La Paris-Roubaix più bella di sempre L'edizione 2026 consegna Wout van Aert alla leggenda del ciclismo

Una Paris-Roubaix tutta d’un fiato. Una delle gare di ciclismo più belle ed emozionanti di sempre. Dalle 13.40, momento in cui la bici di Tadej Pogačar ha avuto uno dei tanti problemi visti ieri pomeriggio, alle 16.30, quando Wout van Aert ha coronato nel velodromo la migliore giornata della sua carriera, la Regina delle Classiche è stata un climax di emozioni. Senza tregua, con colpi di scena uno dopo l’altro, nella corsa che non per niente si fa chiamare l’Inferno del Nord, e ieri lo è stata più che mai. Forature e cadute in sequenza hanno attorcigliato per decine di chilometri i distacchi tra i favoriti - Mathieu van der Poel davanti a Pogačar e van Aert, tutti con due o più rotture”sul percorso; e hanno imposto ritmi infernali sulle strettoie di pavè e sterrato, con strategie portate precocemente all’estremo, fino alla volata finale nel Vélodrome André Pétrieux di Roubaix.

Attorno, un contesto che regala immancabilmente le sue istantanee. La bellezza fotogenica della Paris-Roubaix, d'altronde, il suo fascino fatto di mistica, estetica e tradizione, non sono un mistero. Anche ieri ci è stato restituito da scatti, riprese col drone, slow-mo sul pavè - tutto materiale con cui è sempre sano concedersi un po’ di binge scrolling nelle ore dopo la corsa. Sportivamente parlando, di questa 123esima edizione si ricorderanno tre frame, i più significativi, come i pretendenti al suo scettro: la foresta di Arenberg, dove van der Poel è sceso da una bici, e poi da un’altra, perdendo il treno per la volata finale; il Carrefour de l’Arbre, lungo cui Pogačar ha sferrato l’attacco più feroce, con lo sguardo di settimana scorsa nelle Fiandre, o della Milano-Sanremo, o in altri innumerevoli pomeriggi, anche se stavolta non è bastato; e infine, ma solo in ordine cronologico, gli ultimi 300 metri di van Aert, perfetti, dentro e fuori le sue emozioni.

Foresta di Arenberg - Mathieu van der Poel

"Per vincere qui ci vuole anche tanta fortuna". L’aveva detto van der Poel, imbattuto alla Paris-Roubaix dal 2022. Tre titoli consecutivi all’attivo, ma non la fortuna necessaria, evidentemente, per il poker. Le sua speranze si sono perse nella foresta di Arenberg, il punto peggiore in assoluto per bucare, figurarsi per combinare tutto quello che è seguito. Distante dall’ammiraglia, van der Poel ha abbandonato la bici e montato su quella del compagno Jasper Philipsen, che però era fuori taglia e con attacchi non compatibili. "Come altri, ho forato sul pavé", ha raccontato VdP, "e chiaramente non avrei dovuto prendere la bici di Jasper. Volevo cercare di uscire da Arenberg, ma non era possibile, quindi ho provato a prendere di nuovo la mia bici, mi hanno dato un’altra ruota, ma ancora non era possibile". Un disastro. Filippo Pozzato diceva un giorno che "non c'è posto più merdoso di Arenberg, ma nel senso buono del termine" - e a volte, lo sa bene van der Poel, anche in senso letterale.

E così per l'olandese se ne sono andati due minuti e mezzo: un abisso che tendenzialmente separa chi ha una possibilità di vincere la corsa, e chi no. Anche se Mathieu, che da quel momento abbiamo visto in ogni primo piano televisivo con gli occhi dell’uomo in missione, non ne ha voluto sapere. Non si è mai arreso davvero, ha rincorso per novanta chilometri a tutto gas ed è arrivato al traguardo con soli 15 secondi di ritardo. Eroico, molto più di quanto il suo quarto posto possa raccontare.

Carrefour de l’Arbre - Tadej Pogačar

Il ritardo accumulato da van der Poel ha spianato la strada a quelli che, secondo i pronostici della vigilia, erano i favoriti numero due e tre: Pogačar e van Aert. Lo sloveno inseguiva la storia, la Paris-Roubaix è l’unico trionfo che gli manca tra le Monumento, dopo il successo nella Milano-Sanremo il mese scorso. Del resto, senza pendenze e con lunghi tratti in pavè, non è sicuramente la sua corsa. Eppure partiva in prima fila anche qui, ed è arrivato a giocarsela fino all’ultimo metro; chiudendo secondo, come nel 2025 nel suo debutto alla Parigi-Roubaix. Lo sappiamo già: tornerà nel 2027, con il coltello tra i denti. Nella sua testa probabilmente correrà questa corsa tutti i giorni, per un anno.

Ieri a 120 chilometri dall’arrivo Pogi ha avuto il primo problema tecnico del pomeriggio. Anche in quel caso, ad ammiraglia distante, e così il leader della UAE Emirates ha dovuto usare una bici non della sua misura per qualche chilometro, trovandosi poi a dover colmare un gap di un minuto e mezzo circa. Un recupero che è costato energie e compagni di squadra, ma che ha permesso a Pogačar di essere alla guida del gruppo che ha staccato van der Poel nella foresta. Da lì si è delineata sempre più chiaramente - anche se con con imprevisti all’ordine del chilometro - la coppia in fuga per la Paris-Roubaix 2026: Pogačar e van Aert. Dopo aver sfilato gli ultimi superstiti con un attacco del fiammingo, con poco più di cinquanta chilometri rimanenti i due sono rimasti da soli. Testa a testa, ruota a ruota. Per lo sloveno, con van der Poel fuori dai giochi, era l’occasione d’oro, e ha provato in tutti i modi a coglierla, uno strappo in fila all’altro. Sul Mons-en-Pévèle, e con ancora più decisione sul Carrefour de l’Arbre - ma senza riuscire a scrollarsi van Aert di dosso. "Sapevo che su strada con Tadej avrei avuto una buona chance, una volta rimasti soli noi due", racconterà Wout dopo la premiazione, "il momento in cui ci ho creduto davvero è stato dopo il Carrefour de l’Arbre". La grande resistenza. Il preludio di un trionfo.

Vélodrome de Roubaix - Wout van Aert

"Questa vittoria significa tutto per me". La carriera di Wout van Aert, 31 anni e sette Paris-Roubaix prima di ieri, ha trovato il suo compimento più alto proprio nel luogo iconico e teatrale per antonomasia del ciclismo: il velodromo di Roubaix. Dove è arrivato spalla a spalla con Pogačar, collaborando finchè c’era da fare il vuoto dietro, poi mettendosi sulla difensiva e reggendo alle sue frustate; mostrando la forma fisica dei giorni migliori, e infine grande lucidità, bruciando il rivale con lo sprint perfetto dentro al Pétrieux. Una vittoria di testa, di gambe, e soprattutto di cuore. “Il capolavoro della mia vita”, ha detto dopo il traguardo, in un fiume di emozioni. "Battendo Pogačar - alzi la mano chi ha ripensato al gran finale del Tour de France 2025, ndr - con quella maglia iridata addosso: non poteva esserci modo migliore, è davvero un sogno che si realizza".

Le lacrime che hanno rigato il suo volto subito dopo la linea d’arrivo, contagiose, raccontano la liberazione di questo successo. Tutto il peso di una carriera enorme, ma letta e definita dai piazzati, dalle occasioni e dai duelli persi contro i fenomeni della sua generazione. La sua seconda Monumento, però, ha spazzato via tutto, e l’arrivo con dedica al cielo ha ricordato il profondo significato, per van Aert, di esserci riuscito proprio qui. Dove nel 2018 aveva perso un amico e compagno di squadra, Michael Goolaerts, vittima di un arresto cardiaco. "Le persone che mi sono vicine sanno quanto ho dovuto raccogliere i pezzi. Mi sono sempre rialzato. La prima volta che ho gareggiato qui ho perso Michael. Da allora il mio obiettivo era vincere e puntare il dito verso il cielo, per lui e per la sua famiglia". Missione compiuta, Wout.