Storia del font della Nazionale norvegese L’alfabeto runico richiama le origini norvegesi della nazionale scandinava

La Norvegia è la Nazionale più rumorosa del Mondiale 2026. Letteralmente. Migliaia di tifosi scandinavi hanno prima invaso gli spazi statunitensi, da Boston alla metropolitana di New York City e Times Square, poi sono debordati globalmente su Internet gridando una semplice parola di due lettere: ro. Presa da sola, si può tradurre semplicemente con calma o riposo. Contestualmente, invece, å ro significa remare, l’atto simulato dalla calca di supporter distribuiti su file ordinate, come seduti su un banco di voga all’interno di uno scafo, richiamo alle imbarcazioni vichinghe. 

La trovata è un’improvvisazione, non si fonda su testimonianze storiche e ricalca un’altra usanza scandinava che ha conquistato il mondo del calcio, il celebre Viking Clap islandese durante Euro 2016. Ma è geniale, perché unisce alla perfezione le radici storiche della nazionale al contesto. Ro!, puramente in termini di wording, è comunicativamente ideale per adattarsi all’inglese, dove l’atto di remare è espresso dal verbo to row. Inoltre, il richiamo alle radici norrene è anche funzionale, ricordando la colonizzazione vichinga delle terre americane nel decimo secolo dopo Cristo, quasi cinquecento anni prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo. 

Questo sìnolo tra la concretezza dell’ancestrale substrato storico e la domanda di viralità da parte di un nuovo mondo globale e globalizzato - incontrata dai calciatori stessi, impegnati a remare in campo dirimpetto alla propria tifoseria per festeggiare la vittoria per 3 a 2 contro il Senegal - ha fatto anche il successo estetico dei kit Nike della Norvegia in questo Mondiale.

L’origine del font delle maglie norvegesi

Il gancio con l’universo norreno è stato sfruttato da Nike nell’ideazione del font utilizzato per scrivere il nome e il numero dei calciatori sui completi norvegesi. Questo trae ispirazione dagli alfabeti runici, in particolare dalla forma antichissima dell’Alto Futhark, sistema di scrittura convenzionale usato tra il secondo e l’ottavo secolo dopo Cristo dai popoli germanici - tra cui quelli scandinavi - nel corso del periodo migratorio, catalizzatore per lo smembramento dell’Impero Romano d’Occidente.

Il termine runa è una ricostruzione dal proto-germanico che richiama il mondo del segreto, qualcosa di criptico. Linguisticamente, invece, ciascuna runa rientra nella definizione di fonema, l’unità minima di suono in una lingua parlata, mentre nella scrittura la trascrizione è ideografica - una runa rappresenta cioè il concetto dal quale deriva il nome. Futhark, infine, è un acronimo formato dalle prime sei rune nella loro forma fonetica: /f/, /u/, /ð/, /ɑ/, /r/ e /k/. 

Sebbene siano state formulate varie ipotesi sulle origini dell’Alto Futhark e delle rune, la pista Italica ha sopravanzato quella greca e latina. Esistono testimonianze di trascrizioni e sistemi di scrittura riconducibili all’alfabeto runico nell’area etrusca settentrionale e soprattutto nella regione alpina della Rezia, situata tra Svizzera, Austria e Italia del Nord: in particolare, l’alfabeto di Bolzano-Sanzeno, che presenta cinque delle ventiquattro rune dell’Alto Futhark, potrebbe essere il precursore della forma germanica successiva, figlia di un’ibridazione con la scrittura latina dovuta al dominio romano esteso sulle regioni etrusche e venetiche.

Il primo ban della FIFA

Non è la prima volta che l’alfabeto runico viene utilizzato per simboli o icone contemporanei. La multinazionale svedese Ericsson se ne è servita per creare il logo della nuova tecnologia Bluetooth nel 1994, una figura composta dall’intreccio delle rune ᚼ (hagall) e ᛒ (bjarkan), equivalenti alle lettere H e B - le iniziali di Harald Bluetooth, re di Danimarca vissuto nel decimo secolo dopo Cristo.

Il font per ideato da Nike, creatura del Direttore Creativo della sezione di Vancouver, Luis Callegari, prende invece il nome di Harald Typeface. Una prima forma metallizzata e più cartoonesca, fatta di linee verticali dure e bicolori per la composizione di lettere e numeri dagli angoli appuntiti, è stata lanciata nel 2024 e ha debuttato nella scorsa estate durante gli Europei femminili e alla World Cup Under 20, prima di subire un ban dalla FIFA.

Le violazioni del regolamento FIFA sull’estetica dei kit da parte di quel font norvegese erano due, la più plateale delle quali ascrivibile al doppio colore dei numeri di maglia, non ammesso nitidamente dalle linee guida. L’altra rientrava invece nell’area più soggettiva della leggibilità e in parte del formato, dal momento che sono ammessi solo font riconducibili all’alfabeto latino. Quello runico, proprio per le origini ignote, ha una forma leggermente borderline che poteva diventare motivo di discussione, ma un adattamento di Nike per la World Cup ha infine messo d’accordo tutti.

Il font del Mondiale 2026

Callegari e Nike hanno mantenuto la stessa geometria e l’ispirazione all’alfabeto runico, puntando però su un’estetica minimalista. Il doppio colore dei numeri nella sezione dorsale si è traslato nel bianco su fondo rosso della home jersey, un richiamo alla maglia Umbro utilizzata durante le qualificazioni Mondiali nel 1997, dotata di una croce blu navy come quella della bandiera sul pannello frontale. Ma l’unità cromatica è riscontrabile ancora più lucidamente nell’argento sul total bliack del completo away, un richiamo visivo più pulito alla metallizzazione proposta nel concept originario. Il design preserva l’acuminatezza degli angoli che ricorda asce e altri utensili riconducibili al mondo norreno, ampliando le linee in modo da migliorare la leggibilità, mentre l’effetto runa è latinizzato, mantenendo le classiche basi delle lettere solo orizzontali o verticali, mai diagonali - variazione consentita solo in corpo ai vari simboli. 

Nel cognome Haaland, per esempio, il braccio orizzontale della lettera L resta tale, poggiando cioè totalmente sulla base, mentre nella versione del 2024 era composto da una linea diagonale orientata verso l’alto. Nella doppia A, invece, la traversa orizzontale mediana ha un semplice orientamento diagonale, sebbene Nike inizialmente avesse pensato a un totale stravolgimento estetico nella parte superiore, dove l’intreccio con le gambe formava una X chiusa in cima - quasi la forma di una mezza clessidra stilizzata. Il suo numero nove, in aggiunta, ha mantenuto una geometria priva di circolarità, ma ha abbandonato il design originale molto più appuntito e ascendente ai vertici, quasi al punto da chiudersi in un otto. 

Il nome di Haaland non è citato casualmente, sia perché è il volto più rappresentativo di questa nazionale norvegese, sia soprattutto perché incarna questo incontro tra antico e moderno con il quale Nike si è reinventata. L’attaccante del Manchester City ha infatti acquistato per 134.000 sterline la presunta ultima copia esistente dell’edizione del 1594 della Heimskringla, opera epica scandinava di Sturluson Snorri, alla vigilia della competizione, prima di donarla alla biblioteca di Bryne, paese dove l’aspirante capocannoniere della World Cup ha trascorso l’infanzia.

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