Come il calcio italiano aggira il divieto di pubblicità delle scommesse Sfacciatamente, cambiando nome alle cose

“Non c’è la percezione che ci sia il divieto alla pubblicità sulle scommesse”. Lo ha detto Umberto Calcagno, presidente dell’AIC (Associazione Italiana Calciatori), durante un’audizione al Senato la scorsa settimana, in cui ha dato voce a qualcosa che chi segue il calcio italiano conosce fin troppo bene: la presenza dei messaggi legati al betting, che continuano a raggiungere tifosi e telespettatori prima, durante e dopo le partite, nonostante il divieto introdotto dal Decreto Dignità. Il giorno precedente, davanti alla stessa commissione, Ezio Simonelli (presidente della Lega Serie A) aveva espresso un parere diametralmente opposto, invitando a superare quel divieto, a suo parere penalizzante per i club e, più in generale, per il movimento calcistico italiano.

È un tema discusso da tempo, tornato di particolare attualità negli ultimi mesi. In estate, mentre il nome di Andrea Pirlo circolava per la panchina della Nazionale, il suo ruolo di ambassador del bookmaker russo Fonbet è diventato un caso mediatico e politico. A luglio, poi, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) ha inserito alcuni domini di Fonbet nell’elenco dei siti di gioco non autorizzati in Italia. Con la presentazione delle nuove maglie dei club per la stagione 2026/27, poi, è arrivato uno dei momenti dell’anno in cui le sponsorizzazioni diventano impossibili da ignorare. Nell’attuale Serie A l’Inter porta Betsson.sport sul petto, la Roma Eurobet.live e il Monza DAZN Bet Club, mentre sulle maglie di Lazio, Parma, Torino, Atalanta e Lecce compaiono rispettivamente Kaiyunsports.news, AdmiralBet.news, bet365 Scores, SNAIFUN e BetItalyPay. Non tutti questi marchi offrono lo stesso servizio – ad esempio, BetItalyPay si occupa di pagamenti digitali – ma tutti mantengono riconoscibile il legame con il mondo delle scommesse.

Il caso True Data e la promozione indiretta delle scommesse

All’inizio di settembre la discussione ha coinvolto anche la Lega Serie A. La sua campagna True Data, pensata per valorizzare i dati ufficiali delle partite, si chiudeva con la frase: “Se i dati non sono ufficiali, la tua scommessa è meno sicura”. L’ADM ha contestato il messaggio, definendolo una forma indiretta di promozione del gioco e chiedendo l’interruzione. Al di là dello spot, colpisce il punto di partenza della campagna: per promuovere e difendere i propri dati, la Lega si rivolge indistintamente al proprio pubblico come potenziali scommettitori.

Basta attraversare un confine perché le regole cambino. Nella trasferta contro il Real Madrid di inizio settembre, l’Inter ha giocato senza Betsson.sport sulla maglia, nel rispetto delle restrizioni spagnole. In Inghilterra, invece, dalla stagione 2026/27 i club di Premier League hanno detto addio ai marchi delle scommesse sul fronte delle divise da gara. In Brasile intanto il tema è diventato in questi giorni uno scontro elettorale: il presidente Lula ha appena firmato, a pochi giorni dal voto, una drastica stretta al gioco d’azzardo e alle sue sponsorizzazioni, mentre dall’opposizione Flavio Bolsonaro ha chiesto una distinzione tra casinò online e scommesse sportive. Per il calcio brasiliano – dove i marchi delle agenzie di scommesse occupano le maglie di quasi tutti i top club, gli stadi e perfino i nomi delle competizioni – si profila un vero e proprio terremoto finanziario.

Come funziona il Decreto Dignità?

Tornando all’Italia, l’articolo 9 del Decreto Dignità vieta “qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro”, e dal 2019 tale divieto si applica – in linea teorica almeno – anche alle sponsorizzazioni. Una norma appena entrata in vigore è intervenuta invece sul trattamento fiscale di alcune sponsorizzazioni legate al gioco, senza però intaccare il divieto. Com’è possibile, allora, che sulle maglie della Serie A continuino a comparire marchi riconducibili al betting? E in generale che il mondo delle scommesse sia così presente, e così esplicito, nell’ambiente calcistico?

La risposta sta, prima di tutto, in ciò che lo sponsor dichiara di offrire. Betsson.sport si presenta come una piattaforma di contenuti sportivi, Eurobet.live viene descritto dalla Roma come servizio di risultati in tempo reale e statistiche, SNAIFUN un’app con notizie, quiz e pronostici, e via dicendo. A comparire sulle divise non sono quindi i siti su cui è direttamente possibile scommettere, ma le loro declinazioni “infotainment”, un ibrido tra informazione e intrattenimento. Nel caso della Lazio, al precedente e controverso accordo con Polymarket, concluso ad agosto, è seguito quello con Kaiyunsports.news, che si inquadra nelle stesse logiche dei casi già citati. E così, il nome di chi opera nel betting continua a circolare e promuoversi davanti al pubblico.

Quanto pesa il betting sull’economia del calcio

La distinzione fra le attività è decisiva per presentare ufficialmente questi accordi come sponsorizzazioni dell’informazione sportiva, ma agli occhi di chi osserva il legame con la promozione delle scommesse è fin troppo evidente. Lo aveva riconosciuto già nel 2023 il ministro dello Sport Andrea Abodi, sostenendo che il divieto andasse rivisto e parlando di “comunicazione parallela degli stessi siti”, che invitano comunque a scommettere.

Secondo un report del 2025 pubblicato dalla FIGC, le somme puntate sulle partite di calcio in Italia hanno superato i 16 miliardi di euro annui. Si tratta del volume complessivo di gioco nel Paese, non dei ricavi dei club, ma è un dato - cui si potrebbero sommare scommesse su altri mercati, casinò online, slot machine, e via dicendo - che aiuta ad avere una misura del mercato da cui arrivano tali investimenti. Le scommesse, del resto, erano già una fonte importante di sponsorizzazioni prima del Decreto Dignità: nella stagione 2017/18, secondo Lega Serie A, dodici club su venti avevano accordi con aziende del settore. Il divieto ha cambiato la forma di quelle partnership, ma non il loro valore economico. Oggi, secondo le stime riportate da La Gazzetta dello Sport, Betsson.sport versa all’Inter circa 30 milioni di euro all’anno, mentre l’accordo tra Roma ed Eurobet.live ne vale circa 13.

Quote, pronostici e bookmakers entrano nel racconto del calcio

Il fenomeno, come anticipato, va ben oltre l’Italia. Secondo un’inchiesta di Investigate Europe, nella stagione 2024/25 il 67% dei club dei massimi campionati dell’Unione Europea e del Regno Unito (296 su 442) aveva almeno uno sponsor legato al gioco; e nello stesso periodo, nel campionato inglese i marchi delle scommesse hanno investito circa 125 milioni di euro per comparire sulle maglie. Sono risorse difficili da sostituire, in Italia come all’estero. E il solo fatto che top club come Inter e Roma scelgano di associarsi a un settore così controverso racconta molto sul peso che queste sponsorizzazioni hanno ormai nell’economia del movimento.

Un altro passaggio di promozione, poi, avviene fuori dal campo, nei programmi sportivi e sui siti di informazione, anche qui in forma ampiamente esplicita. Le linee guida di Agcom differenziano la promozione del betting dai servizi che “confrontano le quote di diversi operatori”: un distinguo che ha aperto un’altra via, questa in ambito mediatico, per aggirare le restrizioni. Le comparazioni devono avere carattere informativo, e cioè rispettare criteri di “misura, trasparenza e assenza di enfasi promozionale” – ed ecco come quote, pronostici e nomi dei bookmakers entrano nel racconto ordinario delle partite, attraendo il pubblico e abituandolo a pensare alla scommessa come a un’estensione naturale del gioco. D’altronde, se perfino l’organizzatore del campionato – la Lega Serie A, attraverso la campagna True Data di cui sopra – tratta il gioco d’azzardo come parte dell’esperienza di chi segue la Serie A, non stupisce che lo facciano anche le realtà che orbitano attorno.

Fatto il Decreto, insomma, si è trovato – senza troppe difficoltà o resistenze – il modo di aggirarlo. E sfacciatamente, lasciando alla luce del sole l’inutilità delle norme in materia e l’ipocrisia con cui il calcio italiano si dichiara – ricordando di giocare responsabilmente – sensibile al tema della ludopatia. Le risposte della politica si sono intanto evolute in direzioni diverse, tra chi propone di andare oltre un divieto che non produce effetti concreti, e chi caldeggia un’ulteriore  stretta, affrontando le forme alternative adottate dai bookmakers come comparazione quote e infotainment sportivo.

Nel frattempo, come anticipato, una modifica fiscale è appena diventata legge. La legge 166, pubblicata il 25 settembre 2026, rende non deducibili le spese per le sponsorship sostenute da soggetti riconducibili a operatori che forniscono informazioni sul gioco o servizi di comparazione quote. Per chi rientra in questi casi, sponsorizzare un club diventerà quindi meno conveniente, in quanto la spesa non potrà più essere sottratta dal reddito imponibile.

La misura potrebbe scoraggiare alcuni accordi, ma da sola non farà sparire i marchi dalle maglie né risolverà la contraddizione di fondo. Se si vuole impedire che la pubblicità delle scommesse raggiunga il pubblico del calcio italiano, occorre affrontare anche le forme in cui oggi si presenta; se invece si ritiene che quelle sponsorizzazioni possano avere spazio, bisogna stabilirne apertamente i limiti. Lo stato attuale è il più difficile da sostenere: il divieto resta scritto nella legge, mentre i nomi che dovrebbe tenere lontani continuano a occupare le divise e il racconto delle partite.

Continua a leggere