
Il climbing è un esercizio di libertà La nostra intervista a Wafaa Amer
È possibile amare la montagna ma anche la moda? Volersi forti ma anche belle? Non dover scegliere tra le diverse parti di sé? Dopo tanti anni a cercare di risolvere le sue contraddizioni, Wafaa Amer può dire di sì. Nata nel 1996 nel villaggio egiziano di Aghur ed emigrata in Italia a nove anni per raggiungere la famiglia, Amer scopre l’arrampicata un giorno d’autunno, durante un progetto alle scuole medie.
Quel giorno si apre un mondo: per la prima volta Wafaa si sente forte, brava in qualcosa, capisce che la sua vita non è già scritta. Per suo padre l’arrampicata non è roba da donne, ma la famiglia di un’amica le paga il primo corso e ormai è fatta, non si torna indietro. Wafaa inizia a trovare strategie per arrampicare quando la famiglia non vuole permetterglielo, a spostarsi, a conoscere altri modelli familiari, altri modi di essere donna e di vedere la vita. A 18 anni non si sposa come vorrebbe la tradizione, ma scappa di casa e si trasferisce in un’azienda agricola a Finale Ligure, dove scala le prime vie difficile su roccia e firma la prima salita femminile della storica via Hyaena (8b/8b+).
Oggi Wafaa continua ad arrampicare, si interessa di moda e ha imparato a muoversi tra la sua eredità egiziana e il suo essere donna nell’Italia di oggi. La sua è una storia che parla di famiglia, contraddizioni e scelte.
Curiosa, creativa, contraddittoria
Quando le chiedo di descriversi con tre parole, risponde subito con queste tre: curiosa, creativa, contraddittoria. "Curiosa credo di esserlo sempre stata, ancora prima di sapere quale nome dare a questo tratto. Da bambina non riuscivo a stare ferma: mi arrampicavo sulla palma del campo del nonno, mettevo le mani nella terra, osservavo gli animali, cercavo di capire come funzionavano le cose. Oggi quella curiosità ha cambiato forma, ma è ancora uno dei motori principali della mia vita" racconta Wafaa. La creatività, invece, nasce dalla necessità.
Nel villaggio impara ad arrangiarsi: cuce bambole, costruisce case di fango, realizza aquiloni con vecchi pezzi di carta, guarda la zia Sameh confezionarle vestiti e divise per la scuola con scarti di tessuto. La contraddizione viene a galla quando Wafaa arriva in Italia, catapultata in una realtà opposta rispetto a quella del villaggio, ma dentro la stessa famiglia. "Per molto tempo ho cercato di far combaciare le diverse parti di me, oggi invece non credo di dover scegliere una versione sola di me stessa. Posso essere molto forte e molto fragile, avere bisogno di libertà e allo stesso tempo cercare appartenenza, amare la montagna e la moda, essere profondamente legata all’Egitto e sentire l’Italia come casa. Posso desiderare cose opposte in momenti diversi, cambiare idea, essere una cosa e anche il suo contrario".
Dentro la contraddizione
Durante l’adolescenza, non è solo la dicotomia Italia vs Egitto a fare scintille: "Mio padre era molto tradizionalista: la libertà che vedeva fuori dalle nostre quattro mura non riusciva a interpretarla come qualcosa con cui potersi confrontare o da integrare dentro la famiglia, la viveva come una minaccia a cui reagire irrigidendo le regole". Regole che si fanno ancora più severe di quelle che Wafaa aveva vissuto da bambina in Egitto. La madre non approva completamente le posizioni del padre e l’aiuta come può: sistema i cuscini sotto le coperte per far finta che stia dormendo quando lei è fuori casa, la copre con mille bugie quando esce per allenarsi o per partecipare alle gare di arrampicata. Il fratello le lancia il pigiama fuori dalla finestra così che possa infilarselo prima di entrare in casa.
Gli anni passano e Wafaa cresce divisa tra due mondi che non riescono a comunicare tra loro. Fuori casa scopre possibilità, modi di vestire e persone che mettono in crisi quello che vive a casa, dove la sua strada sembra essere già segnata e le aspettative pesano sulle spalle. L’istinto è dare alle sue origini, alla cultura e alla religione la colpa dello strappo che la attraversa. "Solo molto più tardi ho capito che la cultura, la religione e la mia esperienza familiare non erano affatto la stessa cosa. Così sono arrivata alla consapevolezza che non dovevo scegliere tra la mia origine e il Paese che avevo imparato a chiamare casa, tra l’essere egiziana e italiana. La cosa più difficile non è stata trovare la mia strada, ma accettare che seguirla avrebbe avuto un costo: entrare conflitto con la mia famiglia".
Wafaa decide di pagare questo prezzo, perché l’alternativa è vivere una vita che senta sempre meno sua ogni giorno che passa. A diciotto anni Wafaa sente il padre dire che la rispedirà in Egitto per proseguire la sua vita come da tradizione. La decisione è immediata: vende tutti i premi che ha vinto e usa quei soldi per stare a galla in attesa di trovare lavoro. Si trasferisce a Finale Ligure, una delle località più rinomate per l’arrampicata in Italia, dove trova amici pronti a supportarla nel suo lungo viaggio verso l’indipendenza.
"Negli anni dell’adolescenza ho dovuto mentire, nascondermi, sentirmi in colpa o avere paura delle conseguenze di ogni cosa che facevo, anche solo arrampicare, frequentare persone esterne, provare a costruirmi una vita. Sono diventata una donna libera a suon di piccoli strappi, compromessi, paure e decisioni. Una scelta dopo l’altra, cercando di distinguere quello che volevo davvero da quello che facevo soltanto per obbedire o, al contrario, per ribellarmi". Quando è qualcun altro a tracciare i confini entro i quali puoi pensare, anche sognare è un esercizio di libertà. Un muscolo che va allenato. "È una domanda che continuo a farmi ancora oggi: quanto di quello che desideriamo nasce veramente da noi e quanto invece da ciò che abbiamo imparato a considerare possibile?".
Cosa sarebbe stato...
Se la famiglia di Wafaa non avesse mai deciso di emigrare, probabilmente lei oggi sarebbe un’altra. Sarebbe facile dare per scontato che avrebbe avuto una vita meno libera, ma lei non cede alla tentazione. "La verità è che non posso sapere chi sarei diventata se fossi rimasta in Egitto. Non credo sia corretto presupporre che avrei avuto un destino già scritto soltanto per essere rimasta lì. Avrei incontrato altre persone, avuto altre possibilità, fatto altre scelte. Magari sarei diventata una donna molto simile a quella che sono oggi, o completamente diversa".
Wafaa cresce con il modello della zia sarta, e ben presto comincia a disegnare figure e vestiti inventati. "Mi è sempre piaciuta l’idea di costruire l’immagine delle persone attraverso i vestiti, capire come un capo possa cambiare completamente il modo in cui una persona viene percepita o anche il modo in cui percepisce sé stessa". Da grande, per un anno studia Fashion a Milano prima di dover abbandonare per ragioni economiche. Ma il percorso universitario le dà alcuni strumenti per capire cosa raccontiamo attraverso quello che indossiamo. "Appartenenza, status, genere, identità, desiderio, ribellione. Ma per me la moda parte dalle mani. È per questo che non la trovo così distante dal mondo dell’arrampicata: entrambe raccontano qualcosa delle persone, con linguaggi molto diversi".
Se nell’arrampicata il corpo viene usato, nella moda questo è oggetto di sguardo. Le due cose entrano in conflitto appena c’è un muscolo di troppo, una spalla troppo definita, una proporzione che rientra nel canone della forza ma non in quello dell’estetica. "L’arrampicata mi ha insegnato molto presto a guardare il mio corpo per quello che era capace di fare. Mi allenavo tanto e il mio fisico si sviluppava con un’unica direttrice: diventare più forte, riuscire a realizzare alcuni movimenti, vincere le gare. Il mio corpo era uno strumento, ma anche un luogo di scoperta. La moda quello stesso corpo lo osserva, fotografa, veste, inserisce dentro delle misure".
Per Wafaa, in alcuni momenti le due cose costituiscono una contraddizione: un corpo allenato non è meno femminile, eppure non riesce a farla sentire totalmente a suo agio. "In parete il mio corpo corrispondeva perfettamente a ciò che volevo essere, in altre circostanze non rispecchiava del tutto l’immagine che avevo di me. Avrei voluto essere più delicata, più femminile. Allo stesso tempo, credo che aver conosciuto il mio corpo prima di tutto attraverso lo sport mi abbia dato una base molto forte: il mio corpo non esiste soltanto per essere guardato. So cosa è capace di fare e questa consapevolezza, per me, viene prima dello sguardo estetico".
Moda e arrampicata
Oggi i capi outdoor si vedono anche sui Navigli, l’estetica gorpcore ha decontestualizzato e reinterpretato un tipo di abbigliamento nato dalla funzionalità. "Ma questo è quello che fa la moda: prende codici appartenenti a sottoculture, mestieri, sport o comunità e li trasforma in linguaggio". L’outdoor si è così trasformato in status symbol, entrando a far parte dei guardaroba più mainstream. E una parte della comunità che pratica gli sport di montagna potrebbe allontanarsene proprio per questo, sentendo il bisogno di trovare un’estetica più distintiva. "Forse si può distinguere tra chi indossa outdoor perché va in montagna e chi lo indossa perché è di moda. Ma abbiamo davvero bisogno di farlo? I capi outdoor fanno parte della mia vita e continuerò a indossarli indipendentemente dal significato che assumono nella moda. Mi incuriosisce, semmai, vedere come lo stesso oggetto possa assumere significati completamente diversi a seconda di chi lo indossa e del contesto in cui viene utilizzato".
Se fosse lei a dover progettare una collezione di vestiti outdoor, Wafaa metterebbe la vestibilità al primo posto. "Partirei dal corpo reale di chi arrampica e da come quel corpo cambia e si muove: deve poter alzare una gamba, allungarsi, chiudersi, avere completa libertà di movimento. Ma mi interesserebbe anche il modo in cui quel capo veste e valorizza un corpo atletico. Non vorrei dover scegliere tra un capo che funziona bene e uno nel quale mi piace vedermi. Per me una collezione riuscita dovrebbe riuscire a fare entrambe le cose".
La Wafaa di oggi è una donna che sceglie per sé, sa cambiare idea, ha imparato a conservare alcune parti della cultura in cui è cresciuta e a lasciarne andare altre. La immagino camminare per strada e incontrare la sé stessa bambina, appena arrivata in Italia. Cosa le direbbe, se le potesse parlare? "Se la tua libertà rompe l’ordine, rompi l’ordine".

















































