Il calcio in Groenlandia è comunità Tra iceberg, campi sintetici e il sole che non tramonta mai

Immaginate un campo di calcio circondato da iceberg e montagne innevate. È giugno, ma il sole non tramonta mai. In Groenlandia l'estate dura appena tre mesi e per tre mesi il pallone viene calciato giorno e notte sotto la luce irreale del sole di mezzanotte. Qui il calcio non è soltanto sport: è rito sociale, specchio collettivo di un'identità che prova a emergere nel mondo globale, nonostante un ecosistema naturale e politico che sembra spesso remare contro. Il calcio a queste latitudini è la passione popolare per eccellenza: oltre 5.000 persone, circa il 10% della popolazione totale, poco più di 56.000 abitanti, risultano tesserate come giocatori. Un dato sorprendente se si considera che la stagione agonistica outdoor va da fine maggio a metà settembre, compressa tra ghiaccio, vento e neve per oltre otto mesi l'anno, e dall'impossibilità di avere campi in erba naturale. Per questo sono diffusissimi il futsal e i terreni sintetici o ibridi tra terra e fango, superfici che raccontano un calcio di adattamento, resiliente, costruito contro la geografia.

Una federazione fuori dal sistema globale

La KAK Kalaallit Arsaattartut Kattuffiat (la federcalcio groenlandese), fondata nel 1971 a Nuuk, organizza il campionato nazionale e gestisce la selezione groenlandese. Il Paese non è affiliato né alla FIFA né a UEFA o CONCACAF, che non più tardi del giugno 2025 ha respinto la richiesta di affiliazione da parte dell'isola. Una condizione sospesa tra orgoglio identitario e frustrazione sportiva. La nazionale veste i colori della bandiera, il bianco e rosso, firmati Hummel, con maglie che celebrano la cultura inuit. Non si tratta di semplici decorazioni, c'è il tupilak, figura spirituale protettrice, richiama forza e guida; c'è anche il tuukkaq che simboleggia coraggio e anche i motivi avittat che derivano dagli ornamenti tradizionali dei kamik e dei costumi cerimoniali. Il kit nasce dunque come progetto culturale prima ancora che sportivo, una bandiera tessile che racconta il territorio, la storia e la volontà di essere riconosciuti nel mondo. E come se non bastasse, la sua seconda maglia è dedicata al ghiaccio, un tributo al paesaggio ghiacciato che ci unisce e vive dentro ogni abitante della Groenlandia.

Il campionato più breve del pianeta

La diffusione del calcio sull'isola affonda le radici nella colonizzazione danese dell'inizio del XX secolo. Da allora il pallone ha permeato le comunità diventando uno dei principali strumenti di socialità tra insediamenti isolati. Allenamenti e partite sono momenti di incontro, di racconto, di identità condivisa. Oggi questo sport si muove dentro un contesto geopolitico complesso: la Groenlandia è al centro delle attenzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la sua posizione strategica nell’Artico e per le sue risorse naturali. Le tensioni diplomatiche hanno alimentato, tra parte dell’opinione pubblica locale, anche letture politiche del mancato riconoscimento calcistico internazionale. Eppure il calcio groenlandese vive lontano dai miliardi della sport-industry globale e dalle logiche delle superleghe Il torneo nazionale, l'Angutit Inersimasut GM, è composto da otto squadre divise in due gironi che si affrontano in un evento concentrato in pochi giorni: probabilmente il campionato più breve al mondo.

@valentinpilate

The most beautiful game, for every single soul on Earth. Like here, in Greenland at UUMMANNAQ.

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Qui la passione supplisce alla scarsità di infrastrutture. La B-67 Nuuk, con 15 titoli vinti, è la regina dei ghiacci. Il suo campo, come quello delle altre squadre, è incastonato tra rocce e mare, con tribune naturali di pietra. Il suo sponsor tecnico è la svedese Craft Sportswear, marchio legato all'abbigliamento per climi estremi e alla sostenibilità: una scelta coerente con un territorio fragile e spettacolare. Il derby cittadino è contro il Nuuk Idraetslag, fondato nel 1934, mentre le altre rivali storiche si chiamano Kagssagssuk Maniitsoq, Inuit Timersoqatigiiffiat-79, G-44 Qeqertarsuaq, Nagdlunguaq-48, Kissaviarsuk-33, UB-83 e Upernavik FC. Dietro quei nomi che sembrano codici criptici si nasconde una tradizione precisa: deriva dal modello sportivo danese. Le lettere indicano spesso la natura originaria del club ad esempio Boldklubben significa "club di calcio" mentre i numeri rimandano all’anno di fondazione. Così B-67 significa "Boldklubben af 1967" e lo stesso vale per molte altre società dell'isola. Una convenzione che in Groenlandia è sopravvissuta più a lungo che nel calcio continentale, diventando un segno identitario riconoscibile.

Un calcio che esiste per essere comunità

C'è però una caratteristica che accomuna tutti, per giocare devono viaggiare in aereo, in motoscafo o in slitta per centinaia di chilometri. Ogni partita è un'odissea logistica, ogni trasferta un'impresa artica. In questo universo remoto esiste anche una figura che incarna il sogno possibile: Jesper Grønkjær. Nato a Nuuk nel 1977, è il calciatore di origine groenlandese più famoso al mondo. Cresciuto nel calcio europeo, ha vestito le maglie di Ajax, Chelsea, Atlético Madrid, Stoccarda e Copenhagen, collezionando 80 presenze con la Danimarca tra Mondiali ed Europei. La sua origine artica resta una nota affascinante nella narrazione del calcio globalizzato: un ponte simbolico tra il pallone dei ghiacci e il grande palcoscenico internazionale.

Con stadi che non sono immense arene multifunzionali, ma piccoli palcoscenici naturali, degni di una graphic novel nordica o di un film post-apocalittico, in Groenlandia il campo si estende fino all'orizzonte gelato, il calcio è cultura prima che business. È una comunità prima che spettacolo. In un mondo dominato da televisioni globali e narrazioni iper-commerciali, nel cuore dell’Artico esiste un calcio che non chiede attenzione per moda, ma per esistenza: sotto il sole di mezzanotte, oltre la neve, oltre i confini del mondo. A prescindere da chi spera di ridisegnarli.