
L'ultima Decision di LeBron James Cosa ci ha raccontato la sua firma con i Philadelphia 76ers
Dopo una lunghissima attesa, LeBron James ha finalmente annunciato dove "porterà i suoi talenti": ai Philadelphia 76ers. Lo ha reso noto nel tardo pomeriggio italiano di venerdì 24 luglio, dopo settimane in cui il mondo del basket ha consumato tutta la propria pazienza, aspettando. "Pensavo di aver chiuso quando la stagione è finita", ha raccontato il Re su X, "non ero pronto ad annunciarlo, e sapevo di aver bisogno di tempo per decidere davvero, ma ero abbastanza sicuro di aver giocato la mia ultima partita. Sono stato onesto in quell’ultima conferenza stampa in cui ho detto che dovevo guardarmi dentro e decidere se amavo ancora il basket. Ma amo ancora nel profondo questo gioco, e ho ancora qualcosa da dare".
L’epilogo della sua free agency è stata una "decision", come già accaduto in passato, chiacchierata e controversa. Stavolta più che altro per le tempistiche, estese a tal punto da spingere il commissioner Adam Silver a supplicarlo di accelerare i tempi. "Le squadre ci stanno chiamando, le emittenti ci stanno chiamando", confessava qualche giorno fa il numero uno dell’NBA, alludendo all’impossibilità di completare il calendario della stagione 2026/27 finché James non avesse deciso. Troppi interessi commerciali sul tavolo, ad esempio la scelta delle squadre per l’opening night e le Christmas Games, appuntamenti che da più di vent’anni cavalcano ininterrottamente la popolarità di un uomo diventato più grande delle franchigie per cui gioca, e forse dell’NBA stessa. Silver racconta che "la nostra risposta è stata sempre la stessa: stiamo aspettando LeBron". Nessun tentativo di nascondere una verità fin troppo evidente, cioè l’influenza che ancora oggi LeBron Raymone James, 41 anni e mezzo all’anagrafe, 23 stagioni NBA all’attivo, può esercitare sulla lega e su tutto ciò che le ruota attorno. Incluso un deal da 76 miliardi di dollari con i broadcaster.
Perché LeBron James ha firmato con Philadelphia
In queste settimane è successo e si è detto di tutto, tra i leak fuorvianti direzione Miami e Golden State, la suggestione di un altro ritorno a Cleveland, la possibile partnership con Stephen Curry e Draymond Green, i flussi anomali di puntate su Polymarket, l’agente Rich Paul che stila la lista delle concorrenti su una lavagna, il peso della famiglia nella decisione, e si potrebbe andare avanti all’infinito. Tutti validi motivi per cui Philadelphia fino a ieri sembrava un’outsider nella corsa, con Las Vegas che la presentava come terza o quarta favorita, con ampio distacco dalle prime due.
E invece LeBron non ha scelto pensando alla prossima città in cui vivere - altrimenti sarebbe già a Miami o San Francisco. E non ha dato troppo peso ai soldi, firmando un biennale da soli 8 milioni di dollari al minimo salariale, né agli affetti, ovvero la sua Cleveland o un trasferimento più breve possibile per la figlia di 12 anni, tema di cui recentemente ha parlato in più di un’occasione. Ha prevalso la voglia di competere e provare ancora a vincere. Ha prevalso il LeBron agonista, come conferma lo stesso tweet di ieri. "Non sto inseguendo i soldi. Non sto inseguendo la famiglia. Per cosa sto lottando davvero, a questo punto? Voglio ancora sacrificarmi. Voglio ancora lavorare. Voglio ancora sgobbare. Voglio ancora competere, vincere, avere una possibilità di provare le sensazioni di un altro titolo."
Come cambia il futuro dei 76ers e della NBA
In Pennsylvania si unirà a un nucleo reduce dalle semifinali della Eastern Conference, le ennesime da quando è arrivato in città Joel Embiid ed è iniziato The Process, senza riuscire mai, però, a superare quel maledetto secondo turno. Figurarsi a raggiungere una serie di NBA Finals, che mancano dal 2001 e dai tempi di Allen Iverson, mentre per risalire ai due titoli vinti dalla franchigia si deve andare indietro fino al 1983 e al 1967, oltre a quello del 1955, quando erano ancora i Syracuse Nationals. Ricordi distanti generazioni.
Grazie ai movimenti delle ultime settimane Philly è riuscita ad allestire un roster con cui la franchigia si è assicurata, nell’ordine, Jaylen Brown via trade dai Celtics, un posto da contender nella prossima Eastern Conference, e infine LeBron James. Al loro fianco ci saranno i big two Joel Embiid e Tyrese Maxey, e un giovane di grande avvenire come VJ Edgecombe. Un quintetto che, sulla carta almeno, lascia spazio per sognare in grande. “Credo di poter contribuire a rendere i 76ers una squadra da titolo”, conferma LeBron, dicendosi “entusiasta di dare stimoli a una nuova fanbase e iniziare questo incredibile viaggio per l’ultima volta”.
Certo, LBJ non è più quello dei tempi di Miami e Cleveland, o dei primi anni a Los Angeles, per quanto Father Time continui a sembrare impotente al suo cospetto. Chi però lo aspettava al varco nell’ultima stagione con l’etichetta di washed - “bollito” diremmo noi - è rimasto ancora una volta deluso, con numeri ancora ampiamente da All-Star: 20.9 punti, 7.2 assist e 6.1 rimbalzi in 33 minuti di utilizzo medio. A cui aggiungere la leadership che porta in dote, per cui non servono presentazioni, l’ulteriore appeal che garantisce ai Sixers sul mercato, e un’eco mediatica che magari non vincerà i titoli, ma che i vertici della franchigia non disprezzeranno affatto.
Di certo c’è la soddisfazione del suo prossimo coach, Nick Nurse, che proprio ieri compiva 59 anni, e di tutti quelli che hanno festeggiato pubblicamente la notizia. Maxey che impazzisce in diretta sui social, Iverson che ha commentato "I love life", Edgecombe che ha ricreato il celebre meme "Can't believe this my life", e addirittura il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, che ha proclamato ufficialmente il “LEBRON JAMES DAY”.
LeBron James e il controllo della propria narrazione
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Le settimane di attesa appena concluse si inseriscono così in un filone narrativo già ben noto. Tra i temi che albergano perennemente nei dibattiti su LeBron, e che spesso ne inquinano l’immagine, un po’ da sempre c’è il suo modo di teatralizzare le scelte nelle estati in cui ha cambiato maglia. Il suo enorme impatto al processo di player empowerment dei giocatori NBA - che piaccia o meno, e molti non hanno apprezzato - è passato anche da qui. "Spero che i fan che sono stati al mio fianco sin dal primo giorno, rimangano ancora con me", ha detto ieri, dopo l’ufficialità del suo passaggio a Philadelphia. "E anche per gli hater di LeBron, non vedo l'ora anche per loro”.
Nell’arco dei decenni l’universo popolato dai suoi hater si è sovrappopolato a dismisura, a volte facendo quasi passare in secondo piano il LeBron giocatore - vale a dire il miglior realizzatore nella storia dell’NBA, il protagonista praticamente di quattro carriere da Hall of Famer, uno dei migliori in assoluto nella storia del gioco, nonché il detentore delll’ancora più assurdo record realizzato condividendo il campo con il figlio Bronny - rispetto al LeBron personaggio, al LeBron narcisista, al LeBron catalizzatore, insaziabile, di attenzioni. Del resto, è abbastanza impossibile dimenticare The Decision, lo show televisivo con cui ha "portato i suoi talenti a South Beach", cioè a Miami, nell’estate 2010. Un modus operandi che James stesso, ad anni di distanza, ha condannato, ma che a quanto pare non riesce del tutto ad abbandonare.
Luglio 2026 ha riflesso la stessa tendenza, con un prolungamento del pathos e luci dei riflettori rimaste puntate su di lui per almeno una decina di giorni più del necessario. Meno peggio di quanto visto in passato, d’accordo, e di sicuro dell’ottobre 2025, quando aveva caricato di hype la decision of all decisions, con il possibile ritiro dal basket giocato sullo sfondo, e che invece svelava una partnership con Hennessy, marchio di cognac. Ma è stata un’altra dimostrazione di quella irresistibile fascinazione per le prime pagine dei giornali, passando per settimane in cui si sono create, diffuse e smontate tonnellate di indiscrezioni, tra cui la più esilarante: la conferenza stampa di presentazione annunciata erroneamente dal canale YouTube dei Miami Heat. Chissà cosa stava accadendo dietro le quinte: forse stava aspettando la fine dei Mondiali di calcio, forse che si scomodasse addirittura Adam Silver, o forse ha davvero, semplicemente, ponderato a lungo la sua scelta. Ma dopo tutti questi precedenti, come dice il proverbio, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio.
LeBron James è sempre stato uno storyteller, con una mania ossessiva di controllo della narrativa che lo circonda. Ha sempre voluto scrivere la propria storia con le proprie parole, farla guardare attraverso i propri occhi. E l’ha sempre voluta scrivere a proprio modo, e così sarà fino all’ultimo minuto sul campo, che prevedibilmente sarà preceduto da un farewell tour che porterà tributi e polemiche in egual misura. Nel mentre, però, c’è ancora un po’ di quello che in fin dei conti gli viene meglio: giocare a basket, e facendolo, riscrivere la storia del gioco. Vincere un quinto titolo in carriera vorrebbe dire eguagliare Kobe Bryant, Tim Duncan e Magic Johnson, portarsi a meno uno da Michael Jordan, e dopo la scelta di Philadelphia sappiamo per certo che questo è il suo obiettivo. Farlo da protagonista a 42 anni, neanche a dirlo, vorrebbe dire entrare in una landa inesplorata. "Sarà divertente", anticipa LeBron, e su questo ci sono pochi dubbi.




















































