
Come cambierà Bagnoli con l'America’s Cup 2027 Cosa prevede il progetto e cosa resterà dopo
"Io non voglio essere complice di un fallimento". Quando nelle scorse settimane il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha pronunciato questa frase, durante uno degli incontri più tesi sul futuro di Bagnoli, non stava parlando soltanto di vela. La risposta del primo cittadino napoletano, e commissario straordinario per la riqualificazione dell’area, era rivolta alle proteste dei comitati locali e del movimento “No America’s Cup”, che da tempo contestano lavori, dragaggi e trasformazione del waterfront legata alla 38esima edizione della Louis Vuitton America’s Cup. Sullo sfondo c’è uno dei luoghi più simbolici e controversi d’Italia: l’ex area industriale di Bagnoli, ferita aperta della Napoli post-Italsider, da decenni emblema di bonifiche incompiute, progetti falliti e promesse rimaste sospese davanti al mare.
Eppure, dove per decenni si è discusso senza trovare una direzione, entro il 2027 sorgerà un hub internazionale della vela. I sette consorzi partecipanti alla prossima America’s Cup - compreso quello statunitense, rientrato in corsa dopo il no iniziale e considerato fondamentale per il peso globale dell’evento - avranno le loro basi operative sulla colmata di Bagnoli. Gli hangar delle squadre prenderanno forma tra pontili, officine e strutture temporanee affacciate sul golfo, mentre il campo di regata si svilupperà tra Posillipo e Castel dell’Ovo. Qui i lavori procedono, anche se non con i tempi ipotizzati da principio: le date definitive della preliminary regatta 2026 saranno infatti comunicate dopo l’appuntamento di Cagliari di questo weekend, mentre il cronoprogramma del disegno continua a essere sotto attenta osservazione. Perché se sulla terraferma il progetto avanza alla luce del sole, lungo la scia degli ultimi rendering resi noti da Sport e Salute a cui è stata affidata la regia dell’evento, sull’acqua restano tutte le complessità del posto. Con la paura che un grande evento sportivo lasci più dubbi che eredità.
Bagnoli, la ferita industriale che cerca una nuova identità
Per capire perché l’America’s Cup a Napoli sia diventata molto più di un grande evento sportivo, è necessario partire proprio da Bagnoli, e riavvolgere il nastro. Per oltre un secolo questo tratto della zona occidentale della città ha ospitato uno dei più grandi poli industriali italiani (ILVA, Italsider), con il mare trasformato in estensione delle fabbriche e la costa progressivamente sottratta alla vita cittadina. La colmata costruita negli anni Sessanta - quasi 200mila metri quadrati edificati sopra l’acqua con cemento e scarti industriali - ne è diventata l’emblema.
Dopo la dismissione degli impianti, a fine del secolo scorso, Bagnoli avrebbe dovuto incarnare l’idea di una nuova Napoli: riconversione urbana, spiagge pubbliche, parchi, turismo, economia del mare. Avrebbe, sì - perché il quartiere è rimasto intrappolato tra bonifiche mai completate, inchieste, commissariamenti, speculazioni, fallimenti politici e continui cambi di direzione. E così la grande promessa di restituire il mare ai napoletani è rimasta solo un’idea.
Per questo l’arrivo dell’America’s Cup ha assunto un valore simbolico enorme. Non soltanto perché la competizione sportiva più antica al mondo tornerà nel Mediterraneo, o perché Napoli per alcuni mesi diventerà il centro della vela internazionale, ma perché l’evento viene percepito come il primo, vero acceleratore per sbloccare una situazione rimasta immobile a lungo. Lunghissimo. La demolizione del vecchio pontile dell’acciaieria, inizialmente prevista più avanti negli anni, è stata anticipata proprio per rispettare il calendario della Coppa.
Inevitabilmente, entusiasmo e diffidenza hanno finito per convivere all’interno di questa attesa. Da una parte c’è l’idea che un evento globale possa finalmente portare capitali, infrastrutture e attenzione sull’area; dall’altra chi teme che Bagnoli venga ancora una volta piegata alle esigenze di un progetto calato dall’alto, costruito attorno a un appuntamento internazionale e non ai bisogni del quartiere. Una tensione che accompagna ogni grande evento sportivo dei giorni nostri, o quasi, ma che a Napoli assume un peso particolare: perché poche aree del nostro Paese portano in dote tante aspettative mancate quanto la striscia di costa rivolta a Capri.
Dragaggi, colmata e bonifiche: cosa prevede il progetto
Come detto, il cuore operativo dell’America’s Cup sorgerà proprio sulla colmata di Bagnoli. È lì che verranno realizzate le basi dei team: hangar, officine, magazzini, aree tecniche e strutture a servizio degli equipaggi che tra il 2026 e il 2027 abiteranno questo hub velistico. Come sempre, ogni consorzio avrà bisogno infatti di spazi enormi per custodire barche, componenti e materiali, oltre a infrastrutture adeguate per sostenere il lavoro di centinaia di persone tra ingegneri, tecnici e staff.
Per rendere navigabile l’area, poi, sono iniziati i dragaggi del fondale davanti alla colmata, con scavi fino a sei metri di profondità e rimozione di sedimenti accumulati nel corso dei decenni. Una parte del materiale sarà trasferita all’estero per lo smaltimento, si parla di Belgio e Olanda, mentre sull’area della colmata si sta procedendo con il cosiddetto capping ambientale. In sostanza, una copertura che dovrebbe isolare gli strati inquinati sottostanti: uno dei punti più controversi dell’intero progetto. Il piano originario prevedeva infatti una rimozione molto più estesa della colmata e il ripristino quasi completo della linea di costa; negli ultimi mesi, però, Governo italiano e Comune di Napoli hanno scelto una soluzione diversa, più alla portata per costi e tempi: conservarne circa l’80%, limitandosi a sigillare l’area.
Le proteste dei comitati contro l’evento
Secondo il sindaco Manfredi, eliminare integralmente la colmata avrebbe gonfiato oltremodo i preventivi, allungato i cronoprogrammi e causato un impatto ambientale ancora più ingente, con centinaia di migliaia di camion necessari per trasportare il materiale contaminato. "Abbiamo cercato di minimizzare i passaggi per il quartiere di materiale sporco", spiega il sindaco. "Togliendo la colmata, bisognava portare via 1.400.000 metri cubi, che richiedevano 200.000 camion per quattro anni per portare questi mezzi in discariche controllate. Sull'eliminazione intera della colmata il Ministero ha sottolineato che avrebbe avuto un impatto molto più grande rispetto al tombamento. Quindi, garantendo la stessa sicurezza ambientale, abbiamo trovato una soluzione che fosse più adatta alla sostenibilità dell'intervento".
I comitati contrari all’America’s Cup contestano questo cambio di rotta. Temono che una bonifica parziale venga trasformata in definitiva, che infrastrutture nate per l’evento restino permanenti, che il progetto finisca per sacrificare l’idea della spiaggia pubblica e di un waterfront restituito davvero alla città. E non ultimo, che i 152 milioni di euro destinati all’intervento "non garantiscano alcuna bonifica reale, rischiando anzi di peggiorare la situazione di inquinamento". Anche la nuova scogliera destinata a creare un bacino di calma per le imbarcazioni viene guardata con sospetto: ufficialmente verrà smantellata dopo la competizione, ma a Napoli il ricordo delle opere temporanee rimaste per anni è fin troppo vivo e dolente. Del resto, quando nel 2012 l’eliminatoria dell’America’s Cup sbarcava nel golfo, veniva edificata la scogliera provvisoria - ancora oggi alla luce del sole - davanti alla spiaggia della Rotonda Diaz.
Dietro questa dilagante diffidenza c’è la storia di Bagnoli, fatta di troppi annunci, rinvii e rendering mai diventati realtà. Gaetano Manfredi si è detto aperto al confronto con gli scettici, ma indisponibile ad essere complice di un fallimento. "Dobbiamo parlare di dati tecnici, scientifici", ha detto, "perché altrimenti, se si continua a parlare solo di ideologia, continueremo così per altri decenni". Eppure, mentre le polemiche continuano, il paesaggio del quartiere sta cambiando: tra gru, draghe e cantieri aperti sul mare, l’ex area industriale prova a immaginarsi per la prima volta dopo decenni come qualcosa di diverso dalla propria eredità industriale e culturale.
Perché la 38ª America’s Cup è strategica per Napoli
Le date definitive della preliminary regatta di Napoli, come anticipato, verranno ufficializzate soltanto dopo l’evento di Cagliari del 21-24 maggio. A parte questo, però, il quadro generale dell'accoglienza della 38esima America’s Cup è delineato. Nei prossimi mesi Bagnoli inizierà ad accogliere le strutture operative dei team, mentre nel 2027 il golfo diventerà teatro di un’edizione destinata a lasciare istantanee uniche, con il campo di regata tra Posillipo e Castel dell’Ovo, gli AC75 davanti al lungomare di Napoli, e Capri sullo sfondo.
Per tutte queste ragioni, lo sguardo va ben oltre la dimensione sportiva. Soprattutto dopo l’annuncio del ritorno di un team statunitense, assente nelle ipotesi iniziali, guidato da Ken Read, che ha aumentato ulteriormente la gittata mediatica dell’evento, mentre l’attesa per il settimo consorzio, probabilmente australiano, conferma l’ambizione di un’edizione più che mai globale. Il cronoprogramma, però, resta uno dei punti più osservati. Negli ultimi mesi alcune scadenze sono slittate rispetto alle previsioni iniziali, e la stessa preliminary race prevista nel 2026 potrebbe disputarsi più avanti - in autunno - rispetto all’ipotesi estiva originaria.
Ed è questa la contraddizione che accompagna Napoli verso la prossima America’s Cup. Poche città al mondo possiedono infatti una relazione così naturale e genetica con il mare, un paesaggio così riconoscibile, una vocazione così cinematografica per ospitare un evento del genere. Allo stesso tempo, poche location portano addosso cicatrici, problemi e conflitti comparabili a Bagnoli. Ci si augura sia l’occasione di rompere, finalmente, trent’anni di immobilismo; ma è difficile non guardare anche al rischio che l’evento imponga tempi e priorità esterne a un quartiere che chiede spazi pubblici, bonifiche definitive e accesso al mare. L’Italia e soprattutto Napoli aspettano di capire se, una volta spenti i riflettori della vela mondiale, Bagnoli sarà diventata davvero qualcosa di diverso da ciò che è stata finora.













































