
Cristiano Ronaldo, Leo Messi e due modi opposti di chiudere un’era Cosa raccontano le scene di questi giorni
Cristiano Ronaldo ha lasciato il ritiro del Portogallo a Copenaghen, e probabilmente ha chiuso così il suo lungo viaggio con la Nazionale. Attraverso le ricostruzioni dei media abbiamo assistito a giorni di tensioni con il ct Jorge Jesus, partendo dalla panchina nella vittoria contro la Norvegia, poi gli allenamenti separati dal gruppo, il tentativo di mediazione del presidente federale Pedro Proença e infine l’abbandono, accompagnato da un messaggio su Instagram. “Addio, è stato bello: a tempo debito dirò la verità a tutti i portoghesi”. Se non è ancora un annuncio esplicito di ritiro dalla Nazionale, poco ci manca: è una rottura che, considerando anche l’anagrafica (42 anni a febbraio), rende difficile immaginare il prosieguo di una storia durata due decenni e arrivata così bruscamente al capolinea.
La spaccatura tra CR7 e il Portogallo arriva in un momento particolare per il calcio internazionale, a pochi giorni dall’ultima partita di Lionel Messi con l’Argentina. Il parallelo è inevitabile. Per quasi due decenni, d’altronde, abbiamo confrontato tutto di Messi e Ronaldo: gol, trofei, Palloni d’Oro, prestazioni nelle grandi partite, ma anche personalità e rapporti con compagni di squadra, allenatori, avversari, pubblico e media. Ci siamo ossessionati con questo dualismo almeno quanto lo sono stati i diretti interessati, se non di più. Estendendo la rivalità tra Barcellona e Real Madrid alle Nazionali, ai record e a qualsiasi argomento potesse alimentare il dibattito sul migliore giocatore del mondo. Un’intera generazione è cresciuta dovendo scegliere da che parte stare.
Adesso, mentre il calcio si prepara a fare definitivamente i conti con la loro assenza, il confronto riguarda anche quello che lasciano alle rispettive Nazionali (e Nazioni). Messi si prepara a salutare al centro di una celebrazione collettiva, mentre Ronaldo si allontana nel cupo scenario di queste ore. Due immagini lontanissime, che sembrano condensare anche qualcosa dei loro personaggi: il rapporto costruito con il Paese, il peso dell’ego e, infine, la capacità di accettare che anche il proprio ruolo, a un certo punto, debba cambiare.
L'ultima partita di Messi con l'Argentina
Il 6 ottobre l’Argentina giocherà una partita organizzata allo stadio Monumental di Buenos Aires per dire grazie a Messi. L’avversario sarà il Benin e adidas ha preparato una maglia speciale per l’occasione, con il logo personale del numero 10 al posto di quello del brand. L’AFA ha organizzato anche un Fan Fest chiamato “Gracias, Leo”, per permettere ai tifosi di stringersi davanti alla fine di un’era e vivere insieme la giornata. Tutto, dalle maglie al programma, serve a restituire una forma pubblica al sentimento di un Paese.
Non era un finale scontato per Messi e per l’Argentina. Per molto tempo, anzi, era sembrato quasi impossibile. Il rapporto tra Leo e la Seleccion è passato attraverso anni di sconfitte e delusioni, trasformate in processi personali dai media e vissute come tali dallo stesso Leo. La finale mondiale persa nel 2014, quelle di Copa América, le lacrime e il ritiro annunciato nel 2016 avevano reso quel legame una fonte di sofferenza, prima ancora che di orgoglio. Il giocatore capace di vincere tutto a Barcellona sembrava destinato a restare incompiuto, con lo spettro di Maradona e dei suoi successi con la Nazionale sullo sfondo.
Poi però Messi è tornato, ha continuato a esporsi alla possibilità di fallire, e ha riscritto il finale della propria storia con l’Albiceleste: la Copa América del 2021, il Mondiale del 2022, un’altra Copa América nel 2024, la finale raggiunta anche quest’anno. E quando ha annunciato il suo addio, La Pulce ha raccontato di “essersi svuotato” e di “non avere più niente da dare”. Con la sensazione di aver ricevuto tutto l’affetto e la devozione che per anni aveva inseguito, fino all’ondata d’amore che lo ha accompagnato nell’ultima World Cup. Alla fine, Messi saluta dopo aver trasformato una relazione tormentata in un viaggio leggendario, in cui il suo popolo ha imparato ad amarlo nonostante, anzi attraverso le sconfitte.
Cos'è successo tra Ronaldo e il Portogallo
A Copenaghen, la separazione tra Ronaldo e il Portogallo ha preso invece una strada diametralmente opposta. Domenica scorsa, a Oslo, Cristiano era rimasto in panchina per tutta la partita contro la Norvegia, vinta 2-1, e al fischio finale si era diretto negli spogliatoi con il volto scuro, mentre i compagni festeggiavano e salutavano i tifosi. Nei giorni successivi non si era allenato con il gruppo, e la federazione aveva spiegato che avrebbe svolto un lavoro differenziato nella palestra dell’hotel, dove era disponibile un’attrezzatura specifica. Ma con il passare delle ore è diventato impossibile ricondurre la situazione alla gestione fisica del giocatore.
Pedro Proença ha quindi raggiunto la squadra per provare a ricomporre lo strappo, e la mediazione sembrava aver funzionato, almeno fino all’ultima conferenza stampa di Jorge Jesus. Il commissario tecnico ha ridimensionato il caso, ma ha ribadito un principio che dovrebbe essere ovvio e che, a quel punto, era diventato necessario chiarire: sarebbe stato lui a decidere se e quando utilizzare Ronaldo. “Nessuno mi farà cambiare idea”, ha detto, rivendicando la propria autonomia rispetto a CR7 e al suo ingombrante status, ma anche rispetto al presidente federale. Poco dopo Ronaldo ha lasciato lo stadio senza partecipare all’allenamento, sancendo la rottura sui social e rimandando a un altro momento la spiegazione delle sue ragioni. Quindi il ritorno su un jet privato.
Una questione di ego
La distanza tra le due scene è enorme. Da una parte Messi, che si gode l’amore del suo Paese mentre viene accompagnato verso l’uscita; dall’altra un capitano che fatica ad accettare il passare degli anni e il proprio calo fisico, gettando la Nazionale in una bufera mediatica e lasciando alla squadra una crisi da gestire. Il punto più triste, ma anche coerente, è che la difficoltà di Ronaldo nel lasciar andare sembra nascere proprio dalle qualità che lo hanno reso irripetibile: la convinzione ferrea di poter essere il migliore e stare al centro di tutto. Anzi, di doverlo essere, sempre. L’ego di Cristiano è stato una forza produttiva straordinaria: ha alimentato disciplina, etica del lavoro, ambizione e dedizione maniacale alla forma fisica. L’ossessione per il rendimento – a partire dai numeri – e per il miglioramento ha riscritto record e spostato limiti, ma ha anche avuto un costo, per lui e per chi gli stava intorno. Lo abbiamo visto nella difficoltà a tollerare le sostituzioni, ad esempio, o nella perenne impressione che una vittoria della squadra potesse contare meno del suo bottino personale.
I segnali erano evidenti anche quando Ronaldo giocava ancora ad altissimo livello. In Italia ricordiamo quel giorno del novembre 2019 in cui Maurizio Sarri lo sostituì al 55’ di Juventus-Milan per far entrare Paulo Dybala: CR7 uscì contrariato, andò direttamente negli spogliatoi e lasciò lo stadio prima della fine, alimentando un polverone mediatico. Nel frattempo Dybala segnava il gol decisivo e Sarri cercava di assorbire la reazione di Cristiano, parlando ai media di un problema fisico. Degli stessi anni si ricorda ad esempio la discussione sulle punizioni, in una squadra che aveva specialisti come Pjanić e lo stesso Dybala: un tema che mostrava quanto fosse difficile separare le gerarchie tecniche dal peso del suo status.
Negli ultimi anni questa difficoltà è diventata un problema strutturale per il Portogallo. La Nazionale ha continuato a sfornare giocatori offensivi di qualità, ma il dibattito ha continuato a ruotare attorno alla necessità di garantire a Ronaldo un ruolo centrale. L’ultimo Mondiale ne ha offerto un esempio evidente. Contro la Croazia, nei sedicesimi, Cristiano ha segnato il rigore del pareggio, ma è stato poi sostituito, tra smorfie di incredulità e sguardi rivolti all’allenatore. Gonçalo Ramos, entrato in precedenza, ha deciso la partita al 94’ con il gol del 2-1. Nella gara successiva, quella dell’eliminazione per mano della Spagna, Ronaldo è rimasto in campo fino alla fine e Ramos non si è mai alzato dalla panchina.
La triste fine di CR7 con la Nazionale
Sono singoli episodi, e se ne potrebbe stilare una lunga lista, a partire dagli anni con il Real Madrid, e fino ai casi più recenti in Arabia Saudita. Il punto è che ridimensionare il ruolo di Cristiano Ronaldo è sempre stato difficile, dentro e fuori dal campo. E quando il calo fisico e il tramonto della carriera lo hanno reso necessario, il processo si è trasformato in uno scontro. Il Portogallo gli ha riconosciuto spazio, fiducia e rispetto ben oltre il momento in cui la sua superiorità sugli altri attaccanti poteva essere considerata indiscutibile - ma ora che Jorge Jesus ha provato a distinguere il valore della sua carriera dalle esigenze della squadra, la risposta è stata quella che abbiamo visto nelle ultime ore.
È qui che Ronaldo sembra non essere riuscito a fare l’ultimo passaggio della propria carriera: accettare che dare tutto al Portogallo potesse significare anche giocare meno, contribuire senza essere il protagonista. Un cambiamento con cui altri campioni della sua generazione, ad esempio Luka Modric, sembrano aver trovato un modo più sereno di convivere. Ma forse un saluto più umile era troppo da chiedere a CR7. E sta anche a noi, in fin dei conti, accettare le luci e le ombre di un carattere che lo ha portato a brillare così a lungo, ma che ora rischia di consegnarci un finale triste. Nessuna rottura potrà cancellare ciò che Ronaldo ha rappresentato per il calcio e per il Portogallo, ma il modo di andarsene entra inevitabilmente nell’eredità di un fenomeno generazionale, e una carriera come la sua meritava un saluto diverso.



























































