
«I calciatori non sono macchine» - Intervista a Julian Brandt Tra calcio, One Piece e molto altro
383 presenze in Bundesliga tra Bayer Leverkusen e Borussia Dortmund. 82 partite in UEFA Champions League. 48 presenze con la Germania, con cui ha conquistato la Confederations Cup nel 2017 e la medaglia d'argento alle Olimpiadi di Rio 2016. La carriera di Julian Brandt è quella che molti giovani calciatori sognano quando iniziano a rincorrere un pallone. Eppure, guardando oltre i numeri, i trofei e i contratti di sponsorizzazione con Nike, ci si accorge subito che raccontare Brandt significa andare oltre il campo.
Negli ultimi anni il centrocampista è diventato uno dei volti più riconoscibili di una nuova generazione di calciatori che vive il calcio come parte di un universo creativo più ampio. Le sue esultanze ispirate a One Piece, la passione per la fotografia e il videomaking, l'interesse per la musica e per lo storytelling raccontano una personalità curiosa, riflessiva e lontana dagli stereotipi che spesso accompagnano i professionisti di questo livello.
C'è è un lato della tua personalità che i tifosi vedono raramente, qualcosa che li sorprenderebbe davvero?
«Credo che il lato che le persone conoscano meno sia tutto quello che va oltre il calcio, la mia vita privata. Certo, ogni tanto nelle interviste parlo dei miei hobby, ma non si entra mai davvero nel profondo. La gente mi vede come uno che cerca sempre di restare positivo, che può essere serio, riflessivo o anche deluso quando le cose non vanno bene. Ma quello che i tifosi non vedono davvero è come sono quando torno a casa. Probabilmente è quella la parte più nascosta di me.»
Qual è, secondo te, il più grande equivoco che le persone hanno sui calciatori quando sono lontani dal campo?
«Penso che in fondo tutti lo sappiano, ma spesso se ne dimenticano: i calciatori non sono macchine. Alla fine siamo persone come tutte le altre. Siamo stanchi dopo gli allenamenti, siamo stanchi dopo le partite, spesso giochiamo convivendo con il dolore. Possiamo accettare le critiche, certo, ma questo non significa che non ci tocchino. Il fatto di giocare davanti a decine di migliaia di persone non ti rende diverso da nessun altro.»
Se ripensi al Julian bambino, quello che si è innamorato del calcio per la prima volta, cosa pensi direbbe della vita che stai vivendo oggi?
«Credo che resterebbe lì, con gli occhi spalancati, e direbbe semplicemente: "Wow". Le partite che guardavo in televisione da bambino oggi le gioco. Mi sono conquistato il posto in quei palcoscenici e adesso ci sono altri bambini che guardano me. Tutto quello che osservavo con gli occhi pieni di sogni, seguendo il mio club e i grandi campioni, in qualche modo è diventato la mia realtà.»
In campo hai sempre trasmesso grande calma e lucidità. Da dove nasce questa tranquillità? È carattere, esperienza o qualcosa su cui lavori consapevolmente?
«Penso sia soprattutto una questione di carattere, qualcosa che in parte erediti anche dai tuoi genitori. Ma conta tantissimo anche l'esperienza. Attraversando tante fasi nella tua carriera impari a costruirti un equilibrio, una forma di protezione. Restare calmo, avere i piedi per terra, affrontare ogni momento con lucidità. E poi c'è l'autenticità. Non inizierò mai a urlare o a gesticolare solo perché lo fanno altri. Non sono fatto così e non lo sarò mai. Questo però non significa che provi meno emozioni di chi le mostra apertamente. Le provo allo stesso modo, semplicemente le esprimo diversamente.»
Qual è l'ultima cosa che hai scoperto — un libro, un luogo, una persona o un'idea — che ti ha davvero ispirato?
«Mi ispirano tante piccole cose. Alcuni luoghi, per esempio. Ma soprattutto, e torno sempre lì, One Piece e il suo autore Eiichiro Oda. Sono stato anche a Osaka con il Borussia Dortmund e il Giappone mi ha colpito profondamente. Il rispetto che le persone hanno per gli altri, la disciplina, il loro modo di vivere... tutta quella cultura mi ispira. Più in generale mi affascinano tutte le culture diverse dalla mia, perché ognuna ha un modo diverso di intendere la convivenza. E poi l'ispirazione può arrivare davvero ovunque. Magari vai a cena da un vicino e rimani colpito dal modo in cui ha arredato casa. Basta poco.»
Fuori dal calcio, qual è la passione che oggi occupa più spazio nella tua vita? Hai anche progetti che ti entusiasmano particolarmente?
«Ci sono tante cose che mi appassionano oltre al calcio. La fotografia e il videomaking, soprattutto grazie a mio fratello Jannis, che mi ha fatto scoprire quel mondo. Poi ci sono progetti che mi piace sostenere, come À Ce Soir, un piccolo progetto lifestyle a cui sia io che lui siamo molto legati. Amo la musica e quel progetto è strettamente collegato a quel mondo: DJ, artisti, creativi. È un ambiente completamente diverso dal calcio e rende le mie giornate molto più ricche.»
Come sarebbe la tua giornata perfetta lontano dal campo, dal mattino alla sera?
«Se potessi decidere tutto io — il posto, il tempo, le persone — mi sveglierei verso le otto e mezza o le nove. Inizierei con qualcosa di attivo, una corsa o una sessione in palestra. Poi una bella colazione, rigorosamente in compagnia delle persone a cui voglio bene. Dopo magari prenderei la macchina e andrei verso il mare con gli amici, esplorando qualche posto nuovo. Nel pomeriggio una bella partita a padel. E la sera una cena tranquilla, buona musica e una conversazione che valga la pena fare. La musica non può mai mancare. Mi piace stare da solo, davvero. Ma mi piace ancora di più condividere le esperienze con le persone giuste. È quello che dà valore ai momenti. Anche se, a dire il vero, non sono uno che ama vivere sempre la stessa giornata: domani potrebbe essere completamente diversa ed essere comunque perfetta.»
Pensi che la creatività possa rendere un calciatore migliore? E quando senti che emerge di più nel tuo gioco?
«Assolutamente sì. La creatività è ciò che distingue un giocatore da un altro. Il calcio è lavoro, sacrificio, concentrazione, ambizione e anche un pizzico di fortuna, perché il corpo deve reggere tutto questo. Ma è la creatività che ti permette di fare un salto in più. Credo si possa allenare, ma non si possa davvero insegnare. E non c'è un momento preciso in cui compare. Succede e basta. In partita hai pochi millisecondi per decidere e tutto nasce d'istinto. Non esiste un pulsante che attiva la creatività. Però quando mi sento bene e ho davvero voglia di stare in campo, viene fuori con molta più naturalezza.»
Ti ricordi quando hai avuto l'idea di dedicare un'esultanza a One Piece? Da dove è nata?
«Credo che ogni calciatore prima o poi si chieda se, al prossimo gol, si debba limitare a esultare oppure sfruttare quel momento per comunicare qualcosa. È stato così anche per me. Ne ho parlato con mio fratello Jannis e abbiamo iniziato a lavorarci insieme. Da lì è nato il video in stile anime che abbiamo pubblicato su Instagram. Volevamo trasmettere un messaggio attraverso One Piece. Il mio personaggio preferito è Law, quindi ho cercato un modo per trasformare quel riferimento in un'esultanza riconoscibile. Poi è arrivato il gol a Brema e c'era abbastanza spazio per farla prima che i compagni mi saltassero addosso. Da quel momento è nato tutto: l'esultanza, il video e il legame che le persone hanno iniziato ad associare tra me e One Piece.»
La cultura del calcio sta cambiando rapidamente: moda, musica, gaming, storytelling. Qual è l'aspetto in cui ti riconosci di più?
«La moda mi interessa, anche se non la vivo in modo estremo. Il gaming invece non è mai stato davvero il mio mondo. Quello che mi affascina di più è lo storytelling. Oggi il calcio è diventato molto superficiale: chi ha segnato, le statistiche, e poi si passa subito alla partita successiva. Si parla poco delle persone, del loro carattere, di quello che le rende uniche. E invece nel calcio, nello sport e nella vita ci sono tantissime storie che meritano di essere raccontate. Farlo richiede tempo, ma credo sia il modo migliore per creare un rapporto autentico tra giocatori e tifosi.»
Se dovessi raccontare la tua carriera attraverso tre canzoni, quali sceglieresti?
«In realtà non sceglierei tre canzoni, ma tre modi diversi di vivere la musica. Penso agli artisti che mi rappresentano. Schmyt, per esempio, per la profondità dei suoi testi e il suo lato più riflessivo. Poi i PNL, che riescono a creare un'atmosfera unica anche attraverso il rap. E infine tutta quella musica che mi fa pensare alla libertà, alla creatività e al calcio giocato con leggerezza: Ronaldinho, il Brasile, la Spagna, artisti come J Balvin, Ozuna o Bad Bunny. È quella musica che ti mette addosso energia ancora prima di ascoltarne le parole. Credo che questo mix racconti molto meglio chi sono rispetto a tre singole canzoni.»
Se potessi fermare un solo momento della tua carriera, non un gol ma una sensazione, quale sceglieresti?
«Probabilmente il gol del 4-2 di Marcel Sabitzer contro l'Atletico Madrid. Non importa chi abbia segnato, né il risultato o il turno della competizione. In quel momento tutta la storia di quel percorso sembrava concentrarsi in pochi secondi. Ricordo di aver iniziato a correre senza sapere nemmeno dove stessi andando. Ti sembra quasi di aver segnato tu. Tutti perdono completamente la testa. È una sensazione che mi fa pensare che, persino vincere un titolo un giorno, potrebbe non superare quello che ho provato in quell'istante. È stato qualcosa di davvero speciale.»