
La vita lontano dai riflettori di Larissa Iapichino Intervista alla numero uno nel ranking mondiale del salto in lungo
Larissa Iapichino ha vissuto un 2026 straordinario, culminato in un’estate quasi perfetta. Dopo l’argento ai Mondiali indoor, a luglio ha stabilito a Eugene il nuovo record italiano saltando 7,12 metri, migliorando di sei centimetri il proprio personale e superando di un centimetro il primato della madre Fiona May, intatto da quasi trent’anni (1998). Si è poi laureata campionessa europea a Birmingham, ha chiuso al secondo posto la finale della Diamond League e, due settimane fa, ha conquistato l’Ultimate Championship di Budapest. Una serie di risultati che, con il prossimo aggiornamento, la porterà per la prima volta in vetta al ranking mondiale del salto in lungo femminile.
Dopo un’estate così, persino per Iapichino è difficile scegliere un momento da ricordare. “Sono combattuta tra l'Europeo e il record italiano”, racconta. “Perché l'Europeo è stato magico, tra l'atmosfera dell’evento, che già di per sé ti regala tanto, e il risultato. Però anche il record italiano è stata una bellissima emozione, qualcosa di storico e che tra l’altro ho raggiunto a Eugene, negli Stati Uniti, uno stadio meraviglioso e una casa dell'atletica per eccellenza. Questi due sono gli highlights della mia stagione, ma non saprei sceglierne uno”.
Settimana scorsa abbiamo incontrato Iapichino in una media availability organizzata da Red Bull, suo sponsor dal 2020. Ci ha raccontato la Larissa che non vediamo, lontano da telecamere e riflettori: una ragazza ormai abituata alle attenzioni del pubblico e dei media, che non ha paura di esporsi pubblicamente e che sogna di continuare a vedere l’atletica crescere in Italia, ma che conserva comunque la sua riservatezza, in pedana e fuori. E che, nonostante le esigenze dello sport ad alto livello, non ha abbandonato il percorso parallelo nella giurisprudenza, in cui fin da piccola proietta il suo futuro.
L’atletica e la giurisprudenza
“L’ho sempre voluta studiare”, spiega su questa sorta di vocazione, diventata nel tempo una strada parallela all’atletica. “Mio zio è avvocato e io fin da piccola mi sono detta che quando sarei diventata adulta, avrei fatto l'avvocato, e poi mi sono portata dietro questa idea per tutto il percorso scolastico. Finito quello, mi sono iscritta e piano piano sto affrontando il percorso, che chiaramente non può avere la priorità rispetto agli allenamenti, perché lo sport è un treno che non può attendere e che va preso alla prima chiamata. Una laurea invece può essere diluita, almeno nel mio caso, visto anche che riesco a mantenermi senza problemi e che non ho l'urgenza come tante persone di laurearmi per entrare nel mondo del lavoro”.
Iapichino è consapevole di essere in “una situazione più tranquilla, possiamo dire privilegiata, rispetto a tante altre persone che stanno facendo il mio corso di studi”. Non è affatto scontato, però, raggiungere vette sportive come quelle che sta conoscendo, a 24 anni, e non trascurare il percorso di studi universitari. “Ci metto molto impegno, cerco di fare in modo di riuscire a dare i miei esami ogni anno, anche se non sono in corso, ma credo sia normale. È una laurea già difficile per chi lo fa a tempo pieno, figurarsi per me che non posso dedicarmici al 100%. Però mi do un minimo di esami che devo dare ogni anno e cerco di rispettarlo. Tutti i giorni combino studio e allenamenti, e anche in periodo di gare cerco di organizzarmi cercando di tenermi sempre libero il pomeriggio, un po’ per riposarmi e un po’ per studiare”.
Lo sport in Italia
Tornando alla pedana, l’exploit di Iapichino nel 2026 non è stato un fulmine a ciel sereno. Né per la saltatrice, né più in generale per l’atletica azzurra, che sta vivendo una vera e propria età dell’oro. E “non si tratta soltanto di meri risultati, che sono comunque notevoli. C'è anche qualcosa di più. Non solo per il talento che sta esprimendo questa generazione e questa nazionale, ma anche per i valori che sta trasmettendo, per questa grande multiculturalità, che è molto bella da vedere”.
Nelle sue parole torna spesso un noi che da fuori può quasi suonare strano, parlando di una disciplina individuale come il salto in lungo. Iapichino ci racconta che è un fenomeno ben più ampio di lei, è un modo di vivere l’atletica che unisce atleti e atlete azzurre di questo periodo storico. “Una componente importante nei successi di questa generazione”, anche se poi il momento della gara è individuale. “Certo, in pedana sono sola, però al di là della competizione c’è un profondo rispetto tra di noi, siamo tutti uniti dalla maglia azzurra e condividiamo tutti la voglia di dare in qualche modo un contributo affinché l'Italia possa stare più in alto possibile. È un bel modo di vivere l’italianità, la fierezza di portare e rappresentare questi colori – e questo spirito, sano, si sente anche quando ci si sfida tra connazionali. Così si è creata questa bellissima atmosfera, e credo che sia importante sapere che anche in sport solitari, c’è un grande team alle spalle, una vera squadra. Trovarsi con persone che condividono vita e sacrifici per arrivare fin qui è d’aiuto per sentirsi capiti, e forse anche meno soli”.
Capita di sentir parlare di questa sensazione di solitudine per chi pratica sport individuali e che hanno una visibilità mediatica a corrente alternata, riservata ai grandi appuntamenti. Iapichino ci parla di “buon bilanciamento tra momenti in cui è giusto essere esposti, e altri invece in cui è importante avere il proprio spazio, stare tranquilli e distanti dai riflettori”. Allo stesso tempo si augura che il trend attuale di crescita dell’atletica sia solo l’inizio, e che non dipenda eccessivamente dai risultati raggiunti in gara dagli azzurri, o dalla crisi che sta vivendo il calcio italiano, che recentemente ha lasciato spazio ad altro. “Mi piacerebbe vedere queste discipline più presenti nelle case degli italiani. Nel mio mondo ideale c'è posto per tutti gli sport: se la Nazionale di calcio – e io me lo auguro davvero, da tifosa italiana – dovesse ricominciare a vincere, io spero che gli altri sport continuino comunque a crescere. Credo che sia importante avere una cultura sportiva a 360 gradi, imparare a conoscere tanti sport. Certo, ognuno poi ha le sue discipline favorite, ma penso a Paesi come Germania o Gran Bretagna, dove il calcio rimane lo sport più popolare, ma dove comunque c'è un forte interesse anche per tante altre discipline. Poi sappiamo tutti che i risultati acchiappano l'attenzione anche del tifoso occasionale, ed è giustissimo, però sarebbe bello se ci fosse un po’ più di curiosità al di là del risultato”.
Lo storytelling sportivo
Sperare che le attenzioni sull’atletica continuino a crescere non significa automaticamente che sotto i riflettori Larissa si senta nel suo habitat naturale. Anzi, “io appartengo all’insieme di chi compete in modo riservato, introverso, silenzioso. Perché io sono fatta così, non sono una molto estroversa, non sono una da: entro, spacco tutto, faccio lo show, gaso il pubblico. E non ho assolutamente niente contro chi ha uno stile del genere, anzi, a volte penso che mi piacerebbe essere così, ma sarei ridicola. Non sono proprio fatta per questo, non sarebbe naturale”.
Ed è nel modo in cui talvolta questa riservatezza viene percepita e raccontata dal pubblico e dai media che Iapichino individua un problema più ampio. “Viviamo in una società sempre meno empatica, e penso spesso che sia importante impegnarci per riacquisire l'empatia verso il prossimo, saperci mettere nei panni delle altre persone. I giornalisti, i media e in generale tutti quelli che raccontano lo sport hanno un ruolo in questa dinamica, in un certo senso un dovere civico”.
Il punto, per la saltatrice, è la leggerezza con cui si tendono a criticare gli sportivi. “Per qualsiasi atleta, o quasi, le cose vanno a volte bene, altre volte uno schifo, ma può succedere”, continua. “L'anno scorso ad esempio ero delusissima dal Mondiale di Tokyo 2025, adesso mi sento completamente l'opposto. Quello che vorrei passasse nei miei riguardi, come per tanti altri che fanno la mia vita, è che il nostro impegno non dipende dal risultato. È bello quando le cose vanno bene e ci elogiano, però non è giusto che si venga affossati quando le cose non vanno come vorremmo. Io ad esempio sono la più grande critica di me stessa, e quella critica che può arrivare dai media io spesso me la sono già fatta, magari anche in maniera più aspra. Non c'è bisogno che si rincari sempre la dose. C'è modo e modo di parlare delle delusioni, e secondo me su questo aspetto ci dovrebbe essere una maggiore sensibilità, perché comunque siamo esseri umani. D’accordo, siamo personaggi pubblici e dobbiamo accettare le critiche, ma il punto non è ciò che si dice, ma come viene detto. Chi racconta le nostre imprese, nel bene o nel male, ha anche il dovere di sensibilizzare il pubblico sul modo in cui si criticano gli sportivi”.
Questa responsabilità, secondo Iapichino, non riguarda soltanto le parole utilizzate per raccontare le delusioni, ma anche le immagini attraverso cui vengono rappresentati i corpi e le performance delle atlete. Per questo accoglie positivamente le linee guida introdotte dall’EBU quest’estate per televisioni e media sulle riprese nell’atletica femminile. “Credo che siano importanti, perché vediamo spesso immagini che non sono necessarie né allo storytelling della gara, né a mostrare l’atleta”. Una distinzione fondamentale, secondo la saltatrice azzurra, riguarda chi controlla la propria immagine. “Se una persona vuole mostrarsi, deve essere una sua decisione, non una scelta presa da altri che può farla sentire a disagio. Sui social e sulle proprie piattaforme ognuno è libero di mostrare tutti i lati che vuole, in tutti i sensi, della propria persona; ma se si tratta di immagini televisive, accessibili a tutti e quindi anche ai bambini, bisognerebbe dare spazio alle cose realmente importanti: quanto salti, come salti, la tecnica, il gesto, e via dicendo”.
L’estetica dell’atleta
Nel modo in cui si presenta in gara, Iapichino cerca sempre di conservare qualcosa della ragazza di 24 anni che vive fuori dalla pedana. Parte dai capelli, sempre raccolti nella sua riconoscibile crocchia. “Devo incollarli alla testa con il gel e raccoglierli dietro. Per la prima mezz’ora ho sempre mal di testa, ma è diventato quasi un rituale: mi fa capire che è arrivato il momento di gareggiare”. Lo stesso vale per il trucco, mai eccessivo “perché comunque si suda tanto”, ma sufficiente a “conservare un po’ di quella cura che metto quando esco con gli amici”. Questo senso di continuità estetica, però, non si riflette sul piano caratteriale. “Quando entro in pedana faccio uno switch: divento competitiva, aggressiva. Per me deve funzionare così, deve esserci un po’ di aggressività nel modo in cui approccio la gara, mi serve per performare. Quando finisce, poi, torno quella di tutti i giorni”.
Se avesse carta bianca sull’abbigliamento, Larissa Iapichino “sogna un completo interamente nero, un colore che mi è mancato in questi anni, sia con i competition kit degli sponsor, sia ovviamente con la Nazionale”. Racconta di apprezzare molto il lavoro di Diadora, suo sponsor tecnico, in particolare “la volontà di sperimentare con silhouette e piccoli dettagli, senza rinunciare alla funzionalità”. Infine, un po' di sana voglia di normalità. “Nell’atletica si tende sempre a colori sgargianti, mentre a me piacerebbe qualcosa di più vicino a qualcosa che si potrebbe indossare tutti i giorni”.
























































