
L'estetica sempre più malinconica di Luciano Spalletti I risultati deludenti della Juventus stanno cambiando la percezione di uno degli allenatori più riconoscibili anche per il suo stile
Ogni allenatore ha una sua estetica ben definita e Luciano Spalletti non fa eccezione. La testa rasata, così lucida da incutere rispetto, quasi fosse un sergente. Gli occhi capaci di guardarti dentro, grazie a uno sguardo di rara profondità. I completi giacca e cravatta, sempre impeccabilmente aderenti a un corpo asciutto ma tonico. Una forza che, come rivendica orgogliosamente lui stesso, non nasce dalle ore trascorse in palestra, ma da una vita passata a lavorare la terra e ad allevare animali. E poi quella cadenza toscana, che gli permetterebbe di farla franca con un sorriso anche dopo aver pronunciato la peggiore delle cattiverie.
Dalla Nazionale alla Juventus, la percezione di Spalletti cambia
C'è però un tratto ricorrente nella carriera di Spalletti: raramente lo abbiamo visto sorridere. O meglio, all'inizio della sua avventura alla guida di una squadra sembra sempre felice, ma una volta cominciato il lavoro è davvero difficile sorprenderlo in un momento di genuina spensieratezza. È capitato, per carità. A San Pietroburgo corse in campo a petto nudo, nonostante il freddo gelido, per festeggiare il primo titolo della sua carriera. È successo nel 2018, quando riportò l'Inter in Champions League, e nel 2023, quando restituì lo Scudetto a Napoli. Per il resto, ci restano in testa le sue massime, i litigi con i calciatori, le sfuriate a fine partita contro gli allenatori avversari, i momenti cringe e le polemiche in televisione. Occasioni in cui Spalletti non arretra di un millimetro e, con una dialettica da poeta, finisce per mandare all'aria qualsiasi tentativo di rispettare la scaletta. Si perde in discorsi fiume, sembra smarrire il filo del ragionamento per diversi minuti, salvo poi ritrovare sempre una conclusione. A modo suo, naturalmente.
Oggi, alla Juventus, questa sua estetica malinconica si fa sempre più evidente. Colpa dei risultati, ovviamente. Da quando ha preso il posto di Igor Tudor sulla panchina bianconera, Spalletti non è ancora riuscito a restituire alla squadra quella grandezza e quella nobiltà che appartengono alla storia del club. La Juventus ha mancato la qualificazione in Champions League nella scorsa stagione e i risultati di questa prima parte di campionato sono al di sotto delle aspettative. È passato un anno da quando il club ha ufficializzato il suo ingaggio e, ripensando alla felicità di quel momento, sembra quasi incredibile digitare il suo nome su Google e trovare «esonero» come primo suggerimento. Spalletti è ormai immerso in un'immagine sempre più triste, fatta di sguardi persi nel vuoto, dialoghi con sé stesso e riflessioni interiori che sembrano lacerargli l'animo. Il tutto mentre indossa abiti sartoriali di Armani con la naturalezza di chi non ha mai indossato altro. Tanto da essere diventato un'icona di stile nel calcio: per aver riportato i cappotti lunghi a bordo campo ma anche per guidare la fila degli allenatori innamorati delle adidas Copa Mundial.
Spalletti non è cambiato, è cambiato il nostro sguardo
La malinconia ha sempre fatto parte dell'estetica di Spalletti, ma gli ultimi anni non hanno fatto altro che accentuarla. L'esperienza in Nazionale è stata traumatica, chiusa con lui, solo in conferenza stampa, ad annunciare il proprio esonero. La Juventus doveva rappresentare una ripartenza, l'occasione per rivendicare il suo status di allenatore da grande squadra. Uno scenario che, almeno per il momento, non si è concretizzato. E la sua immagine, inevitabilmente, ne risente. O meglio, ne risente la percezione che abbiamo di lui. Le sue sopracciglia aggrottate ci ricordano più lo Zio di Scuola di ladri che un uomo capace di incutere timore. La barba brizzolata ci appare più trasandata, anche se è sempre stata lì, lasciata crescere liberamente, ad accompagnare un pizzetto dal baffo minimale e una mosca verticale.
Eppure Spalletti è sempre lo stesso uomo, prima ancora che lo stesso allenatore. Oggi ci sembra diverso perché assomiglia a un personaggio sconfitto dagli eventi, costretto dai risultati del proprio lavoro a camminare a testa bassa. Ma non è necessariamente così. Il calcio, del resto, non è una scienza esatta e tutto quello che abbiamo scritto finora potrebbe essere smentito nel giro di una settimana, se la Juventus dovesse vincere le prossime partite. A quel punto, la malinconia di Spalletti tornerebbe a essere un tratto distintivo positivo. Il suo sguardo perso nel vuoto diventerebbe il segno di un uomo riflessivo, capace di trovare la soluzione giusta grazie alla propria calma. Il suo furore agonistico a bordo campo verrebbe celebrato come la prova del suo attaccamento al progetto. A quel punto però dovremmo ricordarci che Spalletti non è cambiato. È cambiato soltanto il nostro sguardo su di lui.







