33,1% tra i tifosi di Ferrari e quelli del pilota bolognese. In particolare, tra i quattordici e i trentaquattro anni la preferenza è per Antonelli, mentre tra i trentacinque e i cinquantaquattro anni si predilige la Rossa, con una quasi parità nella forbice cinquantacinque - sessantaquattro anni. Un approccio, come spesso accade, generazionale, che dipende soprattutto dal contrasto tra l’immagine fresca, giovane e virale di Antonelli, più adeguata al nuovo pubblico generalista, e la tradizione, in memoria dei tempi che furono, incarnata da Ferrari e portata avanti dalla vecchia guardia. Per chi è stato bombardato mediaticamente dalla propaganda sul Cavallino Rampante, percependo la Formula 1 come uno sport di squadra dove la scuderia gode di una rilevanza e un blasone molto superiori al pilota, tifare Kimi Antonelli viene percepito come un tradimento dei valori.

In passato, nel motorsport, Valentino Rossi è stato amato incondizionatamente al di là della moto con cui gareggiasse, così come sono stati amati individui quali Jannik Sinner nel presente o Alberto Tomba nel passato seppur in sport diversi. Per qualche motivo, però, con Ferrari è tutto più pesante, al punto da costringere i media a cercare sempre delle connessioni artificiali tra pilota italiano e scuderia italiana, nel tentativo di spingere il pubblico che loro stessi hanno radicalizzato quasi a convincersi che in qualche modo ci si può adagiare su questa narrazione. Per esempio, si legge spessissimo che Kimi Antonelli è di Bologna ed è cresciuto a Casalecchio di Reno, tutti luoghi a quaranta minuti da Maranello, quartier generale del Cavallino Rampante; ma in quei luoghi ha messo piede solo per dei test su un simulatore. Anche per il nome Kimi, spesso ricondotto a quello del Kimi Räikkönen che per ultimo ha vinto un Mondiale piloti con Ferrari, nel 2007, non è mai stata confessata una correlazione ufficiale rispetto al finlandese - e Antonelli è nato nel 2006, quando Räikkönen era ancora in McLaren-Mercedes.

Questo per ribadire che Kimi è Kimi, Ferrari è Ferrari, due entità ben distinte che magari in futuro si incroceranno, ma che attualmente restano separate. Molto separate, anche perché sono centoundici i punti di vantaggio di Antonelli su Hamilton e centoventicinque su Leclerc, infine centotrentaquattro quelli di Mercedes sulla Rossa nel Mondiale costruttori. A dimostrazione di quanto, di questi tempi, non esista nemmeno una competizione tra le due parti tale da impedire il supporto incondizionato per l’una o per l’altra. La crisi, casomai, dovrebbe verificarsi qualora si palesasse uno scontro per qualcosa di serio in futuro: lì sarà necessaria una scelta anche per i più convertiti tra gli estremisti, simile a quando nel tennis nelle fasi finali si affrontano Jannik Sinner e un altro italiano - ma amplificata da tre quarti di secolo di tradizione. Esultare per la vittoria di Antonelli, però, non rende nessuno meno italiano, nessuno meno ferrarista, nessuno meno meritevole di dormire la notte, sereno e con la coscienza totalmente apposto.

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