
L’America’s Cup può ricostruire il rapporto tra Napoli e il mare? "Il mare non bagna Napoli"
Il mare non bagna Napoli è il titolo di una raccolta di racconti di Anna Maria Ortese pubblicata nel 1953 che racconta le difficoltà della città negli anni successivi alla guerra ma è anche una delle espressioni per inquadrare la strana natura di Napoli: una città marittima che ha un rapporto interrotto con il mare. Non si tratta solo di una metafora ma è una verità urbanistica: nonostante il golfo abbracci quasi ogni lato della città, Napoli vive il suo mare soprattutto come sfondo, come promessa. Il mare c’è ma non si lascia davvero toccare, anche perché passeggiare sul lungomare Caracciolo reso pedonale va a beneficio più dei turisti che dei napoletani. Non a caso il mare nascosto è diventato uno dei tratti della nuova estetica della città: dagli squarci blu tra i palazzi nei video di Liberato, passando per i tatuaggi su petti troppo abbronzati a Mappatella beach e alle baie private di Posillipo nei film di Sorrentino. Il mare di Napoli appare così: improvviso, rubato e spesso ancora simbolo della disparità sociale tra chi ha il privilegio dell’accesso e chi invece lo può solo guardare da lontano.
Al di là della filosofia, sono state le scelte urbanistiche sedimentate nei secoli ad avere creato questo rapporto che oggi sembra avere un’occasione di riscrittura. Con l’arrivo dell’America’s Cup nel 2027, la più antica e importante regata velica del mondo, Napoli ha una rara occasione di far risorgere l’area di Bagnoli: un affaccio sul mare da anni in attesa di bonifica e riqualificazione. La competizione velica a cui parteciperà anche Luna Rossa - il team italiano sponsorizzato da Prada - può essere quindi dal punto di vista pratico l’occasione per rigenerare Bagnoli e un modo per far sognare i Napoletani e non solo guardando le barche danzare nel proprio golfo.
La "cattedrale nel deserto"
Quando si parla di Bagnoli, si parla di un luogo che ha visto condensarsi un secolo di storia italiana in poche centinaia di metri di costa. All’inizio del Novecento, l’area era ancora periferia urbana, un paesaggio di dune, spiagge e campagna. Nel 1910 arrivò l’acciaio: nacque il grande impianto siderurgico, destinato a diventare uno dei simboli della modernizzazione di Napoli. Migliaia di operai e di quartieri operai costruiti attorno alla fabbrica.
L’espansione ebbe il suo punto di svolta negli anni Sessanta. La colmata a mare – un grande riempimento artificiale della linea costiera – spinse lo stabilimento direttamente sull’acqua e il complesso prese il nome che resterà nella memoria collettiva: Italsider. L’impianto raggiunse scala europea, con produzioni record, gru, forni e un paesaggio industriale che cancellò le spiagge e ridisegnò il rapporto tra città e mare. Il declino arrivò negli anni Ottanta. La crisi della siderurgia colpì pesantemente e, nonostante investimenti e tentativi di rilancio, la produzione cessò nel 1992, lasciando uno spettro industriale incastrato tra Posillipo e il centro urbano di Bagnoli.
L’Americas’ Cup 2027 - il progetto di rigenerazione urbana
Quando Giorgia Meloni ha annunciato che Napoli era stata scelta dal team neozelandese (vincitori dell’ultima America’s Cup) come la città ospitante dell’America’s Cup 2027, dopo l’entusiasmo iniziale è subentrato il dubbio se la città fosse o meno in grado di ospitare un evento di tale portata. Città come Valencia e Barcellona hanno usato le scorse edizioni dell’America’s per ambiziosi progetti di riqualificazione urbana. Il cuore dell’intervento è la cosiddetta Technical Base Area: un complesso di infrastrutture per ospitare i team velici da tutto il mondo e le loro imbarcazioni. Non si tratta quindi di un allestimento solo temporaneo perché i team passeranno a Napoli quasi sei mesi fino alla sfida finale.
Il piano di Bagnoli che è seguito direttamente dal sindaco Gaetano Manfredi e approvato dalla cabina di regia il 4 agosto 2025, prevede un budget iniziale di 152 milioni di euro per le opere a mare e a terra, importo che servirà anche ad accelerare le bonifiche ambientali nell’ambito del più ampio programma di risanamento della fascia costiera finanziato dal maxi investimento pubblico di 1,7 miliardi di euro, che garantirà anche la balneabilità delle acque, oggi negata a causa dell’inquinamento.
Il futuro
Sul progetto non mancano polemiche e scetticismo, sui tempi di realizzazione e sul futuro dell’area una volta terminata la Coppa America. La preoccupazione principale è creare un porto di lusso, riproponendo quel modello di mare per pochi e ricchi e lasciando così escluse le persone che abitano Bagnoli e per decenni hanno ricevuto promesse di bonifiche. Tuttavia il caso dell’America’s Cup fa capire come oggi si cambiano le città: tutti i progetti precedenti di riqualificazione sono falliti con uno spreco di risorse clamoroso, oggi l’unica opportunità per istituzioni pubbliche con scarse risorse per accendere la macchina dei lavori pubblici sono spesso i grandi eventi internazionali. La Milano del 2015 con Expo lanciò questo modello che non sembra essersi ripetuto con la stessa efficacia per le prossime Olimpiadi nel 2026. Napoli sembra aver colto un’opportunità storica con la Coppa America per dare una dimensione nuova al rapporto tra la città e il mare, perché se le basi dei team saranno a Bagnoli il campo di regata sarà in mezzo al golfo di fronte al lungomare e la città. Anche chi non è appassionato avrà un motivo in più per cercare gli squarci di azzurro tra le vie di Napoli e guardare le barche rincorrersi volando sull’acqua.



























































