Messico e Canada sono davvero pronte al Mondiale? Come i due Paesi co-host si sono preparati alla FIFA World Cup 2026

È questione di ore prima che la FIFA World Cup 2026 abbia inizio. Un’edizione già da record, prima ancora del calcio di inizio, a causa del numero di squadre partecipanti e, di conseguenza, di partite. Un’edizione già da record per il quantitativo di superficie occupata, essendo l’evento distribuito tra Stati Uniti, Canada e Messico, per un totale di sedici città coinvolte: undici solo negli States, poi Vancouver e Toronto nella Terra dell’Acero, infine Guadalajara, Monterrey e Città del Messico. Un’edizione già da record, e proprio per questo sottoposta a costi infrastrutturali, questioni geopolitiche e problemi logistici senza precedenti.

Una prima contraddizione si può già riscontrare restando negli Stati Uniti, dove vigono travel ban per ben 48 nazioni, incluse quattro partecipanti alla World Cup - divieto totale per Haiti e Iran, parziale per Senegal e Costa d’Avorio, per le quali comunque il rilascio dei visti turistici ordinari è stato quasi del tutto sospeso. Per 11 Paesi su 48, a maggioranza africana e mediorientale, il tasso di rifiuto del visto al momento è superiore al 40%. Non proprio lo spot atteso dall’edizione più inclusiva di sempre, e questa è solo la punta dell’iceberg, che non tiene conto delle problematiche esistenti nei co-host, Canada e Messico.

La gestione dei costi in Canada

Organizzare un evento come la Coppa del Mondo ha sempre un costo. Il Canada, che ospiterà sette partite a Vancouver e sei a Toronto, ha speso poco meno di un totale di 1.1 miliardi di dollari canadesi, secondo le stime dell’ente responsabile del bilancio parlamentare (PBO). Si tratta di circa 59.6 milioni di dollari (americani) per partita di finanziamenti pubblici, cifre esorbitanti ma comunque in linea con quelle delle edizioni precedenti: in Brasile, nel 2014, l’analisi del PBO ha ricostruito un costo di 90.9 milioni a gara, mentre in Russia nel 2018 si è rimasti comunque sugli 80 milioni. Il problema consiste nell’aumento delle cifre rispetto al budget iniziale.

I costi iniziali al momento della nomina di Toronto come città ospitante nel 2018 prevedevano spese comprese in una forbice tra i 30 e i 45 milioni di dollari. Nel 2022, con i nuovi standard richiesti da FIFA, sono saliti a 300 milioni. Dopo la decisione di assegnare una sesta partita nella capitale dell’Ontario, l’ammontare finale è di 380 milioni. Anche a Vancouver i costi sono triplicati, toccando gli oltre 700 milioni di dollari. Per far fronte a spese simili, tutte dedicate alla sicurezza e alle infrastrutture, le città canadesi hanno dovuto escogitare alcune strategie inedite.

Per evitare l’aumento delle imposte immobiliari, le due città hanno deciso di sfruttare la possibilità offerta da FIFA di acquistare l’1.5% dei biglietti locali disponibili, per poi rivenderli all’interno di pacchetti esclusivi in modo da generare maggiori entrate. I clienti primari fanno parte di grandi aziende e la metodologia di reselling varia dalla semplice vendita alla lotteria. All’inizio sembrava che solo Toronto volesse avvalersi di questa strategia, acquistando 3500 biglietti rivenduti quasi interamente, ma anche Vancouver ha dichiarato che l’investimento facesse parte dei piani di gestione dei costi già dallo scorso anno. Numerosi media canadesi hanno accusato i governi cittadini di bagarinaggio, ricevendo risposte basate sulla necessità di gestire l’aumento di costi senza gravare eccessivamente sulle spalle dei cittadini.

Proprio per questo motivo, il target della maggiore riforma fiscale messa in atto dal governo canadese è diventato il visitatore a breve termine. Vancouver e Toronto hanno optato dal 2023 per un incremento del 2.5% della tassa di soggiorno nelle strutture alberghiere, passata dal 6% all’8.5%. Solo nella British Columbia, secondo le stime governative, questa misura dovrebbe garantire una revenue di oltre 250 milioni di dollari complessivi entro il 2030 - nei quali rientrano i 106 milioni già dichiarati tra 2023 e 2026.

Il problema dello spazio

Sebbene il Canada abbia riscontrato perlopiù successo negli sport invernali, il calcio è un’attività sulla quale il governo ha investito molto da decenni, fino a diventare lo sport più praticato. In Ontario, per esempio, si contano 309 mila tesserati, contro i 206 mila dell’hockey su ghiaccio. Il principale problema è di tipo infrastrutturale, e in questo la World Cup non aiuta.

Il BMO Field, temporaneamente ribattezzato Toronto Stadium, è stato sottoposto a lavori di adeguamento agli standard imposti da FIFA, come l’aumento di 17 mila posti per raggiungere la capienza di 45 mila, la realizzazione di un nuovo campo in erba conforme al regolamento e l’allestimento di facility per addetti ai lavori. I costi di questa procedura sfiorano i 160 milioni di dollari.

A causa di queste spese, sono stati costruiti solamente quattro dei dodici mini-campi da gioco che la città di Toronto aveva garantito alla comunità locale entro l’inizio della Coppa del Mondo. Sembrerebbe un problema minore, ma la provincia dell’Ontario affronta da anni la difficoltà nel finanziare campi da gioco al chiuso per far fronte ai rigidi inverni canadesi, che rendono il calcio uno sport impossibile da praticare per gran parte dell’anno in ambienti outdoor - i quali, a propria volta, sono quasi completamente inesistenti. Lo stesso BMO Field è condiviso da Toronto FC e Argonauts, mentre l’altra struttura, il York Lions stadium, ospita tre squadre diverse.

Il dynamic pricing di FIFA

Ad aprile scorso, il Presidente FIFA Gianni Infantino aveva dichiarato una richiesta preliminare di oltre 500 milioni di biglietti, dieci volte superiore a quella delle precedenti World Cup. Al momento, però, nessuna delle partite previste in territorio canadese ha fatto registrare un sold-out, e il turismo nelle due città di interesse è in linea con il mercato estivo, un riempimento delle strutture pari a circa l’80% della capienza.

Sui canali ufficiali FIFA, fino al mese scorso, il prezzo più basso per la rivendita di un biglietto a Toronto in occasione del debutto del Canada contro la Bosnia-Herzegovina superava i 1300 dollari, mentre questa settimana il minimo ha toccato i 534 dollari. A dicembre, quando sono stati rivelati gli accoppiamenti dei gironi,i prezzi erano lievitati a circa 3000 dollari per la categoria più alta. Cifre astronomiche che si aggiungono a quelle di viaggio, a dimostrazione di quanto il dynamic pricing di FIFA sia problematico, rendendo l’evento ancora più esclusivo nonostante la smisurata estensione geografica.

La beautification di Vancouver

FIFA ha creato un piano d’azione per rendere la World Cup 2026 la prima manifestazione sportiva svolta nel pieno rispetto dei diritti umani, tema molto delicato soprattutto per Vancouver, che durante i Giochi Olimpici Invernali del 2010 si era già scontrata con numerose proteste per aver provato a nascondere i senzatetto in strutture apposite per ragioni di immagine e di aver sostituito progetti di affordable housing per incrementare la gentrificazione nei centri nevralgici dell’evento.

La città della British Columbia si è preparata pianificando attività di sensibilizzazione per gli operatori della sicurezza, allestendo allo stesso tempo spazi di accoglienza al coperto per i cittadini senza fissa dimora, dove saranno trasmesse anche le partite della World Cup. Sebbene questo sforzo risulterà sicuramente positivo per i gruppi sotto la soglia della povertà, rientra all’interno dello sport washing praticato da FIFA, che richiede da contratto con le città ospitanti una beautification zone nel raggio di due chilometri dagli stadi.

Nel caso di Vancouver si parla del B.C. Place, che prevede circa 350 mila visitatori nel corso dell’evento. La struttura nasce proprio nella Downtown Eastside, dove due terzi dei residenti vivono al di sotto della soglia della povertà. Oltre a richiedere maggiori misure di sicurezza a tutela dei visitatori, questo significa che lo sgombero degli spazi pubblici sarà inevitabile, così come quello dei lavori di pulizia da graffiti, tendopoli e rifiuti, essendo parte della beautification richiesta da FIFA.

Con queste misure si spiega un investimento di oltre 240 milioni di dollari nella sicurezza da parte della città di Vancouver, con queste misure si può provare a trovare un senso alla presenza di corpi di polizia provenienti anche da altri Paesi. Su tutti, la Immigration and Customs Enforcement (ICE), la cui permanenza in territorio canadese sarà da chiarire e da giustificare per il governo federale statunitense, considerando che gli agenti non potranno nemmeno circolare armati, né effettuare alcun tipo di azione operativa.

Numerose proteste locali sono nate a riguardo, specialmente a tutela dei diritti umani minati dall’ICE e di forte critica nei confronti dei rapporti tra Donald Trump e Infantino, sull’onda di movimenti più organizzati come quello statunitense No Ice in the Cup - un’iniziativa culturale che ha coinvolto dieci delle undici città ospitanti.

La sicurezza in Messico

Sicurezza è una parola chiave anche per il Messico, a partire dalla capitale, dove è stato messo in atto il cosiddetto Piano Kukulkan: un dispiegamento di 100 mila agenti di forze dell’ordine per garantire la sicurezza dell’ingente quantitativo di visitatori in arrivo in un’area già di per sé molto turistica - si stima che solo la Coppa del Mondo porterà in Messico oltre cinque milioni di turisti.

Questa decisione governativa arriva per svariate ragioni. Quella più immediata consiste nella presenza nella piazza principale di Città del Messico, comunemente nota come Zocalo, di migliaia di insegnanti in protesta per chiedere un aumento degli stipendi in modo da far fronte alla forte inflazione. La polizia, in queste settimane, ha sventato un tentativo di occupazione del Ministero dell’Istruzione, mentre i manifestanti hanno reagito abbattendo e bruciando le statue di Paseo de la Reforma, installazioni artistiche rappresentanti le maggiori stelle della World Cup create in occasione dell’evento.

La preoccupazione maggiore, invece, deriva dalle ritorsioni del cartello dopo la morte di Nemesio Oseguera Cervantes, noto come El Mencho, avvenuta a febbraio scorso. Il leader del Jalisco New Generation Cartel è stato catturato dalle forze speciali messicane dopo una sparatoria che ha provocato la morte delle sue sei guardie del corpo e numerose ferite da ambo le parti, inclusa quella letale che ha portato alla morte di Cervantes durante il trasporto in direzione di Città del Messico.

Membri armati del cartello hanno preso d’assalto venti dei trentadue stati messicani, bloccando strade e autostrade per mezzo della foratura di pneumatici o di incendi ai danni delle automobili, prendendo anche d’assalto banche ed esercizi pubblici come farmacie e relegando di fatto la popolazione all’interno delle case. A Guadalajara, una delle città ospitanti, l’allarme è scattato quando un gruppo di persone si è rifugiato in aeroporto dopo aver sentito colpi di arma da fuoco arrivare dalle strade vicine. Sebbene la polizia non abbia riscontrato sparatorie, i rumori provenivano dall’autostrada, bloccata da un’auto in fiamme. Tra agenti governativi e membri del cartello, il numero di morti supera i cinquantacinque da febbraio.

A questi moti interni si aggiunge un altro attentato legato a Città del Messico e al suo turismo, quello del complesso della piramide di Teotihuacán, dove ad aprile una visitatrice canadese è stata uccisa da un uomo armato che ha ferito anche altri tredici degli astanti prima di suicidarsi. Un fatto slegato dal cartello e da ogni legame con la Coppa del Mondo, ma comunque avvenuto in uno dei siti più gettonati della capitale, che nelle prossime settimane ospiterà a propria volta migliaia, se non milioni di turisti.

Lo spostamento problematico dell’Iran a Tijuana

Il Messico è inoltre diventato protagonista di un altro problema internazionale, quello dell’Iran, che parteciperà alla Coppa del Mondo giocando a Los Angeles e Seattle, ma senza poter sostare negli Stati Uniti. La base operativa della nazionale è infatti stata spostata da Tucson, in Arizona, a Tijuana, una delle città ospitanti messicane, appena a maggio scorso, costringendo all’impiego di numerose forze della guardia nazionale e a un lavoro logistico lungo e complesso.

La nazionale iraniana è rimasta per tre settimane in Turchia a svolgere il training camp, in attesa del rilascio dei visti, ritardato continuamente dal governo messicano e statunitense a causa delle indagini sui legami dei membri dello staff e dei calciatori con il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC). Quattordici dirigenti, inclusi il segretario generale della Federazione calcistica iraniana, Hedayat Mombeini, e il suo vicepresidente, Mehdi Mohammad Nabi, sono stati invece bloccati.

Una situazione di stallo culminata anche nella revoca da parte di FIFA dell’assegnazione dei biglietti per i tifosi iraniani, nonostante a ogni squadra venga concesso di distribuire biglietti per i propri tifosi pari all’8% della capienza degli stadi. Questo ha inasprito ulteriormente i rapporti della Federazione iraniana con FIFA, già complicati dai problemi logistici legati ai visti e, più nel pratico, al fatto che i giocatori avranno meno di una settimana prima del debutto per adattarsi a un fuso orario di dodici ore - trovandosi allo stesso tempo fermi da febbraio a causa della pausa forzata dalla guerra.

La frattura interna alla Federazione messicana

Se per il Messico questa edizione della Coppa del Mondo si prospetta già politicamente tumultuosa, la nazionale non ne è stata risparmiata. Anzi, la Federazione si è trovata spaccata in due giusto a maggio, a un mese dall’inizio dei mondiali, a causa dei complicati incastri di calendario con i club.

Il CT del Messico, Javier Aguirre, ha dovuto lanciare un ultimatum ai propri giocatori, spiegando che una mancata presenza al camp del 6 maggio - dove erano previsti venti giocatori, dodici dei quali sarebbero stati scelti - avrebbe portato all'esclusione dalla World Cup. Tra i convocati, anche giocatori del Toluca, squadra impegnata contro il Los Angeles FC per il ritorno delle semifinali della Concacaf Champions Cup, e del Chivas de Guadalajara, qualificati ai quarti di finale dei playoff di Liga MX.

Per motivi di calendario, e per il fatto che si trattasse di una competizione continentale, solo i giocatori del Toluca avrebbero potuto disputare la gara prima di presentarsi al training camp, provocando una reazione stizzita del Chivas e di altre squadre del campionato, e portando infine all’annullamento del permesso per mezzo dell’ultimatum strategico di Aguirre, che ha preservato i patti.

L’accordo tra club e Federazione prevedeva infatti una piena disponibilità dei giocatori per la World Cup a partire dal 26 aprile, quando la regular season di Liga MX si è conclusa, nonostante FIFA permettesse di trattenere i tesserati fino al 25 maggio - o al 30 maggio per tornei continentali. Un marasma che, seppur risolto, si inserisce nella lunga schiera di questioni problematiche che hanno travolto il Messico a pochissimo tempo di distanza dal calcio d’inizio della Coppa del Mondo.

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