
Naomi Osaka sta cambiando il tennis Uno spazio di espressione tra moda, identità e nonconformismo
Sports
10 Settembre 2026
10 Settembre 2026
Esistono varie forme di anticonformismo. Quello critico, solitamente più politico e sociale, che spesso sfocia in attivismo, ma anche quello di facciata, dal valore puramente estetico e dettato dalla voglia di opporsi idealmente alla maggioranza. Poi, c’è l’anticonformismo di Naomi Osaka, genuino e pienamente originale. La tennista giapponese ha da sempre sfruttato il campo da gioco per esprimere sé stessa, comunicare i propri messaggi e definire le proprie origini, servendosi soprattutto di capi personalizzati figli di collaborazioni con i più celebri fashion stylist al Mondo.
Naomi Osaka e l’omaggio ad Allen Iverson
L'edizione 2026 US Open non fa eccezione. A New York, Nike per i propri atleti di punta ha optato per un richiamo alla pallacanestro, sull’onda del recente successo NBA dei Knicks. L’overlay in rete di Aryna Sabalenka e la jersey cestistica di Carlos Alcaraz rendono un omaggio anche cromatico alla franchigia NBA locale, così come il due pezzi (disponibile in bianco o nero) di Osaka, composto di un tank top smanicato di stampo cestistico e da una gonna dotata di una rete interna - concettualmente collegata all’originale longsleeve Radical AirFlow che ha deciso di non indossare.
La tennista giapponese però si è spinta oltre, aumentando al quadrato l’ispirazione al basket. Durante il suo primo ingresso in campo, Osaka ha indossato una vera a propria tunica grigia con un pesante cappuccio, sovrastante una gonna in tulle bianco e impreziosita da articoli di giornale cuciti dove erano stampati momenti cruciali della sua carriera. Una volta rimossi questi layer, opera del marchio newyorkese Who Decides War su commissione dello stilista Law Roach, le trecce raccolte sotto la fascia rossa e nera, unendosi all’outfit Nike nella sua versione nera, hanno reso chiaro l’omaggio ad Allen Iverson, leggenda NBA che si è contraddistinta per questo look ai Philadelphia 76ers. Iverson stesso ha apprezzato la reference, scrivendo sui social di sentirsi onorato e di essere un grande fan di Osaka, fino a dichiararsi impaziente di incontrarla.
Anche appena prima dell’eliminazione, inoltre, la tennista e Roach hanno collaborato con KidSuper, marchio newyorkese dello stilista Colm Dillane, per creare un capospalla raffigurante una scena in una colorata lavanderia a gettoni. Si tratta ancora una volta di un richiamo allo stile di Iverson fuori dallo spogliatoio, così come di stampo cestistico è la fascia per capelli con un logo parallelo a quello NBA, ma con una tennista in battuta al posto della silhouette dell’ex cestista Jerry West.
Iverson e la lotta contro l’establishment
Quella di omaggiare Allen Iverson non è una scelta scontata. Il cestista è stato a lungo il volto della lotta all'establishment nello sport, specialmente a cavallo del nuovo millennio. Nel 2005, per esempio, il commissioner NBA David Stern impose un dress code secondo il quale sarebbe stato obbligatorio un abbigliamento business casual, in particolare per i giocatori sospesi o infortunati seduti in panchina, pena delle multe da migliaia di dollari. Ad essere vietati erano shorts, t-shirt e capi corti in generale, oltre a collane, gioielli, occhiali e cuffie, queste ultime al di fuori dello spogliatoio.
Questa fu vista da molti come una Allen Iverson rule, poiché il giocatore da sempre si era sempre contraddistinto - e ha comunque continuato a farlo nonostante le multe - per esprimere la propria identità in quanto individuo. Ma specialmente in quanto individuo afroamericano, tramite un abbigliamento e uno stile del quale facevano parte anche i classici cornrows riproposti da Osaka - insieme a tatuaggi, gioielli e vestiti oversize. La natura hip hop e rap della sua figura hanno reso Iverson un’icona del tempo, nonché un pioniere dello streetwear divenuto esteticamente dominante per la NBA negli anni successivi, fino ad oggi, dimostrando quanto la regola di Stern fosse inopportuna - e, con un’analisi retrospettiva, di matrice razziale.
L’anticonformismo di Osaka
Naomi Osaka condivide con Iverson questa dimensione. Intanto, la tennista tramite i propri capi ha sempre espresso alcuni tratti della propria personalità o della propria eredità culturale, divisa tra la madre giapponese e il padre haitiano con cittadinanza statunitense. Il recente kimono bianco di Wimbledon, per esempio, è stato un evidente omaggio al Giappone, dove è nata e che ha rappresentato a livello internazionale, nonostante il vissuto negli Stati Uniti. Eppure, questa forma di espressione non solo è stata criticata, ma ha dimostrato di faticare ancora a passare nel mondo del tennis, nonostante un processo di decostruzione avviato già da icone del settore, su tutte Serena Williams.
Al passato Roland Garros, Osaka ha ricevuto una critica indiretta da Laura Siegemund per aver trasformato il pre-partita in un fashion show, che avrebbe distratto la tedesca e il pubblico dal tennis giocato, mettendo in mostra solo una differenza di trattamento tra gli atleti più e meno famosi nell’ambito di una questione di lunga data sulla gestione dei tempi morti. Durante il precedente Australian Open, per gli stessi motivi, il commento della BBC aveva definito di cattivo gusto la scelta della tennista di indossare l’iconico look ispirato alle forme di una medusa. Un’edizione particolarmente rumorosa per Osaka, la quale è anche stata accusata di condotta antisportiva da Sorana Cirstea alla fine di un match vinto dalla giapponese, che per caricarsi avrebbe urlato troppo rumorosamente in svariate occasioni tra la prima e la seconda di servizio dell’avversaria. Osaka alla fine della vicenda si è scusata, ma non prima di essersene uscita con una risposta provocatoria ai microfoni subito dopo la fine della partita, facendo del sarcasmo sulle lamentele di Cirstea.
Comportamenti come questo attingono dal repertorio di Allen Iverson, ma Osaka ha preso parte anche ad altre battaglie più ampiamente sociali e politiche. Una multa da quindicimila dollari è arrivata per la giapponese nel 2021 a Parigi per aver deciso di non prendere parte alla conferenza stampa dopo la vittoria al primo turno e per aver annunciato l’intenzione di boicottare l’appuntamento con i microfoni per tutto il torneo. Al centro della questione, le sue difficoltà dovute a ansia e depressione sofferte dopo la vittoria dello US Open nel 2018, rivelate soltanto in seguito per spiegare il suo comportamento - e il conseguente ritiro dopo le minacce della Federazione francese -, non senza sottolineare l’intenzione di spingere verso un cambiamento. Ancora prima, nel 2020, Osaka aveva trionfato allo US Open indossando maschere nere dove si potessero leggere i nomi, uno diverso per ogni turno, di vittime di ingiustizie razziali e di abusi da parte della polizia, prendendo di fatto parte al movimento Black Lives Matter.
Lo US Open 2026 tra tennis, moda e controversie
Nella bolla tennistica, dove il gioco deve restare sempre al centro di tutto e dove gli atleti, complice anche la natura aristocratica dello sport, raramente si espongono, quelle di Osaka sono variazioni raffinate e uniche di anticonformismo genuino. In quanto tale, però, questo anticonformismo non è privo di quelle che si potrebbero definire incoerenze - pur senza darne un’accezione negativa, proprio perché la creatività personale non sempre segue una logica.
Per esempio, Osaka ha preso parte all’appello riguardante gli influencer invitati al torneo dalla USTA e in generale il pubblico di questo US Open, chiedendo di rispettare un’etichetta propria da sempre di questo sport, che richiede massimo silenzio e minimo disturbo, specialmente visivo. Proprio nel corso di un match della tennista giapponese a Flushing Meadows, la giudice di sedia designata ha ripreso numerosissime volte gruppi di spettatori sugli spalti tanto per il rumore, quanto per l’utilizzo di ring light durante lo svolgimento degli scambi. Video di persone intente a fotografarsi con flash o a effettuare riprese di gruppo parlando a voce alta sono divenuti virali.
Questo ha provocato un effetto cascata che ha portato, in primo luogo, a una condanna mediatica della USTA per gli oltre cento accrediti forniti a content creator digitali per promuovere il torneo. Poi, addirittura, al drastico annuncio da parte dell’All England Club di Wimbledon di non riconoscere più l’accredito per influencer e creator, proibendo anche l’accesso a strumenti multimediali che possano disturbare il gioco.
La voce di Osaka, autorevole in quanto due volte vincitrice del torneo e molto popolare a New York, non è stata l’unica. Anzi, si è sommata all'appello di altre icone di casa come Coco Gauff e Jessica Pegula, così come a quello di un altro volto molto noto come Daniil Medvedev. Tutti i nomi in questione hanno riconosciuto l’importanza dei creator nell’aumentare la popolarità tanto del torneo quanto dello sport, invitando però a rispettare anche l’etichetta e la rigida disciplina dietro al tennis. Se si aggiungono le lamentele da parte di Aryna Sabalenka sull’odore di marijuana, dovuto alla presenza dei campi da gioco all’interno del Flushing Meadows-Corona Park, aspetto non controllabile dall’organizzazione ma comunque percepito come una mancanza da parte di essa, l’idea è che il caos regni sovrano allo US Open e che il tennis stia vivendo un apparente decadimento culturale.
Come sta cambiando il tennis?
La questione si può leggere in una chiave leggermente più complessa. Le persone presenti nei video virali, intanto, non sono state riconosciute ufficialmente come creator accreditati dalla USTA, una categoria rigidamente istruita nei mesi antecedenti a questo US Open. In parole povere, si tratterebbe di una fetta di pubblico generalista poco consapevole dell’etichetta tennistica, logica conseguenza di due principi tra loro collegati: il costo dei biglietti è sempre più elevato, il che necessariamente rende l’evento meno accessibile al pubblico comune, magari genuinamente interessato, e più a quello dotato dei mezzi ma non dell’interesse, presente solo per godersi uno show che esula dal gioco; questo, a sua volta, è un effetto della nuova popolarità raggiunta dal tennis, che trascende la dimensione sportiva e si intreccia con moda, alta cucina, luxury e via dicendo.
Un tale livello di spettacolarizzazione del mondo intorno al tennis è una cosa nuova e, in quanto tale, percepita come negativa da una sfera di addetti ai lavori puristi e soprattutto da organi istituzionali tradizionalisti. Ma è una spettacolarizzazione inevitabile proprio a causa delle celebrità di questo sport, tra cui le stesse Sabalenka e Osaka, le due tenniste del circuito WTA con più seguito sui social media nonché le più influenti della propria generazione.
Guardando solo allo US Open della giapponese, per esempio, oltre al doppio omaggio ad Iverson sono da menzionare gli altri outfit sfoggiati all'ingresso in campo: al secondo turno, una giacca di Thom Browne, impreziosita da dettagli con racchette incrociate; al terzo turno, un ibrido tra una giacca e una felpa con cappuccio di colore grigio, assieme a un paio di pantaloni wide-leg, opera di Monse. Un vero e proprio fashion show esteticamente appagante e attraente per gli spettatori neutrali, ma indubbiamente sulla linea di quelli già aspramente criticati dalla sfera mediatica tennistica in quanto non conformi a una specifica etichetta. La stessa etichetta alla quale ha richiamato la stessa Osaka, creando una leggera contraddizione, seppur involontaria e assolutamente incolpevole. Dopotutto, il cambiamento spesso non è percepito dai suoi stessi fautori e si rivela tale soltanto retrospettivamente, un invisibile prezzo da pagare per essere un’icona.