
Il Mondiale 2026 è alle prese con una crisi climatica E purtroppo non è una sorpresa
Erano circa le 17:55 di ieri pomeriggio a Philadelphia, le 23:55 della serata italiana, quando è scattato il protocollo di emergenza per attività elettrica nell’area dello stadio. Sugli schermi è comparso l’avviso rivolto agli spettatori, invitati a lasciare gli spalti e cercare riparo, mentre giocatori e staff si chiudevano negli spogliatoi, in attesa. Francia-Iraq sarebbe ripresa due ore più tardi, dopo una sospensione causata da temporali, fulmini, e dal rigido protocollo locale. Niente di nuovo da queste parti, anzi, e infatti qualcuno sui social ha scherzato: Welcome to American sports.
Perché il caldo estremo preoccupa giocatori e tifosi
Per mesi, durante l’avvicinamento alla FIFA World Cup 2026, climatologi, medici sportivi e associazioni dei calciatori avevano lanciato lo stesso avvertimento: giocare un Mondiale in estate tra Stati Uniti, Messico e Canada avrebbe significato esporsi a rischi meteo. Temperature elevate, umidità estrema, fenomeni imprevedibili. E vissute quasi due settimane, oggi le preoccupazioni non sono più previsioni e scenari ipotetici, ma una realtà con cui delegazioni, organizzatori e tifosi stanno facendo i conti.
Da Miami a Monterrey, passando per Texas e Pennsylvania, il clima era ed è uno dei temi più scottanti. Alcune partite sono state disputate in condizioni definite critiche dagli esperti che monitorano lo stress termico nello sport, mentre le pause per l’idratazione sono ormai stabilmente nella routine delle gare, con annessi effetti collaterali. Sugli spalti, nel frattempo, gli spettatori accaldati cercano sollievo: ombra, acqua, aria condizionata, testimonianze da superstiti - e siamo solo all’inizio del lungo viaggio introdotto dal nuovo formato. A maggior ragione ricordando che le prime settimane di luglio, sulla carta, dovrebbero essere quelle climaticamente più delicate.
Cos'è il WBGT e come viene utilizzato
Il primo tema è il caldo, termine che negli sport all’aperto è da leggere attraverso la WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), un parametro che combina temperatura, umidità, radiazione solare e ventilazione per misurare lo stress termico a cui è sottoposto il corpo degli atleti. Ed è proprio su questo indice che si sono concentrate gran parte delle argomentazioni della vigilia, a partire da quelle esposte da FIFPRO, la federazione che rappresenta i calciatori professionisti di tutto il mondo; fino allo studio di Scientific Reports e alle stime di World Weather Attribution.
Secondo un’analisi pubblicata lo scorso weekend su The Guardian, almeno due partite sono già state disputate in condizioni considerate di severe heat, cioè oltre le soglie massime indicate dalla stessa FIFPRO. Si tratta di Arabia Saudita-Uruguay e Svezia-Tunisia, rispettivamente a Miami a Monterrey, che erano considerate tra le sedi più problematiche insieme a Houston e Dallas. Altre quattro partite in presenza di valori simili, invece, si sono disputate in impianti coperti e climatizzati. Nella sfida di Dallas tra Inghilterra e Croazia, ad esempio, all’esterno dello stadio si registravano valori di WBGT di circa 35 gradi, mentre all’interno si è scesi sotto i 25.
Il fatto che una parte del torneo si giochi in strutture climatizzate, però, non elimina affatto il problema. Anzi, ne evidenzia la portata. Perché se alcune partite possono essere disputate soltanto abbassando la temperatura di dieci gradi, diventa difficile ignorare l'elefante nella stanza. Cioè gli interrogativi, non nuovi, sulla sostenibilità delle scelte con cui la FIFA continua a pensare i propri tornei.
Il problema del caldo
In ogni caso, se i dati e gli studi aiutano a misurare il problema, ascoltare chi sta vivendo il Mondiale serve a capire quanto il clima sia diventato un argomento. Lo sanno gli stessi, sfortunati spettatori di ieri a Philadelphia, costretti ad abbandonare gli spalti e attendere due ore per la ripresa di Francia-Iraq. Ma non saranno i soli con un ricordo del genere. Si stanno moltiplicando infatti le voci di chi racconta momenti di difficoltà legati al clima, ad esempio in un reportage da Miami, pubblicato su Reuters, in cui si legge della disperata ricerca di punti d'ombra dentro lo stadio, delle bottigliette d’acqua consumate a ritmo incessante, di giornate trascorse cercando di limitare gli effetti di quel caldo umido. "Troppo", "un inferno", "terribile", ha raccontato un gruppo di tifosi uruguaiani domenica sera, appena usciti dallo stadio.
Il problema, naturalmente, non si limita agli spettatori. Caldo e umidità influenzano anche il rendimento degli atleti, riducendo la capacità del corpo di disperdere calore, aumentando la fatica e rendendo più difficile mantenere a lungo ritmi elevati. "Per il corpo umano è complicato competere quando l’umidità è così elevata", spiega Chris Minson, professore di fisiologia dell’Università dell’Oregon. "Quando il sudore non riesce a evaporare efficacemente, il sistema di raffreddamento del corpo diventa molto meno efficiente". Jason Kostrna della Florida International University aggiunge che situazioni climatiche come quella di Miami "compromettono significativamente anche la lucidità e la capacità decisionale degli atleti".
Non solo il caldo
Se il caldo rappresenta il problema più visibile, non è comunque l’unico. L’episodio di ieri ha mostrato un’altra fragilità del torneo: la sua esposizione a temporali, fulmini e fenomeni meteorologici estremi, non rari nell’estate nordamericana. La sospensione della partita peraltro ha riportato l’attenzione su un protocollo poco conosciuto fuori dagli States, quello che si attiva quando viene rilevata attività elettrica entro un raggio di otto miglia, circa 12,8 chilometri, dallo stadio; il gioco viene automaticamente interrotto e scatta un timer di trenta minuti, che riparte da zero se viene rilevato un nuovo fulmine. La curiosità: le regole FIFA non indicano un limite di rinvii, e così le partite possono rimanere in stand-by per ore, un delay dopo l’altro, se le condizioni restano critiche. È quanto accaduto ieri a Philadelphia.
Qualche avvisaglia, comunque, era già arrivata. A Kansas City lo sbarco della nazionale inglese era coinciso con un tornado warning che aveva costretto giocatori, staff e giornalisti a seguire le procedure di sicurezza. E per alcuni di loro non era una novità: situazioni simili si erano già verificate durante il Mondiale per Club 2025, tra ritardi e sospensioni per allerte meteo.
Gli hydration break stanno cambiando il calcio?
Per limitare gli effetti del caldo, la FIFA ha introdotto una serie di misure, tra cui le più visibili - e discusse - sono gli hydration break, ormai abituali per il pubblico. Una necessità medica che ha aperto un dibattito sportivo. Alcuni allenatori sostengono infatti che le interruzioni siano mini-intervalli, timeout in cui riorganizzare la squadra e dare indicazioni: una nuova finestra di coaching quindi, e un passaggio de facto dalla tradizionale divisione in due tempi, a partite divise in quattro quarti.
"Giocare quattro tempi invece di due modifica l’idea stessa di calcio che abbiamo costruito culturalmente nel tempo", ha detto Marcelo Bielsa, CT dell’Uruguay. E sullo stesso carro ci sono anche Lionel Scaloni (Argentina), Rudi Garcia (Belgio) e altri colleghi, tra cui qualche calciatore. Kylian Mbappè risponde che "noi giocatori siamo delle banderuole, cambiamo idea di continuo: se domani saremo sotto al 25esimo minuto, sarò felice che ci sia una pausa. Va così: ogni volta che arrivano nuove regole, all’inizio si lamentano tutti". Certo è che gli hydration break hanno cambiato qualcosa nel paesaggio tattico delle partite, e di sicuro non era questo il punto di partenza.
Le sfide climatiche oltre il 2026
Allargando lo sguardo, da anni il calcio internazionale si sta trovando sempre più spesso a confrontarsi con condizioni climatiche estreme. Se Qatar 2022 aveva spostato il torneo in inverno per evitare il caldo arido del Golfo Persico - una decisione senza precedenti - quattro anni dopo il problema si ripresenta in una forma diversa. Non solo un Paese con temperature estive ai limiti del proibitivo, ma un torneo che attraversa territori vasti e imprevedibilmente complessi.
La soluzione degli stadi climatizzati può essere efficace per i novanta minuti, ma ci mette di fronte al paradosso di un evento che ha bisogno sempre più spesso di isolarsi dall’ambiente esterno. Un adattamento che non risolve le condizioni a cui restano esposti tifosi e lavoratori nelle ore fuori dagli stadi, e soprattutto un tema che esonda il perimetro dell’impatto ambientale. Diverse analisi recenti stimano che la FIFA World Cup 2026 avrà un’impronta climatica più dannosa, e non di poco, rispetto alle precedenti edizioni. Per questo le discussioni non si esauriranno con la finale del 19 luglio. Il prossimo Mondiale, d’altronde, sarà distribuito tra tre continenti e sei Paesi, con nuove sfide climatiche e una manciata di partite addirittura in Sud America; mentre nel 2034 si giocherà in Arabia Saudita, un altro giro nel Golfo dopo soli dodici anni dal Qatar. Ma fino a che punto si può pensare di organizzare Mondiali del genere, senza partire dal clima in cui il calcio pretende di essere giocato?








































