
L’America’s Cup vuole smettere di dipendere dai miliardari Le novità introdotte dall’America’s Cup Partnership e dal tetto di spesa puntano a indebolire una storica dipendenza
“Se avessimo mantenuto l’America’s Cup com’era, sarebbe morta”. A dirlo in un’intervista per il Financial Times è stato Grant Dalton, amministratore delegato di Team New Zealand, la squadra che ha vinto le ultime tre edizioni della Coppa. L’assunto di partenza non è nuovo nel mondo della vela: partecipare all’America’s Cup richiede investimenti enormi, mentre l’incertezza su tempi, sedi e regole delle edizioni successive rende difficile costruire accordi commerciali duraturi. La continuità delle squadre finisce così per dipendere in larga misura dalla disponibilità economica dei finanziatori a sostenere i costi di ogni campagna: un equilibrio fragile anche per il più antico e prestigioso trofeo dello sport internazionale.
La nascita dell’America’s Cup Partnership prova prima di tutto a individuare delle risposte a questo problema. Gestione condivisa, limiti alla spesa e calendario regolare dovrebbero permettere ai team di programmare gli investimenti, prevedere con maggior precisione i costi e sviluppare ricavi più stabili. Napoli 2027 sarà il primo banco di prova del percorso con cui la Coppa sta cercando di ridurre la dipendenza dai capitali dei proprietari e rendere le squadre economicamente sostenibili nel lungo periodo.
Il costo dell’incertezza
Per capire le dimensioni del problema può bastare una stima di Ben Ainslie, team principal del team britannico GB1, che ha indicato budget compresi tra 50 e 200 milioni di dollari per squadra e per campagna. Risorse necessarie prima di tutto per progettare, costruire e sviluppare le barche, e quindi per mantenere strutture, ingegneri ed equipaggi. Anche per questo la partecipazione ha vissuto forti oscillazioni: dagli undici sfidanti di Valencia 2007 ai tre di San Francisco 2013 e Auckland 2021, prima dei cinque di Barcellona 2024 e dei sei previsti a Napoli nel 2027.
Ai costi si aggiungeva poi l’incertezza. Il defender (cioè il detentore del trofeo) doveva concordare con il Challenger of Record (il primo circolo a presentare una sfida valida e accettata per l’edizione successiva) i principali aspetti organizzativi: sede, calendario, regole sulle imbarcazioni e di gara. Ogni ciclo richiedeva quindi nuove negoziazioni, spesso lunghe, rendendo difficile programmare contratti commerciali e investimenti duraturi. Dalton ha definito proprio la mancanza di continuità il “tallone d’Achille dell’America’s Cup”.
La combinazione di questi fattori ha spesso reso la continuità delle squadre dipendente dal sostegno di un grande finanziatore. È indicativo ad esempio il caso dello stesso Ben Ainslie, che ha raccontato di aver finanziato di tasca sua Athena Racing (oggi GB1) dopo la separazione da INEOS nel 2025, fino a quando il fondo di private equity Oakley Capital ha acquisito la maggioranza della squadra. Trovare un nuovo finanziatore può garantire il futuro di una squadra, ma per la Coppa la questione è più ampia. E cioè come costruire un sistema in cui i team possano generare ricavi sufficienti a sostenere l’attività, riducendo la necessità che siano i proprietari a coprire i costi di ogni campagna.
Come cambia il modello economico
La risposta, come detto, passa dall’America’s Cup Partnership, la struttura che riunisce i team nella gestione organizzativa e commerciale della competizione. Ogni squadra ha una rappresentanza nel consiglio, presieduto da Grant Dalton, mentre la gestione operativa è affidata a un management indipendente guidato dal CEO Marzio Perrelli. Il futuro e la crescita della Coppa sono diventati così una responsabilità condivisa.
La cadenza biennale dovrebbe permettere di programmare accordi su più edizioni, offrendo a sponsor e broadcaster appuntamenti fissi e prevedibili. Sul versante della spesa, seguendo una direzione già intrapresa dalla Formula 1, il nuovo corso ha introdotto un tetto di 75 milioni di euro per la campagna di Napoli, con una riduzione a 55 milioni indicata per i cicli successivi. Un taglio dei costi che passa anche dal riutilizzo degli scafi esistenti, che contribuisce a contenere le spese di sviluppo e a prolungare nel tempo il ritorno degli investimenti precedenti.
La gestione comune dovrebbe intervenire anche sui ricavi. Come ha spiegato Marzio Perrelli a Sports Business Journal, la Partnership avrà un proprio bilancio, con costi ed entrate, in cui l’eventuale avanzo viene distribuito alle squadre, che continueranno a negoziare le proprie sponsorizzazioni. La crescita commerciale dell’evento potrà dunque contribuire direttamente al finanziamento dei team partecipanti.
Lo stesso ingresso di Oakley Capital nella maggioranza di Athena Racing è un primo segnale concreto di interesse verso la nuova struttura. Il fondo ha annunciato un impegno su più edizioni, con accordi commerciali di lunga durata e investimenti pluriennali nello sviluppo delle barche. Il nuovo modello ha quindi iniziato ad attrarre capitali, ma resta da dimostrare che possa generare anche i ricavi necessari a finanziare stabilmente l’attività delle squadre.
Obiettivo sostenibilità
Il nuovo assetto non ha convinto tutti. Nell’ottobre 2025 American Magic, che aveva rappresentato il New York Yacht Club nelle due edizioni precedenti, ha rinunciato a Napoli 2027. Secondo il team principal Doug DeVos, protocollo e accordo di partnership non offrivano le condizioni per una campagna competitiva e finanziariamente sostenibile. È un segnale che le nuove regole, da sole, non basteranno per rassicurare tutti i partecipanti. E ci sono da vincere le resistenze dei tradizionalisti, come le ha definite Christian Horner, ex team principal Red Bull e oggi consulente di Oakley Capital. “Ogni volta che si introducono cambiamenti, ci sono tradizionalisti che si lamentano”, ha spiegato a The Telegraph, ricordando l’opposizione incontrata dal controllo dei costi in Formula 1.
Il tetto alla spesa e il calendario regolare creeranno condizioni più favorevoli, ma il passaggio decisivo riguarderà i ricavi. Per ridurre la dipendenza dai proprietari, le squadre dovranno coprire una quota crescente delle proprie attività attraverso sponsorship, distribuzioni dell’America’s Cup Partnership e altre entrate commerciali. Serviranno prima di tutto continuità di pubblico e una gestione capace di trasformare il suo richiamo in nuove entrate.
Napoli inizierà a mettere alla prova la riforma, ma per valutarne la tenuta bisognerà osservare soprattutto cosa verrà dopo. I grandi patrimoni non spariranno, continueranno ad avere un ruolo. La misura del cambiamento sarà quanto denaro le squadre dovranno chiedere ai finanziatori per tornare sulla linea di partenza.










