
Zidane: il mito, l’avversario Vent'anni dopo la finale dei Mondiali 2006, la figura di Zizou continua a dividere
Viviamo in un momento storico in cui persino il calcio è attraversato da una forte ondata nostalgica. A essere romanticizzato, in particolare, è il calcio degli anni Novanta e dei primi anni Duemila. Non solo perché molti giovani appassionati hanno vissuto la propria infanzia in quel periodo, ma anche perché quella fase rappresenta una soglia precisa: è stato il primo calcio pienamente televisivo, ma l’ultimo ancora analogico. Un calcio senza highlights su YouTube, senza commenti in tempo reale sui social, senza calciatori che fanno anche i creator. Era già uno spettacolo globalizzato, ma restava in qualche modo autoconclusivo: una volta finita la partita, non c’era modo di smontarla, condividerla e riviverla all’infinito. In questo contesto, alcuni giocatori più di altri sono diventati simboli di quell’epoca: Paolo Maldini, Ronaldo “Il Fenomeno”, Thierry Henry e, senza dubbio, Zinedine Zidane. Non è un caso che tutti siano passati dalla Serie A, il campionato che in quegli anni rappresentava il vertice del calcio europeo. Un dettaglio che contribuisce ad alimentare una nostalgia tutta italiana, spesso accompagnata da una certa difficoltà ad accettare — e interpretare — le trasformazioni del calcio contemporaneo, come dimostrano anche i risultati della Nazionale.
Lo Zinedine Zidane che viene raccontato oggi sui social è soprattutto quello delle partite leggendarie: la semifinale dei Mondiali 2006 contro il Brasile, in cui portò a spasso la Seleção con una classe fuori scala, oppure quello del Real Madrid dei Galácticos, autore del celebre gol in finale di Champions League contro il Bayer Leverkusen nel 2002. Ma Zizou è stato anche molto altro. Oltre alla fantasia, alla visione di gioco e a una tecnica sopraffina, era un giocatore duro, dallo sguardo torvo, a tratti scontroso. D’altronde detiene il record di giocatore più sanzionato nella storia dei Mondiali, con sei cartellini gialli e due espulsioni. Zidane è stato anche un simbolo. Uno dei primi grandi campioni a incarnare la condizione della diaspora: figlio di immigrati algerini, cresciuto a La Castellane, nella periferia di Marsiglia. È stato il volto di quella Francia cosiddetta Black, Blanc, Beur che vinse il Mondiale del 1998, diventando un riferimento anche al di là del campo da calcio. Tutti questi aspetti — la complessità, le contraddizioni, la dimensione politica e sociale — emergono molto meno nella narrazione contemporanea, che tende a restituire un Zidane più levigato, ridotto quasi esclusivamente alla sua eleganza tecnica.
In Italia la figura di Zinedine Zidane è legata in maniera quasi indissolubile alla celebre testata rifilata a Marco Materazzi durante i supplementari della finale dei Mondiali 2006. Quel gesto antisportivo ha segnato l’ultima partita da professionista di Zidane e ha contribuito a orientare definitivamente l’esito della gara a favore dell’Italia. Nella cultura popolare italiana, quell’episodio ha assunto un valore simbolico unico, che va ben oltre il singolo momento di gioco. Zidane, del resto, era il volto di una nazionale nei confronti della quale l’Italia tra anni Novanta e primi Duemila nutriva una rivalità crescente. Forte di una tradizione calcistica più consolidata, il calcio italiano ha vissuto con fatica l’ascesa della Francia. Dopo il trionfo francese ai Mondiali del 1998, l’Italia aveva già conosciuto l’amarezza della sconfitta nella finale degli Europei del 2000, persa al golden gol a causa di una rete di David Trezeguet.
La finale del 2006 — che, a distanza di vent’anni, resta l’ultima partita giocata dalla Nazionale italiana in una fase a eliminazione diretta dei Mondiali — rappresenta quindi un momento catartico per un’intera generazione di tifosi. Il campione simbolo della "spocchiosa" Francia che perde le staffe di fronte a quella forma di "furbizia" spesso rivendicata come tratto identitario dagli italiani è tuttora una istantanea presente nell’immaginario collettivo del paese. Ancora oggi si possono trovare magneti da frigorifero che ritraggono quel momento in vendita nelle bancarelle delle principali città, così come molte persone ricordano come quella scena abbia dato origine a un vero e proprio tormentone musicale, che ha segnato l’estate del 2006. "Materazzi fu ferito", un brano italo-disco dello sconosciuto DJ Fabio, raccontava la vicenda sulle note della canzone risorgimentale "Garibaldi fu ferito", arrivando a invocare ai francesi di “ridarci la Gioconda, perché siamo noi i campioni del mondo”.
Ma, come accennato in precedenza, la figura di Zinedine Zidane è complessa e si presta a molteplici letture. Non sorprende, quindi, che con l’emersione nella cultura popolare della musica rap — che ha dato voce anche alle comunità della diaspora nordafricana in Italia — la sua immagine abbia assunto nel tempo nuovi significati. In questo senso, anche in Italia Zidane oggi viene visto attraverso una luce diversa, favorita dalla rinnovata centralità della città di Marsiglia e del rap che lì nasce, diventato un riferimento importante nell’immaginario della cultura urbana contemporanea. Un esempio è quello del rapper milanese Philip, che nel 2018 ha dedicato un brano al fuoriclasse francese. Ma non si tratta di un caso isolato: lo stile, l’eleganza e il percorso biografico di Zidane continuano a esercitare oggi un forte fascino su molti giovani, che riconoscono nella sua storia una traiettoria di riscatto e affermazione personale.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in francese su Views Magazine 006.