
Storia ed estetica degli occhialini nel nuoto Una tradizione più antica di quanto si pensi
I die hard fan dei Giochi ricorderanno, nell’edizione Paralimpica di Parigi nel 2024, il dominio da parte del cinese Jincheng Guo nel nuoto, vincitore di ben quattro medaglie d’oro, di due medaglie d’argento e nuovo detentore del record nei cinquanta metri stile libero e farfalla. La viralità delle sue performance passa però non solo dai risultati e dalla velocità, ma anche dalla peculiarità del vestiario. Jincheng Guo si distingue infatti per gareggiare senza cuffia, anche a causa della totale assenza di capelli, e soprattutto senza occhialini, quest’ultimo un unicum nell’era moderna e contemporanea del nuoto - ancora di più per un campione.
Gli occhialini di per sé non solo favoriscono la vista subacquea, ma prevengono irritazioni e fastidi dovuti al cloro o alle sostanze disciolte nelle piscine indoor, al sale o a microrganismi infettivi nelle acque libere. Di contro, non sono obbligatori per i nuotatori professionisti, così come le cuffie, secondo il regolamento di World Aquatics. Anzi, fino agli anni '70 non erano nemmeno ampiamente diffusi, sebbene appartengano a una tradizione ben più antica.
Le origini degli occhiali subacquei
Secondo alcune documentazioni su Encyclopædia Britannica, i primi occhiali protettivi usati sott’acqua risalgono al quattordicesimo secolo, nell’area Medio Orientale. In particolare, la tradizione vuole che i pescatori di perle persiani usassero gli strati più esterni di gusci di tartaruga, levigati fino a renderli trasparenti, per cercare sott’acqua. Sebbene si tratti perlopiù di fonti documentaristiche, anziché di testimonianze fisiche, esistono illustrazioni - risalenti al sedicesimo secolo, realizzate dal pittore fiammingo Giovanni Stradano - di pescatori di coralli in Sicilia dotati di piccoli specchi davanti agli occhi (specillo ante oculos fixo, dal latino) per vedere sott’acqua.
In quel periodo, la Sicilia - di dominio spagnolo - non godeva di particolari rapporti con la Persia safavide, ma la rotta mediterranea del corallo rosso partiva da Trapani e passava per Venezia, potenza commerciale al contrario molto attiva in Medio Oriente e interessata a una collaborazione con i Safavidi in funzione anti-ottomana. Non è dunque da escludere che queste dinamiche abbiano favorito la trasmissione delle conoscenze dei pescatori di perle persiani a quelli di corallo siciliani tramite i mercanti della Serenissima.
Un’ulteriore versione rudimentale degli occhialini si rintraccia anche in Polinesia, all’altezza del diciottesimo secolo. I pescatori subacquei indigeni si servivano delle proprie doti da intagliatori di legno in modo da realizzare coperture per gli occhi simili a maschere, con intarsi profondi ad hoc che permettevano, facendo pressione contro la faccia, di intrappolare bolle d’aria capaci di contrastare temporaneamente le infiltrazioni - ma solo tenendo la testa orientata verso il fondo e nuotando in superficie, dove la pressione idrica è limitata. Più tardi, con la colonizzazione occidentale, questi dispositivi sono stati equipaggiati con inserti di vetro - principalmente da scarti di lavorazione o da oggetti rotti - per un prodotto comunque non del tutto impermeabile e ancora molto fragile.
I pionieri degli occhialini
Gli occhialini per come li conosciamo oggi (circa) passano da una serie di imprese pionieristiche, perlopiù legate ai tentativi di attraversamento a nuoto del Canale della Manica. Il primo a compiere la traversata è Matthew Webb, un comandante britannico di navi mercantili, nel 1875, partendo da Dover e approdando a Calais in meno di ventidue ore, per un totale di sessantaquattro chilometri percorsi. Se a Captain Webb si deve il primo escamotage per far fronte alle insidie delle acque della Manica, cioè cospargere il proprio corpo di olio e grasso sia come isolamento termico, sia come protezione contro le irritazioni della salsedine sia delle punture di medusa, è solo con il secondo nuotatore che si sperimenteranno gli occhialini.
Nel 1911, il pallanuotista e nuotatore Thomas William Burgess, noto come Bill, decide che il bronzo ottenuto alle Olimpiadi di Parigi del 1900 - fun fact, medaglia vinta per la Francia in quanto residente a Parigi, seppur di nazionalità inglese - non è abbastanza. Memore dell’impresa di Webb, Burgess prova ad attraversare la Manica, riuscendoci dopo ben tredici tentativi falliti, sperimentando nel frattempo un dispositivo di protezioni contro gli schizzi di acqua salata: occhiali da motociclista.
Il loro design, per quanto aderente al viso, non prevede però una tenuta stagna. Per Burgess il problema si rivela solo parziale, dal momento che lo stile di esecuzione è ancora quello a rana, quindi con un’immersione intermittente della testa, ma comunque gli occhiali finiscono con il riempirsi e svuotarsi di acqua a fasi alterne. Solo più avanti, con la campionessa olimpica del 1924, la statunitense Gertrude Ederle, soggetto del recente biopic Young Woman and the Sea, le lenti verranno impermeabilizzate tramite l’utilizzo di paraffina.
Ederle, già una superstar dopo i successi alle Olimpiadi, viene sponsorizzata dalla neonata Women's Swimming Association nel tentativo di diventare la prima donna ad attraversare la Manica. Dopo un tentativo fallito e un allenamento intensivo con lo stesso Burgess, Ederle non solo riesce nell’impresa, ma stabilisce anche un record di velocità in poco più di quattordici ore e trenta che durerà fino al 1950. In aggiunta, pur inconsapevolmente, spiana la strada all’utilizzo professionale degli occhiali protettivi: durante le sessioni preparatorie, anche lei si serve dei modelli classici da motociclista, ma con l’aggiunta di paraffina, mentre per la traversata finirà con l’utilizzare una vera e propria maschera impermeabile, tutt’oggi conservata al National Museum of American History di Washington D.C.
I primi occhialini moderni
Il primo brevetto di occhialini per il nuoto viene depositato negli Stati Uniti nel 1916 da parte di tale C.P. Troppman, non facendo però registrare alcuna distribuzione o utilizzo specifico. Un rilascio ben più impattante e documentato dall’Ufficio Brevetti statunitense risale invece al 1930, intitolato al reverendo irlandese Michael O’Flanagan, responsabile di produzione e vendita locale. La novità di questi occhiali consiste nell’utilizzo della gomma attorno ai giganti dischi di vetro, nella regolabilità dell’elastico per fissarli attorno alla testa e nell’adattamento delle lenti - curve o piane - alla montatura ancora molto rigida, in base a bisogni e circostanze di utilizzo.
Il prodotto, nato da un’idea venuta a O’Flanagan servendosi delle cabine di osservazione con fondo in vetro sulle imbarcazioni di Sligo, in Irlanda, viene brevettato anche in Gran Bretagna e diventa globale. A servirsene, tra gli altri, Tom Blower per la traversata del Canale del Nord tra l'Irlanda e la Scozia nel 1947, la nuotatrice britannica Rosemary Franklin-George e due membri della International Marathon Swimming Hall of Fame, l’ungherese Imre Szénási e il brasiliano Abilio Alvaro Da Costa Couto.
Nonostante il successo del modello di O’Flanagan, la diffusione degli occhialini procede però molto per iniziative individuali. Florence Chadwick e altri nuotatori in acque libere utilizzano modelli personalizzati dotati di grandi guarnizioni in gomma e lenti a doppio strato tra gli anni ‘40 e gli anni ‘50. Adolph Kiefer, medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1936 e nuotatore onorario dell’International Swimming Hall of Fame, poco più avanti lancia sul mercato la prima guarnizione per lenti fatta di gomma morbida modellata. Negli anni ‘60, su riviste a tema come Swimming World Magazine, escono addirittura annunci pubblicitari per la vendita dei primi modelli in plastica.
Ma il vero unificatore del mercato degli occhialini viene considerato il britannico Tony Godfrey solo nel 1969. Il produttore industriale, esperto nell’utilizzo della plastica, decide di compiere una serie di esperimenti, finendo così per decretare che il materiale migliore per la creazione di occhialini è il policarbonato, sino a quel momento mai utilizzato per accessori sportivi nonostante la natura sottile e leggera, ma molto resistente. Il successo del modello di Godfrey diventerà tale grazie a David Wilkie, primo nuotatore agonistico in assoluto a indossare sia la cuffia che gli occhialini, ai Giochi del Commonwealth del 1972: la scelta è dovuta a un’allergia al cloro, che non ostacolerà lo scozzese dall’aggiudicarsi l’argento nei 200 metri rana e a dominare ogni sorta di competizione negli anni ‘70, con molteplici medaglie d’oro agli Europei, ai Mondiali e ai Giochi Olimpici.
L’exploit degli occhialini svedesi
L’enorme fama degli occhialini si diffonde a macchia d’olio, ma l’aumento spropositato della domanda finisce con il ritorcersi contro a Godfrey. Molte aziende, infatti, cominciano a produrre a propria volta modelli in policarbonato, che vanno a ruba a causa dell’infinità di richieste nel settore. Su tutti, a svettare è l’azienda svedese Malmsten AB, che dalla metà degli anni ‘70 diventa la principale fornitrice di occhialini per nuotatori e nuotatrici professionisti.
Il punto di forza del modello scandinavo consiste in primis nel design originale, privo di guarnizioni in gomma intorno alle lenti, ancora più aderenti all’orbita oculare in modo da ridurre l’attrito con l’acqua. Ma soprattutto nella possibilità di personalizzazione da parte dell’acquirente. Intanto, la scelta ricade già sul colore delle lenti, non solo trasparenti ma disponibili in diverse varietà cromatiche, incluso il nero e tonalità metallizzate. Poi, e questa è la vera rivoluzione, la vestibilità viene stabilita manualmente da chi li utilizza, essendo venduti come un set da montare fatto di due lenti, un elastico in gomma di lattice di lunghezza variabile e un ponte nasale regolabile, creato tramite un cordino all’interno di un tubicino in plastica.
Grazie a questo stratagemma, attuato fornendo anche le istruzioni per l’assemblaggio assieme al prodotto, questo genere di occhialini svedesi diventa il più popolare in assoluto. La stessa Federica Pellegrini, nella sua carriera da pluricampionessa - inclusi un oro e un argento olimpico - ha sempre prediletto il modello svedese, nonostante l’affacciarsi di tipologie sempre più tecnologiche.
Gli occhialini oggi
Per quanto gli occhialini svedesi vengano ancora oggi massivamente utilizzati e Malmsten sia tra i brand più popolari tra i professionisti, quel modello viene considerato old school e poco aggiornato. L’assenza di guarnizioni, per esempio, richiede un periodo di adattamento delle ossa facciali all’intelaiatura che può risultare doloroso, così come l’assemblaggio fai-da-te richiede tempo per trovare le misure adeguate a garantire la giusta aderenza, regolando ponte nasale e lunghezza dell’elastico attorno alla testa.
Arena, per esempio, ha realizzato dei modelli specifici sulla linea scandinava, come quello Swedix, aggiungendo però un elemento di comfort come una sottilissima guarnizione rivestita in gomma termoplastica. Allo stesso tempo, ha portato innovazioni nel settore grazie a linee originali, su tutte Cobra, divenuta iconica per la presenza di stanghette laterali allungate da inserire sotto la cuffia all’altezza delle tempie, in modo da garantire maggiore stabilità durante i movimenti più turbolenti - - da sempre marchio di fabbrica per Gregorio Paltrinieri e Thomas Ceccon, entrambi brand ambassador di Arena.
A cambiare nel tempo, inoltre, anche la resistenza degli elastici e lo spessore delle guarnizioni, perlopiù grazie al silicone, nonché la forma delle lenti, maggiormente idrodinamiche nella forma e nell’inclinazione. Su questi due punti ha investito particolarmente l’azienda americana TYR, sia con la tecnologia Durafit per ammortizzare l’impatto facciale degli occhialini, sia (e soprattutto) con la creazione di lenti dall’angolo periferico più esteso e anti oscuranti, capaci di adattarsi ai cambi di luce solare.
Ancora più attenta all’adattamento facciale, infine, Speedo, che negli anni ha sperimentato soprattutto sui materiali di lavorazione nel tentativo di migliorare la tenuta stagna senza andare a esercitare troppa pressione o sul cranio, per mezzo dell’elastico, o sull’area orbitale. La tecnologia IQfit, rivelata nel 2012, si serve per esempio di una mappatura 3D dei dati cranici di nuotatori di tutto il Mondo, generando un tipo di occhialino totalmente impermeabile e dalle forme compatibili alla maggior parte delle conformazioni ossee orbitali. Si tratta di una tecnologia che ha trovato di recente la propria sublimazione in THEMAGIC5, azienda innovativa di settore che ha ideato un’app per la scansione facciale in modo da creare un prodotto su misura addirittura per il singolo acquirente.
Gli occhialini da regolamento
Proprio a causa della loro natura agonistica molto recente, gli occhialini - proprio come la cuffia - non risultano obbligatori né per il nuoto indoor, né per quello in acque libere. Anzi, sono addirittura banditi dal nuoto sincronizzato, salvo specifiche necessità individuali, poiché la giuria deve valutare al meglio le espressioni e l’estetica generale di chi gareggia. Dove gli occhialini sono invece obbligatori è nelle classi S/SB/SM11 delle Paralimpiadi: a causa della loro capacità visiva ridotta e dell’assenza di percezione della luce, i nuotatori di queste categorie devono servirsi di lenti opache, a meno che non siano dotati di protesi oculari in entrambe le orbite. L’ente che si occupa di verificare i requisiti per ciascun modello usato da nuotatori professionisti è la Organization for Standardization (ISO).
Gli occhialini però possono essere indossati per altri scopi, oltre a quello protettivo. World Aquatics, a tal proposito, ha imposto linee guida rigide sulla loro funzione promozionale: il massimo di loghi visibili del produttore si limita a due, prevalentemente ai lati della montature o sul cinturino, con una grandezza che non ecceda i sei centimetri quadrati. In aggiunta, negli aggiornamenti più recenti, un argomento delicato è diventato quello dei dispositivi smart, sempre più diffusi sul mercato. Le nuove tecnologie vengono integrate negli occhialini per monitorare in tempo reale battiti cardiaci e prestazioni - come nel caso di Instabeat, azienda dall'ex nuotatrice professionista Hind Hobeika - oppure per il tracciamento delle traiettorie tramite GPS, obiettivo del sistema IOLITE, capace di fornire al nuotatore indicazioni sulla direzione tramite colorazioni semaforiche, dove il rosso indica l’uscita dal tracciato migliore e il verde la direzione ottimale, e utilizzato soprattutto per gli allenamenti in acque libere e dagli atleti del Triathlon.
L’utilizzo di dispositivi simili in acque libere non è al momento sottoposto a limitazioni valide universalmente e varia a discrezione degli enti organizzatori - da USA Triathlon sono accettati, mentre la Marathon Swimmers Federation è estremamente contraria, al punto da coniare il termine Frankengoggles. Per la World Aquatics, invece, il ban è relativo soltanto al tentativo di trasmissione di dati o segnali in tempo reale durante le gare, ma è concessa la raccolta passiva di statistiche per il miglioramento delle prestazioni o a puro scopo di ricerca, quindi da utilizzare solo in un secondo momento. Quest’ultima linea guida vale sia per il nuoto indoor, sia per quello in acque libere, nel tentativo di mantenere la piena parità di risorse tra chi gareggia, senza alcuna assistenza artificiale.


































































