Don Luigi, il parroco che ha organizzato un torneo con la FIFA a New York Dalla chiesa "Our Lady of Pompei" all'amicizia con Infantino, lo abbiamo intervistato una settimana fa

Non si sente certamente tutti i giorni parlare di un parroco così appassionato di calcio; né, tantomeno, di un parroco che intrattenga rapporti di amicizia tanto stretti con nomi del calibro di Gianni Infantino, Marco Materazzi, Giuseppe Rossi e Youri Djorkaeff. Il suo nome è Don Luigi Portarulo e abbiamo avuto modo di intervistarlo qualche giorno fa, prima dell'inizio del Mondiale 2026, che animerà Stati Uniti, Messico e Canada. In occasione della manifestazione, ha inoltre organizzato, in collaborazione con la FIFA, una partita benefica di calcio a 7 al Rocco B. Commisso Soccer Stadium della Columbia University, alla quale hanno preso parte alcune delle più grandi leggende del calcio italiano.

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Don Luigi Portarulo ha così avuto modo di unire due mondi in un unico momento, partendo dalla celebrazione della Santa Messa presso la storica Old St. Patrick’s Cathedral di Manhattan, poco prima del match ci ha raccontato: «Voglio riportare l'idea di collettività e di sport attraverso gli oratori», ci ha raccontato nell'intervista che segue. 

Vorrei che ci raccontasse qualcosa in più su come è nata questa collaborazione con la FIFA quale sia stato il suo ruolo nell'organizzazione.

Sì, guarda, è nato tutto in una settimana. In pratica è successo che l'Italia non si è qualificata ai Mondiali e, come sappiamo, tanti italiani in America stavano aspettando questo momento per fare festa. Dato che sono in contatto con la FIFA e conosco personalmente alcuni dirigenti, parlando con loro ho detto: "Dobbiamo organizzare qualcosa per gli italiani". Mi hanno risposto: "Perché non facciamo una partita con le Legends?". Anche Infantino voleva fortemente questo evento.

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Era da tempo che desideravo organizzare un match per la comunità italiana con alcuni grandi ex giocatori. In soli tre giorni si è creata una waiting list lunghissima, segno di quanto la comunità italiana sentisse il bisogno di questo evento. Offrirà un po' di sollievo alla gente, specialmente grazie alla presenza dei campioni che hanno vinto i Mondiali. Siamo felici di aver avuto questa opportunità.

Noi qualche settimana fa abbiamo avuto l'opportunità di scattare un editoriale con Marco Materazzi. Immagino che sia uno dei giocatori che conosce personalmente.

Sì, sì, lo conosco molto bene. Sì, Marco. Sì, è un grande, siamo amici, veramente un gran bel personaggio.

Lei pensa che Infantino abbia appoggiato questa iniziativa per la comunità italiana anche perché l'assenza della Nazionale ai Mondiali ha un peso culturale molto grande?

Assolutamente sì. Lui ci teneva tantissimo che l'Italia fosse ai Mondiali, ma come sappiamo, purtroppo non è andata così. Per questo ha detto che era giusto fare qualcosa per la comunità italiana. Parlando con la FIFA e con le Legends abbiamo visto che c'era questa spinta, e lui in prima persona ha voluto che l'evento si facesse. Siamo davvero contenti che tutti i tasselli siano andati al loro posto.

Trovo che tutto il processo che l'ha portata a rinvigorire e reinventare la presenza della comunità a Old Patrick possa essere metaforico per quello che dovrà vivere l'Italia calcistica in futuro. Lei ha contribuito a far muovere i primi passi a tanti bambini, a coinvolgere un'audience, a prendere iniziative e a creare aggregazione sociale intorno a questo luogo. Pensa che ci siano affinità tra il suo operato e quello che il calcio italiano dovrebbe fare in futuro per ripartire da uno dei periodi più bui degli ultimi anni nel nostro Paese?

Assolutamente. Penso che dove ci sono desiderio, volontà e soprattutto la possibilità di fare qualcosa, bisogna sempre provare a capire dove e quali siano gli spazi per lavorare al meglio. Quando sono arrivato io, non è passato tantissimo tempo, ho visto subito che c'erano tanti italiani e tantissimo entusiasmo. Mi è venuto in mente Papa Francesco, l'idea di mettere in pratica ciò che siamo. Così ho iniziato ad andare nei centri sportivi, nelle associazioni italiane, nelle pizzerie, a incontrare i connazionali e a invitarli a Casa Italia per attivare la comunità. C'è stata una grande risposta da parte della gente, che ha dimostrato di essere una vera comunità, e da lì è nato tutto.

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Dal punto di vista calcistico è lo stesso: dopo tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali, l'Italia deve assolutamente ripartire dai bambini e dai ragazzi, dal pallone. Il mio sogno, ad esempio, è quello di creare un oratorio, perché in Italia sappiamo bene che l'oratorio ha rappresentato la culla e la nascita di tantissimi grandi giocatori, compresi molti di quelli che verranno qui per l'evento. In America, invece, questo concetto non esiste: esiste solo l'idea del calcio inteso come lavoro o come attività strutturata. Il mio sogno è far entrare la parola "oratorio" nel vocabolario americano, affinché i bambini ricomincino a giocare a calcio liberamente, riscoprendo un desiderio e una passione che formino la persona a 360 gradi, e non solo l'atleta.

Qual è il segreto secondo lei per la Nazionale italiana in futuro?

In questo modo, come italiani, potremo avere di nuovo la possibilità di esprimere giocatori in grado di rendere grande la nostra Nazionale in futuro. Penso che il vero segreto sia lavorare sui giovani, mettendo nei ragazzi entusiasmo e passione, che è proprio quello che manca un po' adesso in Italia. Oggi, come sappiamo, in molte squadre giocano tantissimi stranieri e i giovani ragazzi italiani non trovando spazio finiscono per allontanarsi dal calcio. Anche per l'evento di questa domenica sto cercando di coinvolgere tutti i bambini e i ragazzi possibili e immaginabili, in modo che possano appassionarsi ascoltando le storie di questi grandi campioni che hanno vinto tutto. Il sogno di un calciatore nasce dalla voglia di giocare a calcio: bisogna credere nei sogni e dare ai ragazzi delle opportunità. In Italia purtroppo molti giovani vengono subito "tagliati" o bocciati perché non si dà loro il tempo di crescere. Se invece si crede nelle persone, nei bambini e nei giovani, e se si coltiva il loro talento, sono sicuro che potremo avere di nuovo tanti talenti italiani capaci di realizzare i propri sogni.

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