La maratona si corre con la testa Intervista a Yeman Crippa

Dopo la vittoria nella maratona di Parigi, un risultato storico per il fondo azzurro, Yeman Crippa si è concesso una pausa. Una settimana in Yucatán, Messico, prima di tornare a Trento, agli allenamenti e a una quotidianità che, nel suo caso, resta inevitabilmente straordinaria. Perché il successo del 12 aprile a Parigi non racconta soltanto la consacrazione di uno dei migliori maratoneti in circolazione, ma si intreccia con una storia personale che Crippa stesso sente di portare con sé ben oltre gare, medaglie, cronometro e performance.

Nato in Etiopia e adottato da una famiglia trentina, Yemaneberhan Crippa non riduce il proprio percorso a quello di un semplice atleta. Sa di rappresentare qualcosa di più. "Mi scrivono un sacco di persone che sono state adottate, che hanno attraversato le mie stesse difficoltà, e mi chiedono: come hai fatto ad avere una rivalsa così, a ricostruire la tua vita così, a inseguire i tuoi sogni, nonostante tutto, e realizzarli?". Domande e momenti, come racconta Yeman stesso, che lo riportano con orgoglio alla sua storia e alla strada per arrivare qui. "Avrei potuto essere in Etiopia, non aver mai studiato e non conoscere il mondo. E invece la sorte ha deciso che fossi uno dei pochi fortunati che trovano una seconda possibilità e riescono a costruirsi un futuro diverso". È anche da qui che nasce la forza che lo ha portato a vincere a Parigi, cancellando dubbi, ritiri e domande sul suo futuro nella distanza più dura.

Abbiamo incontrato Yeman Crippa appena rientrato in Italia, all’indomani di una domenica storica per la maratona mondiale, quella della rivoluzione cronometrica di Londra, lo scorso weekend. "C’era una start list da paura: Sawe, Kejelcha, Kiplimo", racconta, "ci si aspettava che potesse arrivare qualcosa di speciale, ed è arrivato. Da qualche anno si prova a correre sotto le due ore, nessuno ci era mai riuscito, ma a Londra ce l’hanno fatta in due: pazzesco davvero."

Un po’ ti spaventa?

"Spaventarmi, no. Ovviamente sono molto sorpreso, soprattutto per Kejelcha (secondo, ndr), che all’esordio ha battuto il vecchio record del mondo e centrato l’obiettivo di una vita di un Eliud Kipchoge, ad esempio, che ha provato per anni e ha vinto un sacco di maratone in 2.00, 2.01, ma mai sotto le due ore. Si entra in una nuova era."

La tua nuova era invece è iniziata il 12 aprile, a Parigi.

"Sì, è stata una giornata speciale. Avevo tanta voglia di rivincita e finalmente mi sentivo pronto, fisicamente e mentalmente. Le maratone prima non erano andate come volevo: due ritiri consecutivi, due 2.12. Non vedevo l’ora di avere una nuova opportunità."

Cosa pensavi mentre correvi l’ultimo chilometro?

"Ero stra-emozionato, stra-gasato per quello che stava succedendo. Pensavo: oggi sta uscendo una bella gara e quello che sono io, tutti i sacrifici che ho fatto. E oltre alla felicità, alla fine, è arrivata un’emozione quasi troppo forte, che mi stava bloccando. Le gambe andavano, però avevo una specie di magone dentro…"

Il classico braccino?

"Può darsi, sì. Mi sono detto: sei arrivato fino a qui, hai fatto una grande gara, stai vincendo, sei davanti… e ti blocchi perché non riesci a gestire questa emozione? Sono riuscito subito a ricompormi e all’arrivo ero l’uomo più felice al mondo, perché per me è un sogno. Ne sono molto felice e orgoglioso."

Che consapevolezza ti ha lasciato?

"Mi ha dato sicurezza. Volevo riscattare le maratone prima e dimostrare qualcosa. Aver raggiunto questo risultato e avere chiuso la gara in progressione, facendo il mio record personale, mi ha confermato di essere sulla strada giusta, che la maratona è la mia distanza. Sicuramente posso ancora migliorare tanto, ma avevo bisogno di questa sicurezza. Perché quando ci sono persone - e sono tante, anche addetti ai lavori - che ti dicono “guarda che dovresti cambiare distanza, fai i 10.000, fai questo, fai quello”… un po’ ti possono condizionare. Il risultato di Parigi invece ha spazzato via i dubbi. Ci vuole ancora tanto lavoro, certo, ma il mio fisico è predisposto per questa distanza, e l’ho dimostrato."

Al traguardo hai esultato togliendo una scarpa e usandola come un telefono.

"Una goliardata che avevamo pensato con i miei amici in Kenya, il mese scorso, quando ci allenavamo. Mi avevano detto: 'Se vinci, esulta come Remco Evenepoel a Parigi' (ciclismo, Olimpiadi 2024, ndr): è stato un po’ per divertirsi, e un po’ come tributo a un atleta che stimo e ammiro molto."

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A proposito, che scarpa era?

"Era un prototipo della On LightSpray Cloudboom, che ho avuto l’onore e la possibilità di testare in gara, anche se di solito i test si fanno negli allenamenti. Mi sono trovato molto bene, anche meglio delle scarpe precedenti, che comunque erano già top per la performance."

Com’è il tuo rapporto con On?

"On ha creduto molto in me, mi voleva a tutti i costi nel team e da subito si è creato un ottimo feeling. È un’azienda giovane, europea, con voglia di crescere. Credo che nel mondo del running oggi sia tra i primissimi marchi, guardando tanto ai prodotti, quanto ai grandi atleti che fanno parte della squadra".

C’è un lavoro condiviso, dietro le quinte?

"Sì, c’è un costante scambio di feedback sui nuovi modelli. Quando esce un prototipo ci viene sempre chiesto un parere, si organizzano dei test, si valutano i risultati e i possibili aggiustamenti. Insomma si cerca insieme di perfezionare la scarpa. Dopo Parigi, ad esempio, ho raccontato nel dettaglio come mi sono trovato, che sensazioni ho avuto in gara, e per loro questi feedback sono preziosi".

E fuori, nella tua vita di tutti i giorni, come ti vesti, che stile hai?

"Mi piace vestirmi un po’ strano, mettere cose poco comuni. E in generale mi piace l’oversize. Sono magro, non mi vedo bene con abiti stretti o attillati. E quindi jeans larghi, maglietta larga, tutto un po’ largo - e tra l’altro On, neanche a farlo apposta, veste un po’ largo: anche per questo mi sono trovato bene. Detto ciò cambio spesso, non è che ho uno stile fisso. L’unica cosa che non manca mai è il cappellino".

Il tuo grande obiettivo futuro è LA 2028. Che obiettivo hai in testa?

"Godermi quel giorno e fare un bel risultato. In passato ho già corso in due Olimpiadi, Tokyo e Parigi. La prima per vari motivi - il Covid, l’umidità, le gambe che non andavano - non l’ho vissuta come avrei voluto. A Parigi invece mi sono goduto il clima olimpico, è stato bellissimo, ma sono arrivato venticinquesimo. Ora voglio fare di più. A Los Angeles arriverò da 32enne, con più esperienza e sicurezza, più pronto fisicamente. Voglio giocarmela con i migliori al mondo, provare a correre per una medaglia."

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In passato hai parlato spesso dell’importanza della testa in gare del genere, anche più che delle gambe.

"Per me è così. Io ad esempio vengo da due maratone in cui mi sono ritirato e soprattutto nella seconda, ai Mondiali di Tokyo, proprio per la testa. A un certo punto di ogni gara la sofferenza arriva, per tutti, ma io quel giorno non ero pronto mentalmente ad affrontarla. La gara è diversa dagli allenamenti, e a Tokyo non c’erano lepri, c’era un caldo e un’umidità difficili da gestire. Ma avevano tutti gli stessi problemi, solo che io in quel momento non sono riuscito a tenere botta. Al trentesimo chilometro eravamo tutti là, potevo giocarmi una medaglia, ma mi sono bloccato. Ho iniziato a pensare: ma chi me lo fa fare, ma perché sono qui a faticare? Non ce la faccio più, sto faticando in modo assurdo, il doppio degli altri. E mi sono fermato. Poi ho incrociato il mio allenatore, e non sapevo dargli una motivazione. Non è che ero senza fiato o energie, è stata tutta testa - e mi sono giocato un Mondiale perché non ero pronto ad affrontare una gara così complicata. A volte, quando c’è tanta pressione, magari gli allenamenti vanno bene, ti senti fisicamente bene, ma arrivi al giorno di gara ed è come se ti mancasse la voglia di gareggiare. Proprio nel giorno in cui dovresti essere la miglior versione di te stesso. Da lì mi sono detto detto: ok, ora sai dov’è il problema. Non è un tema di allenamenti, non è un problema fisico, devi iniziare a lavorare seriamente su questo."

E come lo hai fatto?

"Mi sono rimesso in gioco, ho trovato un mental coach che mi ha dato tanto, da ottobre ho iniziato un percorso che mi sta aiutando a gestire l’aspetto emotivo delle gare. La maratona di Valencia, dove ho fatto 2.12, mi è servita per dimostrare a me stesso che avrei potuto terminare la maratona. Anche se con un tempo deludente, dovevo arrivare al traguardo. Ho combattuto contro la mia testa, che mi diceva di fermarmi, però mi ripetevo: la terza maratona in cui ti ritiri, no! Stai facendo un bel lavoro, non buttare via tutto. Sono riuscito a mantenere la promessa che mi ero fatto, essere di parola con me stesso, e questo mi è servito. Agli occhi di tutti sono andato male, ma per me è stato un punto di ri-partenza e di svolta. Da lì ho iniziato davvero a risolvere il problema che sentivo in testa, fino ad arrivare a Parigi sereno, con la voglia e soprattutto la gioia di correre. Il risultato si è visto."

Hai parlato anche di un cambio di alimentazione che ti ha aiutato molto.

"Anche lì c’era un problema: non riuscivo a prendere i carboidrati necessari per una maratona, perché stavo male di stomaco. Mi era capitato di vomitare nella seconda parte, dopo il trentacinquesimo chilometro, e per questo assumevo meno carboidrati, ma così facendo avevo meno energie, mettevo il corpo in difficoltà. Anche con la caffeina avevo problemi di stomaco. Ho dovuto cambiare tutto, a partire dal nutrizionista. Lavoravo bene anche con chi mi seguiva prima, ma ora ne ho trovato uno con cui mi sono trovato in grande sintonia. Abbiamo trovato le soluzioni giuste per sostenere il mio corpo, dopo aver fatto delle prova nei mesi scorsi, quando mi allenavo in Kenya, e poi un test definitivo nella mezza maratona di Napoli, dove tra l’altro ho fatto il mio personale."

Un’ultima curiosità: come esperienza ed estetica, quali sono gare e città in cui ti piace di più correre?

"A me piace gareggiare in Italia, perché sento l’affetto delle persone. Quando corro nella mia città, Trento, dove mi conoscono tutti, mi arriva tanto supporto. Oppure ricordo il mio esordio in maratona, a Milano: bellissimo, sentivo il tifo per me. Così come a Napoli, alla mezza maratona. Però ci sono anche le città: la maratona di Londra è stata molto bella, perché abbiamo attraversato zone iconiche, con tifo dappertutto, è stata speciale. Così come Parigi alle Olimpiadi, per il giro che abbiamo fatto, davvero scenografico."

E nei giorni prima e dopo la gara, si fa turismo?

"Sicuramente prima della gara no, e so di non essere l’unico. Anche se magari la gara è domenica, si arriva il mercoledì, e giovedì o venerdì si potrebbe tranquillamente fare un giro senza stancarsi troppo, c’è troppa paura che succeda qualcosa al corpo. Preferiamo stare in hotel, anche senza fare niente, a cazzeggiare col telefono. Finita la gara invece si fa sempre qualcosa. Dopo l’arrivo, la conferenza e i test antidoping, passo il tempo con i miei amici. Vengono sempre un sacco di persone a vedermi, c’è un “friend club” di una ventina di persone che mi segue ovunque: ci divertiamo insieme, e dopo una fatica del genere è importante anche questo."