
It’s still called football Il Mondiale 2026 ha messo in luce i limiti strutturali del sistema calcistico americano
Questa FIFA World Cup in terra americana si è conclusa incoronando i giocatori della Nazionale spagnola come campioni del Mondo al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey, a due passi da New York City. Per le rappresentative dei Paesi organizzatori - Messico, Canada e ultimi, ma non ultimi, Stati Uniti - si è concluso molto prima, agli ottavi di finale. Per la Nazionale a stelle e strisce, in particolare, l’esito è stato a dir poco disastroso, mediaticamente parlando.
Nella vittoria del Belgio per 4-1 su Team USA, Romelu Lukaku - autore dell’ultimo goal dei suoi - ha esultato in faccia a uno sconvolto pubblico di Seattle, prima di inscenare con i compagni una danza molto simile a quella che il Presidente Donald Trump ha reso virale durante le proprie campagne elettorali. Se ci potessero essere flebili dubbi sull’ispirazione dietro a quel gesto, la replica della scenetta nello spogliatoio sulle note di YMCA dei Village People - scelta da Trump durante gli eventi - ha confermato l’intento parodico.
A rincarare la dose ci ha pensato l’account della Nazionale belga su X, Belgian Red Devils, che in serie ha fatto uscire due post virali, il primo con una grafica del risultato finale e il secondo con due foto dell’esultanza di Lukaku. Sulle rispettive caption si possono tuttora leggere le sillabe che ben rappresentano la batosta subita dagli Stati Uniti: Overturn this e It’s called s̶o̶c̶c̶e̶r̶ FOOTBALL.
Il caso di FIFA e Donald Trump
Il primo attacco richiama la revoca della squalifica di Folarin Balogun, centravanti della Nazionale statunitense e al momento di proprietà del Monaco, comunicata a sorpresa dalla FIFA dopo che il giocatore era stato espulso ai sedicesimi di finale contro la Bosnia-Erzegovina. Si tratta di un unicum che ha fatto rumore sia in quanto tale, dal momento che per trovare l’annullamento totale di una squalifica ai Mondiali bisogna risalire al 1962, sia soprattutto per ragioni politiche.
Il Presidente Donald Trump non ha nascosto di aver contattato l’altro Presidente, Gianni Infantino, per chiedere alla FIFA una revisione della squalifica di Balogun. Nel processo sarebbero stati coinvolti anche svariati funzionari della Casa Bianca, la stessa Casa Bianca visitata da Cristiano Ronaldo a novembre 2025 prima di ricevere una squalifica di tre giornate a causa di un cartellino rosso per gomitata al difensore dell’Irlanda, O’Shea, durante una gara di qualificazione alla World Cup. Quella sospensione avrebbe voluto dire per il portoghese un’assenza prolungata oltre la prima partita del Mondiale, prontamente ridotta a una sola giornata dalla FIFA applicando l’articolo 27 del Codice Disciplinare.
Questo in sintesi consente di revocare eventuali squalifiche parzialmente o in toto, lo stesso principio che ha permesso la reintegrazione di Balogun per la partita contro il Belgio. Peccato che quest’ultima decisione non sia stata stabilita, come spesso avviene in circostanze simili, dall’intero organo composto da 18 membri, bensì dal solo Mohammad al-Kamali, Presidente del Comitato Disciplinare della FIFA. Si tratta di un’indiscrezione rivelata da The Times, omessa dagli atti ufficiali e celata dietro il perentorio no comment di al-Kamali ai microfoni della BBC, una strategia comunicativa che fa leva sulla possibilità del chairman di agire come giudice unico e sull’indipendenza giuridica teorica del Comitato rispetto all’organo FIFA - slegando così la questione da Infantino e, di conseguenza, Trump.
Il caso ha ovviamente raggiunto una enorme eco mediatica e portato a una ribellione da parte degli organi Internazionali, oltre che della UEFA, prima che il Belgio decidesse di equilibrare tutto sul rettangolo di gioco. Il che porta alla seconda parte del messaggio che reca con sé questa eliminazione degli Stati Uniti dal Mondiale: it’s still called football.
Il calcio negli Stati Uniti
Nonostante le strategie di coping sui social abbiano portato a battute sul prodotto interno lordo del Belgio, messo a confronto con quello degli Stati Uniti, o alla supremazia in altri sport e discipline delle squadre a stelle e strisce, i soldi americani si sono confermati in questo caso insufficienti a formare un contesto competitivo. In generale, i soldi del Governo degli Stati Uniti non hanno alcun tipo di influenza sullo sviluppo calcistico, poiché la Federazione agisce in maniera indipendente e in quanto ente nonprofit, secondo le linee guida dell’Amateur Sports Act del 1978. Il calcio, negli Stati Uniti, si finanzia da solo.
Questo, di per sé, non sarebbe un enorme problema, se non esistessero una serie di fattori penalizzanti. Il primo è che fino agli anni 2000 anche le grandi società non hanno avuto una struttura adeguata, mancando delle fondamenta incarnate dai settori giovanili, rendendo di fatto il modello insostenibile a lungo termine e destinato al collasso. Il secondo è che proprio questa scarsa lungimiranza di investimenti, assieme a fattori economico-sociali, ha reso il calcio una disciplina per pochi, in totale controtendenza con l’esempio europeo e globale. Passato inizialmente come uno sport per immigrati, italiano o sudamericani che fossero, nel tempo si è imborghesito fino a diventare un settore di nicchia già dai primi calci.
Questo si contrappone al trend post-COVID, che negli ultimi tre anni ha visto l’aumento della partecipazione ad attività sportive da parte di studenti e studentesse delle high school americane, con il calcio posizionato bene a livello maschile - al quarto posto dietro a football, atletica e pallacanestro, addirittura davanti al baseball - e benissimo a livello femminile, dietro solo ad atletica e pallavolo, con una crescita di affluenza rispetto all’anno precedente del 2.4%. I veri problemi derivano dalla sostenibilità dello sport giovanile.
Il modello pay-to-play e private equity
Se i fondi non arrivano dallo Stato, in qualche modo la formazione giovanile deve comunque sopravvivere. Il modello scelto dagli Stati Uniti è quello del pay-to-play, cioè la richiesta ai genitori di una quota di iscrizione per permettere ai figli di prendere parte alle attività sportive, finanziando così l’assunzione di professionisti, il mantenimento delle strutture e i costi di viaggio. Già questo sistema alimenta il gap tra le classi più e meno abbienti, tanto che i dati governativi del 2024, in piena contrapposizione con un’enorme crescita per numero di iscrizioni e per una positiva riduzione della disparità di genere, riportano la riduzione di affluenza di ragazzi e ragazze appartenenti a famiglie nella fascia più bassa di reddito. Correlata con la questione è anche la differenza enorme tra gruppi etnici, che vede afroamericani e ispanici abbondantemente sotto la soglia del 50% di partecipazione, contro il 65.5% dei bianchi. Esiste persino una disparità gigantesca di oltre il 15% partecipazione tra chi ha famiglie con entrambi i genitori sposati e chi vive con almeno un genitore single, per ovvie ragioni.
Il costo medio annuale nel 2024 per una famiglia statunitense è stato di 1.016 dollari per lo sport principale praticato dal proprio figlio, ma questo non spiega bene le differenze legate alle classi di età e alla disciplina. Per iscrivere adolescenti a un programma medio di Elite Clubs National League (ECNL), la maggiore competizione calcistica giovanile negli Stati Uniti, si varia dal pacchetto di iscrizione standard compreso nella forbice tra i 2100 e i 3200 dollari, a quello accademico tra i 3400 e i 3500 dollari per l’età 10-18 anni e una stagione da 10.5 mesi. Un business da $40 miliardi di dollari complessivi in un anno, non passato inosservato agli occhi degli investitori, che hanno portato all’arrivo di fondi private equity per l’acquisto di intere attività.
Il problema di questa pratica consiste nel tentativo da parte delle società di creare un oligopolio tramite integrazione verticale, non inglobando quindi solo una precisa società ma tutte le attività ad essa legate: viaggi, merchandising, attrezzature e abbigliamento. Il pay-to-play si trasforma così in stay-to-play, dato che gli operator che organizzano tornei giovanili gestiscono i canali per la prenotazione delle strutture a prezzo rialzato, prevedono un costo di ingresso agli eventi per i genitori e vietano lo streaming delle gare agli spettatori, costringendo a pagare un abbonamento per le trasmissioni promosse dall’azienda - Black Bear TV è il provider più rinomato, legato all’omonimo fondo. Seguendo questi ritmi, i costi annuali per i genitori anche solo di un singolo figlio superano agilmente le decine di migliaia di dollari.
Il sistema fa leva sulla disperazione delle famiglie per i costi di istruzione, specialmente in prospettiva accademica. Con la promessa di formare i figli per riuscire a garantire borse di studio collegiali, questi programmi intrappolano gli iscritti al proprio interno, escludendo anche ogni forma di competizione sul mercato, completamente monopolizzato dai singoli gruppi di investimento. Per i ragazzi, inoltre, non solo si creano aspettative non sane e richieste legate agli aggiornamenti di vestiario e calzature, ma non esiste alcun tipo di garanzia di sviluppo, dal momento che l’unica mira degli investimenti private equity è il ritorno immediato. Per interrompere questo ciclo, definito un volano negli ambienti governativi, è stato addirittura proposto un disegno di legge federale al Congresso, chiamato Let Kids Play Act, per regolamentare e arginare l’ingresso di private equity nel mondo dello sport giovanile.
Il programma MLS Next
I costi complessivi da oltre decine di migliaia di dollari annuali riguardano gli studenti iscritti a programmi ECNL e Academy private, ma una valida alternativa per le più talentuose e i più talentuosi è rappresentata da MLS Next. Si tratta della competizione di sviluppo giovanile, nata appena nel 2020, dell’omonima Lega professionistica nordamericana, che vanta al proprio interno Academy delle squadre maggiori e allo stesso tempo di altre realtà non-MLS.
Le Academy più blasonate sono per la maggior parte gratuite, ma anche qui sussiste una divisione in tier che rende alcuni programmi indipendenti molto costosi, dai duemila dollari in su a stagione, ricordando che si tratta di categorie di età che vanno da under-13 a under-19, quindi fino a toccare anche qui le cinque cifre. Nonostante maggiori benefit a costo zero durante l’annata in corso per gli iscritti e le numerose borse di studio, i programmi gratuiti non sono sufficienti a sopperire alle mancanze del sistema, anzi.
Entrare a far parte delle Academy d’élite non è facile e ovviamente è un privilegio per pochi, mentre i programmi a pagamento puntano su un numero di iscrizioni più ampio sottoposto però a un salasso economico. Comunque la si giri, la coperta resta molto corta, riducendo di fatto le possibilità per eventuali talenti che hanno il solo difetto di appartenere alla fascia di reddito più bassa della popolazione. Poco importa se il bacino dal quale pescare è il più ampio del Globo, queste condizioni riducono il flusso a un semplice affluente.
I problemi di NASL e MLS
Oltre a questo assottigliamento delle risorse, resta il problema della recenziorità delle Academy rispetto alla Major League Soccer, già di per sé molto giovane. American Wedding: 50 Years of Soccer in the United States racconta con precisione il risorgere dalle ceneri sparse dopo il fallimento della precedente North American Soccer League, fallita per aver deciso di volare troppo vicino al sole, puntando per un’espansione rapida e immediata nonostante l’assenza di un’infrastruttura economica dietro alle singole squadre e per aver offerto stipendi a superstar globali pur in assenza di una revenue adeguata.
I New York Cosmos alla fine degli anni ‘70 potevano vantare una formazione con Pelé, Franz Beckenbauer e Giorgio Chinaglia, e in quegli anni nella NASL arrivarono anche Johan Cruyff, Eusébio, George Best, Gerd Müller e molti altri, nel tentativo di offrire risonanza e aumentare l’affluenza per uno sport sostanzialmente quasi invisibile negli Stati Uniti. Un progetto che ha avuto tutt’altro che successo, collassando dopo nemmeno vent’anni.
La MLS, dal canto suo, non ha ripetuto l’errore, adeguandosi al sistema degli altri sport americani e imparando grazie ai casi particolari. Esiste un salary cap, dunque un massimo che si può spendere per costruire il roster di una squadra, ma sull’onda di quello NBA, meno rigido dell’hard cap NFL. Esistono infatti eccezioni come quella della Designated Players Rule, istituita con l’arrivo di David Beckham ai LA Galaxy, che consente di eccedere la soglia del salary cap per un massimo di tre giocatori a squadra, offrendo cifre oltre il massimo che vengono registrate sul budget complessivo con impatto calmierato.
Esiste anche un Draft, per la precisione un SuperDraft, per pescare i migliori talenti in uscita dal college come negli altri maggiori sport americani, ma convive con un sistema, quello delle Academy, che permette di bypassarlo. Il tier più esclusivo - quello gratuito ma riservato a giovani atleti d’élite - delle società di MLS Next serve proprio a formare giocatori da inserire in prima squadra senza passare dal Draft sfruttando la Homegrown Player Rule, istituita per favorire l’ingresso dei talenti più giovani ai massimi livelli a stipendi competitivi garantendo per le squadre un impatto calmierato sul budget. Un esempio di successo recente è quello di Alphonso Davies, entrato nel settore giovanile dei Vancouver Whitecaps a quattordici anni e titolare di un contratto professionistico a sedici, prima di essere venduto al Bayern Monaco per cifre astronomiche.
Sebbene questo sistema sia più pensato rispetto a quello della NASL, poggia comunque su una base ancora scricchiolante a livello giovanile e convive con una realtà, quella del salary cap, comprovata per gli altri sport americani ma tutt’altro che presente nel calcio a livello globale - o, almeno, non tramite una regolamentazione così rigida. Come raccontato in American Wedding anche da Federico Bernardeschi, protagonista di una parentesi al Toronto FC tutta italiana con Lorenzo Insigne e Domenico Criscito, il gap tra i giocatori di punta e quelli agli estremi del roster è enorme, creando una disomogeneità media che limita la costruzione di squadre davvero competitive sulla falsariga di quelle, per esempio, europee.
Il successo del calcio femminile è un’eccezione
La crisi e le problematiche del sistema giovanile riguardano tutti, ma negli Stati Uniti esiste una piccola eccezione. Delle nove edizioni dei Mondiali di calcio femminile organizzate dalla FIFA dal 1991, quattro sono andate agli Stati Uniti, incluse due delle ultime tre edizioni. Se per il mondo maschile nordamericano lo sviluppo calcistico giovanile è molto recente e penalizzato dall’assenza di fondamenta a partire dalle squadre d’élite, per il femminile è tutto il contrario.
La legge federale Title IX emanata nel 1972 vieta la discriminazione di genere negli istituti scolastici riceventi fondi federali in qualunque settore, incluso quello sportivo. Questo ha portato a un incremento della partecipazione femminile alle attività sportive, nel calcio più che in altri sport a predominanza maschile, trattandosi di una disciplina ancora in quegli anni associata a minoranze e priva di una radice socio-culturale equiparabile a pallacanestro, football e baseball. Così, dalle sole 700 atlete iscritte a programmi di settore a livello di high school nel 1971, c’è stata una crescita del 17.000% entro la prima World Cup di venti anni dopo, toccando oltre 120.000 calciatrici adolescenti negli anni ‘90. Tra l’impatto mediatico di USA 1994 e la vittoria del Mondiale femminile nel 1999, poi, si è vissuto un altro exploit, risultante in un’ulteriore crescita percentuale che tuttora perdura e che vede oltre 390.000 studentesse giocare a calcio nelle high school statunitensi.
Questo tasso di partecipazione così elevato sin dagli anni ‘70 ha portato a una maggiore ramificazione delle competizioni anche a livello collegiale. Nella Division I NCAA ci sono oltre 350 squadre femminili, circa il 40% in più rispetto a quelle maschili, il che favorisce opportunità di borse di studio e delle recenti fonti di revenue per atleti collegiali come il Name, Image and Likeness (NIL). Sebbene il 73.5% dei fondi NIL sia impiegato nel mondo del football e del basket, perlopiù maschile, esistono numerose eccezioni tra le calciatrici femminili. Il primo contratto di questo tipo stipulato da Nike con un’atleta universitaria in ogni disciplina sportiva appartiene a Reilyn Turner di UCLA nel 2021, per esempio.
Non solo quindi il lavoro sullo sviluppo femminile è stato pionieristico rispetto al resto del Mondo, dove il calcio era associato alla sfera maschile e ancora sottoposto a discriminazione, ma anche rispetto alla controparte negli Stati Uniti. Questi cinquant’anni di gap non si possono ridurre nel breve periodo, e comunque il modello collegiale non sarebbe in alcun modo replicabile al momento sia per ragioni socio-economiche, sia pratiche. In quest’ultimo caso influirebbero infatti fattori anagrafici, dal momento che il professionismo nel calcio maschile globalmente inizia già da giovanissima età, portando gli atleti o a saltare direttamente il college per entrare nelle Academy di élite in cerca di un debutto precoce o a spostarsi verso l’Europa e altri settori giovanili in giro per il Mondo.
Leggende del calibro di Mia Hamm, Alex Morgan o Megan Rapinoe sono passate dal College, mentre nella nazionale statunitense maschile eliminata dal Belgio tracce accademiche si possono scorgere solo nel portiere Matt Freese e nel difensore Tim Ream, tra i titolari.
La svolta arriverà dal Mondiale?
La privatizzazione a livello giovanile sta arginando lo sviluppo del calcio e di molti altri sport negli Stati Uniti, acutizzando differenze socio-economiche ed etniche. La MLS ha buone idee, ma poco applicabili e comunque asservite a un sistema rigido. Il modello di successo femminile non è replicabile, al momento, a livello maschile. La Nazionale maschile è stata eliminata pesantemente dal Belgio, che si è preso gioco del Presidente Donald Trump di fronte al Mondo intero. Ma agli Stati Uniti resta il dominio economico, seguendo il coping di molti account sui social, giusto? Guardando al calcio, in particolare a questa World Cup, non proprio.
La FIFA ha chiesto ai tre Paesi ospitanti di adeguarsi a numerosi requisiti, portando a investimenti da centinaia di milioni di dollari di denaro pubblico. Questo non ha ripagato nel mese di giugno secondo gli enti statunitensi del turismo, dal momento che l’affluenza è stata piatta rispetto all’anno precedente e addirittura in diminuzione da mercati come quello europeo e asiatico. Le stime di entrate da oltre $30 miliardi iniziali erano legate proprio al turismo overseas, ma dynamic pricing e aumento del costo della permanenza nelle città ospitanti hanno probabilmente portato molti supporter stranieri a desistere, rendendo FIFA l’unica vera beneficiaria dell’evento - con una revenue stimata di circa $9 miliardi.
Dove la World Cup potrebbe farsi sentire è sul piano socio-culturale. Il fenomeno dei Watch Party è divenuto globale, ma le iniziative extra campo hanno avuto enorme impatto soprattutto sulle città ospitanti, coinvolgendo in eventi pubblici dedicati classi più povere e comunità straniere residenti in territorio americano, altrimenti impossibilitate a prendere parte all’economia del Mondiale a causa dei costi troppo elevati.
La madre di tutte queste iniziative è stata a New York City, precisamente a Central Park, che in occasione della finale si è riempito di 50.000 spettatori per il watch party pubblicizzato dal sindaco Zohran Mamdani. Quest’ultimo si è fatto promotore anche di altri programmi, come Soccer Streets, che ha trasformato temporaneamente i blocchi stradali adiacenti a cinquanta scuole pubbliche in campi da calcio pop-up. Un primo passo proattivo decisamente importante per lo sviluppo di una coscienza calcistica comunitaria, a partire proprio dal luogo per eccellenza al quale viene associato questo sport, le strade.
Sul piano organico, invece, la Federazione ha optato per una centralizzazione favorita da un investimento da quasi $230 milioni sul Training Center di Fayette in Georgia, vicino ad Atlanta, che diventerà la casa di tutte e ventisette le squadre nazionali - comprensive di rappresentative senior, giovanili ed estese. Questi costi si aggiungono a quelli pubblici di risanamento e aggiornamento delle infrastrutture già esistenti, con il buon proposito di migliorare l’accessibilità a sedi gratuite o anche solo su prenotazione per le community locali. Stabilita questa base, il passo successivo sarà quello di tentare di riempire questi impianti con il maggior numero possibile di giovani, affrontando tutti i difetti esistenti sul piano sistemico sfruttando l’inerzia della Coppa del Mondo.









































