Evoluzione estetica dei tabelloni delle sostituzioni Un po' alla volta gli sponsor hanno trasformato i substitution board

Nelle prime giornate de LaLiga 2026/27 abbiamo visto qualcosa di nuovo tra le mani del quarto uomo al momento delle sostituzioni e dell’annuncio del recupero: un tabellone a forma di pila Duracell. Non il classico substitution board rettangolare con applicato il logo dello sponsor, ma un oggetto interamente disegnato per sembrare una pila, con la scritta “BE UNSTOPPABLE”.

L’operazione nasce dall’accordo che dalla stagione in corso, e per le prossime due, ha reso Duracell l’Official Partner of Added Time del campionato spagnolo, per una cifra complessiva stimata tra i 10 e i 15 milioni di euro. Il titolo “Partner of Added Time” spiega già in buona parte l’idea, cioè associarsi al momento in cui i novanta minuti sono finiti e serve ancora energia: un messaggio coerente con i prodotti commercializzati dal marchio statunitense, e anche con la sua linea di comunicazione, sempre più orientata ad associazioni in ambito sportivo.

La novità, che non può passare inosservata né allo stadio né nelle inquadrature televisive, ha attirato la curiosità del pubblico, pur abituato ormai da tempo ai loghi commerciali sopra i substitution board. Quasi sempre, infatti, quelli più impattanti sul design dell’oggetto erano sponsor provenienti dal mondo dell’orologeria, come Hublot e TAG Heuer, che negli ultimi due decenni hanno trasformato l’estetica di questo strumento. Prima di diventare uno spazio commercializzabile e assumere forme non tradizionali, in ogni caso, il tabellone ha compiuto un lungo viaggio, in parallelo all’evoluzione del calcio, delle sue regole e anche del modo in cui guardiamo le partite.

Prima del tabellone

Perché nascesse uno strumento con cui segnalare le sostituzioni, prima di tutto dovevano essere introdotte nel calcio le sostituzioni stesse. E per buona parte della storia del gioco, nelle competizioni ufficiali non era normalmente consentito sostituire un calciatore: chi usciva per infortunio lasciava la squadra in inferiorità numerica.

Nel 1958 l’IFAB codificò nelle Laws of the Game la possibilità di sostituire i giocatori con problemi fisici, subordinandola però all’approvazione delle federazioni e delle singole competizioni. Nei Mondiali i cambi debuttarono con Messico 1970, quando ne erano consentiti due, e con il passare dei decenni si passò poi dal solo caso di infortunio alla scelta tattica, con il successivo aumento del limite da uno a due cambi, poi a tre e infine ai cinque attuali. Il tempo di recupero, invece, esisteva già, ma la sua gestione e la sua durata erano custodite nell’orologio dell’arbitro, senza un numero da mostrare ufficialmente a giocatori, panchine e pubblico.

Il primo antenato riconoscibile del tabellone apparve a metà degli anni Settanta. L’idea fu di Ken Aston, arbitro inglese e responsabile degli arbitri FIFA, lo stesso che aveva immaginato i cartellini gialli e rossi. E anche in questo caso l’obiettivo di partenza era sostituire le parole del direttore di gara con un segno immediatamente comprensibile per tutti, cioè un numero che indicasse il giocatore che doveva uscire dal campo.

Comparivano così i primi cartelli, che non avevano una forma prestabilita: tavolette rigide, pannelli intercambiabili, libretti da sfogliare, due supporti separati. Solo nell’evoluzione successiva avrebbero mostrato anche il numero di chi subentrava, facendo spazio a un codice cromatico preciso - rosso per chi usciva e verde per chi entrava - ma la traduzione pragmatica di tutto ciò era spesso nelle mani delle singole competizioni o squadre.

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Anche la consuetudine televisiva, ai tempi, era molto diversa da quella dei giorni nostri. Se oggi conosciamo bene l’inquadratura del giocatore che si avvicina alla linea laterale, allora il cartello era soprattutto un’informazione per il campo e la tribuna, non un oggetto pensato per lo schermo. Era pura segnaletica: caratteri grandi, contrasto alto e nessun elemento superfluo. All’epoca, peraltro, non esisteva ancora il quarto ufficiale, o quarto uomo, come lo intendiamo oggi, e quindi nemmeno un addetto all’utilizzo di questi strumenti. Era stato lo stesso Aston a introdurre nel ’66 la pratica di designare un arbitro di riserva, ma il ruolo sarebbe entrato formalmente nelle regole solo a partire dal 1991.

I primi tabelloni elettronici

Nel 1994, ad Adria, in Veneto, il gruppo che avrebbe dato vita ad AMB Elettronic sviluppò e brevettò il Delta F, considerato il primo tabellone elettronico progettato specificamente per segnalare le sostituzioni nel calcio. Display luminoso a doppia faccia, pulsanti per selezionare i numeri, batterie ricaricabili e impugnature integrate risolvevano molti limiti dei supporti manuali, gettando le basi per l’avanzata dei moderni substitution board.

Il debutto ufficiale avvenne nel maggio 1995 durante la finale di Coppa delle Coppe tra Real Zaragoza e Arsenal, e nelle due settimane successive la UEFA lo utilizzò anche in Juventus-Parma e Ajax-Milan, finali di Coppa UEFA e Champions League. Euro 1996 ne sancì la definitiva adozione internazionale, mentre il Mondiale del 1998 fu il primo grande evento globale organizzato dalla FIFA a utilizzarlo. È in quel triennio che il tabellone assunse l’aspetto che consideriamo normale: corpo nero e rettangolare, cifre a segmenti sui due lati, LED rossi e verdi, maniglia sulla parte superiore centrale. Nel frattempo il display cominciava a segnalare anche il recupero, come indicato per la prima volta dalle regole IFAB a Francia ’98.

L’informazione smetteva così di appartenere soltanto alla squadra arbitrale, dando vita a un piccolo rituale mimico e visivo nei secondi che precedono il 45esimo e il 90esimo minuto. Quello in cui il quarto uomo imposta il numero, afferra il tabellone, lo porta sopra la testa e lo fa ruotare, mentre la regia stacca dal campo e stringe sull’oggetto, come già accadeva per le sostituzioni. Un gesto breve, codificato e ripetitivo, che proprio per questo suggeriva un nuovo spazio commerciale. Il pubblico, d’altronde, deve guardare il display per capire quanto viene segnalato.

L’impatto degli sponsor

Di lì a poco sarebbero comparsi i primi sponsor sui tabelloni. Durante una prima fase, semplicemente con loghi piazzati nelle fasce libere della scocca. La vera trasformazione sarebbe cominciata con Hublot, maison orologiera con sede a Nyon che si appropriò di questo spazio sulla scena internazionale, trasformandone l’estetica e indirizzandone la futura evoluzione. Se a Euro 2008 il marchio svizzero si limitava ad applicare il proprio nome sui board, ancora rettangolari, nel 2014 lanciò la revisione più impattante: il cambio di forma.

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Nella prima versione la cornice venne ridisegnata come un Big Bang, con profilo circolare, lunetta e un colpo d’occhio che richiamava immediatamente un orologio da polso. Nel 2016, poi, la Premier League introduceva un board TAG Heuer sagomato come un Carrera, con scala tachimetrica, mentre LaLiga adottava un modello ispirato a un altro orologio, il Connected. Prima ancora che il pubblico si abituasse, il tabellone-orologio era diventato uno standard, con altri brand dell’alta orologeria - ad esempio Oris - che avrebbero seguito il trend.

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Nel frattempo i cinque cambi hanno moltiplicato le apparizioni del board, e questo spazio si è allontanato dal monopolio dell’orologeria. In Serie A il tabellone ha portato per anni il logo TIM e, dal 2025, quello di BANCOMAT; nelle competizioni EFL ha ospitato il branding del title sponsor Sky Bet. Dalla stagione 2026/27 Adobe Express compare invece sui board di ogni partita di Premier League, con una scocca che riprende graficamente la “A” del marchio. Esempi a cui naturalmente si affiancano le personalizzazioni legate ad altri campionati e, in alcuni casi, ai singoli club e ai loro sponsor, dove i regolamenti le consentono.

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Talvolta, infine, lo spazio è servito invece a trasmettere messaggi e veicolare campagne, come visto con i board della Premier League in versione Rainbow Laces, o con scritte come “No Room For Racism” e “More Than a Game”. Negli ultimi Mondiali, invece, lo sponsor è stato Rexona, commercializzato come Sure o Degree a seconda dei mercati, marchio di deodoranti.

Duracell ha portato questa evoluzione un passo più avanti, rivoluzionando i substitution board in modo simile a quanto accaduto poco più di un decennio prima con Hublot. Non è il primo marchio estraneo all’orologeria a occupare il tabellone, ma è quello che ne ha ripensato la forma nel modo più creativo.

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