Come si trasmette il Mondiale più grande di sempre Dietro le immagini che arrivano da Stati Uniti, Canada e Messico c'è una macchina produttiva senza precedenti

Sui nostri schermi sta passando in questi giorni il Mondiale più grande della storia. Una FIFA World Cup dilatata in superficie, con 48 nazionali e 104 partite distribuite tra tre Paesi diversi, ma anche dietro le quinte, nel lavoro necessario per produrre e raccontare un evento di queste dimensioni. Il perimetro della competizione, esteso in ogni senso, porta con sé nuove complessità per gli addetti ai lavori e una serie di sfide inedite per broadcaster e produttori televisivi. E non potrebbe essere altrimenti, del resto, per l’edizione più grande di sempre dell’evento sportivo più importante al mondo, inserita peraltro in un ecosistema mediatico che spettacolarizza come nessun altro i prodotti d'intrattenimento.

Il Mondiale più grande della storia richiede un nuovo modello produttivo

Durante un panel organizzato da Sports Business Journal poche settimane prima del Mondiale, Kevin Callahan di Fox Sports ha parlato di "un evento diverso da qualsiasi cosa avessimo fatto prima". Sulla stessa lunghezza d’onda anche Miguel Lorenzo di Telemundo, che l’ha definita, "dal punto di vista logistico, la World Cup più complessa mai organizzata". La stessa FIFA e HBS (Host Broadcast Services), responsabili della produzione del segnale internazionale, hanno raccontato la necessità di adattarsi a livello operativo. "La differenza è che in questa edizione abbiamo bisogno di più team, perché dobbiamo ridurre al minimo i rischi legati agli spostamenti attraverso Paesi enormi", ha spiegato Oscar Sanchez, Head of FIFA Host Broadcast Production. Ed ecco quindi l’allestimento di un quartier generale per i media, a Dallas, e la creazione di 16 squadre, una per ciascuna sede del torneo. Scelte quasi inevitabili per un Mondiale che viaggia da Vancouver a Città del Messico, e per forza di cose diverse rispetto all’ultima edizione in Qatar, che aveva otto stadi in ottanta chilometri circa.

In Italia il Mondiale 2026 viene trasmessa integralmente da DAZN, che detiene i diritti del torneo anche in Spagna e Giappone. Per capire come si organizza una copertura di tali proporzioni abbiamo parlato con Sandeep Tiku, Chief Technology Officer (CTO) di DAZN Group, e Michele Dalai, Senior Vice President (SVP) Content di DAZN Italia, che ci hanno portato dentro la gigantesca macchina, invisibile agli spettatori, necessaria per portare il Mondiale sugli schermi. E quindi dentro alle difficoltà che porta in dote questa operazione, ma anche alla "sfida entusiasmante" che rappresenta dal punto di vista tecnico e narrativo.

"Riusciamo ad affrontarla grazie a un livello sempre più sofisticato di intelligenza tecnologica a nostra disposizione", inizia Sandeep Tiku. "DAZN gestirà le immagini da un unico hub centralizzato, basato a Dallas", ed è proprio dal Texas che dobbiamo partire con il nostro viaggio. Perché mentre nei 16 stadi si disputano le partite, una parte del Mondiale si gioca e vive all’interno del Kay Bailey Hutchison Convention Center di Dallas, per l’occasione trasformato in International Broadcast Center (IBC). Il centro operativo da cui transitano i segnali destinati alle emittenti di tutto il mondo.

Dallas e l'International Broadcast Center: il cuore operativo del torneo

È qui che lavorano broadcaster, operatori tecnici e media partner provenienti da tutto il mondo. Ed è qui che i segnali delle partite vengono ricevuti, verificati e distribuiti alle emittenti che detengono i diritti televisivi. Come svelato dalla stessa FIFA nelle settimane precedenti al torneo, all’interno della struttura operano 56 media partner, collegati da quasi 150 chilometri di cavi. "Dobbiamo mantenere una piccola città per supportare i broadcaster", ha raccontato John Newkirk, uno dei responsabili dell’IBC.

In questa struttura DAZN, come molte altre emittenti, ha allestito il proprio quartier generale operativo. "Il nostro centro sarà all’interno dell’IBC di Dallas e produrrà tutti i segnali sorgente", racconta Tiku, "sfruttando un mix di remote production e soluzioni avanzate di connettività: un modello di trasmissione distante da quelli tradizionali". I benefici sono immediati: anziché replicare infrastrutture e personale in ognuna delle sedi, gran parte delle operazioni viene concentrata in un solo hub. "Dobbiamo soprattutto garantire la connettività tra gli stadi e Dallas", spiega Tiku, e una volta che il segnale raggiunge l’hub texano, gran parte delle operazioni può essere gestita in modo centralizzato. "La remote production sblocca nuove opportunità e offre ai broadcaster la possibilità di mettere in campo soluzioni più innovative. Non stiamo facendo un compromesso, ma una scelta progettuale precisa. La maggior parte degli eventi che trasmettiamo sono prodotti da remoto e non è una limitazione, ma il risultato di un’architettura pensata esattamente per funzionare così. (…) Questo è il volto del broadcasting moderno".

Il piano operativo ha avuto una prima fase di test durante il Mondiale per Club del 2025. Come conferma Tiku, e prima di lui anche i portavoce di Fox Sports e Telemundo, si tratta infatti di "un’architettura tecnica che abbiamo implementato già lo scorso anno", riadattata e scalata. "I nostri team lavorano con interfacce, sistemi e architetture che conoscono già, e questa familiarità è un vantaggio competitivo: meno errori, tempi di risposta più rapidi e maggiore sicurezza anche sotto pressione". L’approccio ovviamente impatta anche sulla composizione delle squadre operative nelle sedi. "Per ogni partita avremo circa quindici persone sul campo", spiega Tiku, "dedicate alle attività di conduzione, riprese e racconto dell’atmosfera". Un modello snello, in relazione alla portata dell’operazione. E dopo questa prima fase, come continua il viaggio delle immagini verso i nostri schermi?

Dal campo agli schermi: il viaggio delle immagini

Il resto del lavoro viene gestito attraverso una rete di hub e centri collegati tra loro, lungo un percorso che inizia negli stadi del torneo, passa dall’IBC di Dallas, e poi prosegue in diverse altre tappe. La quantità di materiale che arriva dagli stadi è enorme e variegata, prodotta da una macchina che mette a disposizione fino a 45 telecamere per partita, tra camere tradizionali, PoleCam, CableCam, RefCam, cinematografiche e 360 gradi. Una volta raccolti all’IBC, i segnali sono presi in carico dai sistemi DAZN e da qui inizia un secondo iter dentro l’infrastruttura costruita dall’emittente. "Dall’IBC i segnali attraversano l’Oceano tramite una rete in fibra ottica, fino ai nostri hub europei. Il nostro centro operativo nel Regno Unito è supportato da partner tecnologici in Olanda e dall’innovation hub di Cologno Monzese per quanto riguarda l’Italia", chiarisce Tiku. "In Olanda avviene una parte fondamentale del processo: conversione dei formati, gestione dei frame rate, preparazione dei flussi destinati alla distribuzione e trattamento dei segnali audio".

Dopo questa lavorazione le immagini vengono instradate verso le destinazioni finali, ed è a quel punto che entrano in gioco i tre mercati in cui DAZN trasmette l’evento. "Una volta raggiunti gli hub locali, i segnali vengono arricchiti con telecronache, contributi editoriali, grafiche e contenuti specifici", adattandosi alle esigenze specifiche del contesto. E quindi, l’ultimo passaggio: la distribuzione vera e propria. "I segnali tornano nei nostri hub di streaming, dove vengono codificati, protetti e distribuiti agli utenti finali", spiega Tiku. È l’ultimo passaggio di una filiera che collega Nord America, Europa e Asia, grazie a cui le immagini raggiungono gli utenti finali.

Una parte si tende a dare per scontata in questo processo, ma che conserva un che di misterioso per i non addetti ai lavori, è che tutto questo processo, così articolato, si svolge nell’arco di pochi secondi. Mentre le immagini attraversano continenti e hub operativi, la partita scorre infatti sugli schermi quasi in tempo reale. Il margine d’errore è minimo, se non nullo - ed è proprio garantire questa continuità, senza interruzioni e imprevisti, per oltre un mese di torneo, una delle sfide più complesse in assoluto.

Le principali sfide tecnologiche del Mondiale 2026

Facendo un punto generale, Sandeep Tiku ha individuato tre principali complessità: la distribuzione geografica, la simultaneità delle operazioni e la continuità richiesta da un evento così lungo. La prima, già ampiamente introdotta, riguarda in questo caso la rete che collega stadi, hub e centri operativi, con le annesse vulnerabilità del sistema. "Ogni collegamento potrebbe essere interrotto da lavori, interventi straordinari, condizioni meteo o altri imprevisti", spiega Tiku. E per questo DAZN ha rafforzato il sistema "implementando tre livelli di sicurezza: linee principali, di backup e ulteriori linee di sicurezza all’interno degli Stati Uniti, per minimizzare il rischio che un fattore esterno possa compromettere la diretta".

La seconda sfida è la simultaneità, e i volumi di dati che ne conseguono. "Nei momenti di picco possiamo gestire più flussi live contemporaneamente, tutti in HDR e audio 5.1, con monitoraggio in tempo reale, instradamento, conversione di formato e distribuzione simultanea verso più mercati". Per questo serve una "un’infrastruttura dimensionata per assorbire segnali aggiuntivi senza bisogno di riconfigurazioni, che ci permetta di gestire nel miglior modo possibile gli imprevisti tipici delle dirette sportive".

Il terzo test è rappresentato invece dalla continuità temporale. Il fatto che si tratti della più grande edizione della World Cup, "e non di un evento o una giornata di campionato che dura un weekend", significa mantenere attivi i sistemi, senza interruzioni, per l’intera durata della competizione. Un’esigenza che "non richiede soltanto tecnologia, ma anche disciplina operativa continua, monitoraggio centralizzato, controllo delle trasmissioni e servizi di supporto attivi senza interruzioni per garantire l’integrità del segnale end-to-end".

Oltre le complessità tecniche, la sfida è anche inserire le immagini in una narrazione capace di parlare con pubblici e piattaforme diverse, attraverso mercati e fusi orari lontani. Ed è qui che si entra nella dimensione editoriale di "un Mondiale ibrido e diffuso", senza precedenti, come racconta Michele Dalai. In cui il difficile "è combinare una piattaforma globale con un punto di vista profondamente locale".

La sfida editoriale: raccontare un Mondiale globale con un approccio locale

DAZN trasmette infatti la World Cup 2026 contemporaneamente in tre mercati diversi. Italia, Spagna e Giappone, con i rispettivi pubblici e le fisiologiche differenze in abitudini di consumo, riferimenti culturali e aspettative sul prodotto. "Format editoriali, telecronache, analisi e contenuti digitali vengono adattati localmente da ciascun mercato, tenendo sempre conto della componente culturale", spiega Dalai. "Allo stesso tempo esiste anche uno scambio virtuoso tra i vari Paesi: alcuni progetti nascono a livello locale e, quando funzionano, vengono valorizzati e sviluppati anche altrove. Per noi, in Italia, raccontare il Mondiale significa comunque ripartire da quello che siamo: la nostra passione, la nostra cultura e il nostro modo unico di vivere il calcio".

La mole complessiva di materiale prodotto, nel caso di DAZN, non viene utilizzata soltanto per lo streaming, ma alimenta l’intera struttura, che è più ampia. "Questi contenuti non vanno solo sulla piattaforma DAZN, ma vivono ovunque nel nostro ecosistema, come sui social, con linguaggi e formati diversi secondo il pubblico". La personalizzazione, però, passa anche dall’esperienza dell’utente, e in queste settimane non mancano sperimentazioni del genere. "Per il Giappone stiamo testando per la prima volta alcune telecamere robotiche controllate da remoto per le produzioni dal campo", racconta Tiku. "Abbiamo creato feed dedicati che permettono ai tifosi di votare il giocatore che vogliono seguire, e guardare la partita dalla sua angolazione. Una personalizzazione che nasce già a livello di produzione, e che si riflette direttamente su ciò che vede lo spettatore". Un approccio, aggiunge il CTO di DAZN Group, che permette anche di condividere telecamere e infrastrutture con altri broadcaster, riducendo duplicazioni e inefficienze.

Al netto delle innumerevoli complessità tecniche, organizzative ed editoriali raccontate fin qui, resta infine il tema più semplice da formulare, ma forse il meno scontato da soddisfare: le aspettative del pubblico. "I tifosi non si accontentano più di guardare partite di calcio", conclude Michele Dalai. "Vogliono sentirsi al centro dell’evento, vivere un’esperienza personalizzata, interagire e condividere le proprie emozioni seguendo tutto in tempo quasi reale. La vera sfida è riuscire a tenere insieme tutto questo in modo fluido, naturale e che arrivi dritto al cuore del tifoso".

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