
Essere un leader, secondo José Mourinho Abbiamo incontrato lo Special One
Il 2 giugno 2004 José Mourinho cambiò per sempre la storia del calcio. Lo fece stando seduto ad un tavolo, impassibile ai flash e alle domande dei giornalisti. Era il giorno della sua presentazione ufficiale come nuovo allenatore del Chelsea e il portoghese in quel contesto griffò la frase che ancora oggi, a oltre 20 anni d distanza, definisce la sua immagine pubblica: "Please don't call me arrogant, but I'm European champion and I think I'm a special one".
Mourinho è stato in grado di difendere e alimentare quell'aura da Special One, garantendosi attenzioni anche al di fuori del mondo del calcio. L'ultimo esempio arriva da Prima Assicurazioni: la compagnia assicurativa lo ha scelto come testimonial della nuova campagna multipiattaforma “Tu, Prima". Il lancio ufficiale di questa partnership è avvenuto nell'elegante cornice di DAZI Milano. Ed è qui che abbiamo avuto modo di incontrare Mourinho e capire di più cosa significhi per lui essere un leader. Anzi cosa renda qualcuno un leader.
"Ci vuole una certa personalità - ci racconta Mou -. Devi sentirti a tuo agio in questo ruolo. Devi sentirti a tuo agio con le responsabilità che comporta guidare un gruppo. Mi piace pensare che abbia a che fare con il DNA. Alcune persone sono leader nati. Ma c'è anche un altro aspetto: si impara a farlo attraverso lo studio, l'esperienza e l'evoluzione della propria carriera".
Un leader deve essere anche un vincente o per lo meno essere in grado di dare il giusto peso alle vittorie. Per questo motivo quando chiediamo a Mourinho se sia meglio vincere 1-0 oppure 4-3 lui risponde senza il minimo dubbio: "È meglio vincere. Se vince 1-0 probabilmente è perché la tua difesa è stata solida. Se vinci 4-3, probabilmente è perché la difesa è stata debole, ma l'attacco al contrario è stato forte. Una vittoria è sempre una vittoria. Ma ogni vittoria porta con sé qualcosa su cui si può migliorare".










































