
Vivere il calcio durante il mese di Ramadan è possibile In conversazione con Oussama Mourahib, psicologo dello sport
Quando ero piccola e trascorrevo intere estati nella mia città natale, Agadir, una città del sud del Marocco che si affaccia sull’Atlantico, mi piaceva passare i pomeriggi sul lungomare e vedere come la spiaggia, prima del tramonto, si trasformava in tanti campi improvvisati di calcio. Durante il mese di Ramadan i ragazzi si univano tra loro e formavano tantissime squadre: era il loro modo di allenarsi prima di spezzare il digiuno al tramonto con un dattero e qualche sorso d’acqua.
Giovedì 19 febbraio 2026 è iniziato il Ramadan, il nono mese del calendario islamico, che coincide con la rivelazione del Corano al profeta Muhammad. Durante questo mese noi musulmani praticanti, adulti e sani, ci asteniamo dal cibo, dall’acqua, dalla vita sessuale, dal fumo e da ogni distrazione negativa dall’alba al tramonto. Il digiuno (sawm) è uno dei cinque pilastri fondamentali dell’Islam ed è considerato un periodo di riflessione, devozione e spiritualità, oltre che di autodisciplina e autocontrollo: caratteristiche che, per chi ha sempre praticato sport fin da piccolo, si ritrovano anche qui. L’Islam e il calcio sono sempre più legati negli ultimi tempi grazie a numerosi professionisti di fede islamica che praticano con dedizione la loro spiritualità e trovano nel supporto di tifosi, compagni e società la chiave vincente per conciliare fede e prestazioni sportive.
Ricordo molto bene la partita tra Inter e Fiorentina dell’aprile 2023, quando il centrocampista marocchino Sofyan Amrabat approfittò di una breve pausa per mangiare una banana e sorseggiare dell’acqua, interrompendo il digiuno a pochi minuti dalla fine della gara. La scena di Amrabat divenne in poco tempo virale per il suo significato e per il gesto simbolico. Un altro momento molto discusso fu durante la partita di Bundesliga tra Augsburg e Mainz, stagione 2021/22: l’arbitro interruppe la partita per qualche minuto nel secondo tempo per permettere al giocatore Moussa Niakhaté di spezzare il digiuno. Episodi diversi, in contesti differenti, ma la domanda sullo sfondo è la stessa: quanto spazio può trovare la dimensione religiosa privata all’interno di un sistema sportivo scandito da tempi sempre più rigidi e regole condivise? È proprio in questi momenti, diventati simbolici grazie ai social, che emerge una questione molto più ampia dei singoli atleti e che riguarda l’intero sistema sportivo europeo.
Quindi, queste due sfere che sembrano lontane - lo sport e il digiuno - si possono conciliare garantendo uno stile di vita sano? Ne ho parlato con lo psicologo dello sport Oussama Mourahib. Oussama, oltre a essere uno psicologo specializzato nello sport, è anche allenatore di calcio e mental coach. Tra le tante attività di cui si occupa, collabora con il Programma Evolution della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), un percorso di sviluppo nel settore giovanile che affianca società e staff tecnici nella crescita dei calciatori, lavorando su aspetti psicologici e psicoeducativi come gestione delle emozioni, comunicazione e qualità dell’ambiente di allenamento.
@manutd The game briefly paused on Sunday so Nous could break his Ramadan fast #MUFC #ManUtd #Mazraoui #OldTrafford #FACup #Ramadan original sound - Manchester United
Ogni persona musulmana praticante che vive in Europa si ritrova a dover conciliare il mese di Ramadan con la quotidianità frenetica occidentale, dai ritmi sempre più serrati. Nei Paesi islamici, invece, durante il Ramadan la società si adatta a questi ritmi: gli orari lavorativi terminano nel primo pomeriggio, per chi lavora e per chi studia, e persino gli allenamenti diventano serali. In Europa questo non è ancora possibile. Come spiega Oussama, il digiuno non è il problema in sé, ma la combinazione dell’intero sistema (sonno, alimentazione, orari) che deve funzionare. Chi pratica sport, soprattutto a livello professionistico, è costretto da una parte ad adeguarsi al sistema in cui vive e dall’altra a conciliare l’aspetto religioso. «Il nostro è un corpo che si adatta e per farlo utilizza al meglio le riserve che ha. Di fronte a un cambiamento della routine, il corpo ritrova un suo nuovo equilibrio. Dunque il digiuno in sé non è affatto un problema, ma è il sistema nel suo complesso che deve funzionare: dalla qualità del sonno frammentato agli orari dei pasti che cambiano, il nostro corpo ha bisogno del suo tempo per adattarsi».
Quando si parla di sport si pensa quasi esclusivamente alla preparazione fisica, dimenticando quanto quella mentale e sociale siano determinanti. Ma sfruttando il supporto di allenatori, società e specialisti, la prestazione può restare ottimale anche durante il Ramadan. «Una prestazione sportiva non è soltanto tattica e fisica», spiega Oussama, «c’è un pilastro fondamentale che è l’aspetto psicologico. Se quello manca, l’intera struttura prima o poi crolla. Nel settore giovanile puoi avere i migliori allenatori dal punto di vista tecnico, ma se mancano competenze comunicative o sensibilità psicologica difficilmente riusciranno a trasmettere messaggi efficaci o a costruire un clima positivo. E nel professionismo questo aspetto pesa ancora di più: la pressione è maggiore, le aspettative sono altissime e la gestione mentale diventa decisiva».
@realsociedad نايف يكسر صيامه بعد توقف المباراة للحظات من أجل إفطار اللاعبين! #ريال_سوسيداد #ريال_سوسيداد_يونايتد #الدوري_الأوروبي #لاليغا #laliga #sportsontiktok #tiktokfootball sonido original - Real Sociedad
Il supporto, come sottolinea Oussama, diventa un mediatore fondamentale nello spogliatoio, così come in ogni ambito della vita. Durante il Ramadan questo aspetto è ancora più evidente: anche senza stravolgere l’intero sistema sportivo, diverse società - soprattutto fuori dall’Italia - hanno iniziato a introdurre piccoli ma significativi gesti per chi vive questo mese. In Premier League, ad esempio, si è deciso che le partite possano interrompersi brevemente al tramonto per permettere ai giocatori musulmani di spezzare il digiuno; oppure si può ricordare il gesto di qualche anno fa del West Ham, che organizzò un iftar dopo gli allenamenti invitando anche i tifosi. Sono piccoli gesti, ma con un forte significato inclusivo. D’altra parte esistono posizioni opposte: la federazione calcistica francese, già da qualche anno, si è dichiarata contraria all’idea di interrompere le partite perché, seguendo il principio di laicità, «c’è un tempo per ogni cosa: un tempo per praticare lo sport e un tempo per praticare la propria religione».
Il sistema sportivo riflette la cultura del Paese più di quanto immaginiamo: c’è chi sceglie di separare la sfera religiosa dallo spazio pubblico e chi invece cerca soluzioni per rispondere alle esigenze dei singoli individui che compongono la società. Il punto, forse, non è interrompere una partita per qualche minuto, ma capire che una società capace di includere le esigenze di ognuno funziona meglio per tutti. Il Ramadan non mette in crisi lo sport: piuttosto mette alla prova i sistemi. Vivere lo sport durante questo mese sacro è possibile non perché si ignori la fatica, ma perché si riconosce che disciplina, rispetto e consapevolezza appartengono tanto al gesto atletico quanto alla dimensione spirituale.
















































