
Storia dei podium caps in Formula 1 Dai primi esperimenti alle ultime collezioni disegnate da Denis Dekovic
Kimi Antonelli sta collezionando, uno dopo l’altro, tutti i podium caps - i cappelli indossati a fine gara dai primi tre classificati - in queste fasi iniziali del Campionato del Mondo 2026 di Formula 1. Il giovane pilota di Mercedes ha infatti conquistato sin qui tre podi su altrettante gare, unico di questo avvio a riuscirci, ottenendo il secondo posto nel Gran Premio di Melbourne e vincendo quelli di Shangai e Suzuka in back-to-back. Dopo questo secondo successo, è diventato il primo pilota italiano a vincere due gare di fila da Alberto Ascari nel 1953, e l’unico dopo Giancarlo Fisichella con più di un successo in Formula 1. La differenza è che, per quest’ultimo, ci è voluta una carriera, mentre Antonelli ha appena iniziato quella che è solo la sua seconda annata nella massima competizione automobilistica, raggiungendo questo traguardo storico nel giro di quindici giorni.
Già in Cina, la sua vittoria aveva infranto diversi record, a dire il vero. A soli 19 anni e sei mesi, si è assestato come il pilota più giovane di sempre a ottenere una pole position in Formula 1, scalzando Sebastian Vettel, che proprio in Italia nel 2008 aveva chiuso le qualifiche ufficiali al primo posto sotto la torrenziale pioggia di Monza, a bordo della propria Ferrari Toro Rosso. Il giovane prodigio bolognese ha anche chiuso un cerchio temporale, diventando il primo italiano a vincere un Gran Premio di Formula 1 esattamente venti anni dopo il trionfo di Fisichella in Malesia.
Le differenze rispetto al podio azzurro del 2006 sono però molteplici. In primis, Fisichella correva a bordo di una monoposto Renault, in un periodo in cui Mercedes doveva ancora rientrare in Formula 1 come una vera e propria scuderia. In secondo luogo, Antonelli non era ancora nato. Ma, a parte questo e agli sponsor cuciti sulla tuta, è la componente estetica vent’anni dopo ad apparire del tutto ridimensionata da uno specifico dettaglio: il logo Pirelli sui podium caps, un’esclusiva tutta italiana che negli anni ha rimpiazzato ogni altro marchio, inclusa Michelin, ben visibile sul cappello nel 2006.
Dalla corona d’alloro ai podium caps: l’origine della tradizione
Più si va indietro, più ci si può rendere conto quanto le tradizioni siano cambiate. Dopotutto, il primo Gran Premio riconosciuto in quanto tale della Formula 1 è stato corso nel 1946 a Torino, su un circuito temporaneo allestito nel Parco del Valentino. La competizione, intesa come Campionato del Mondo, risale al 1950. In quasi ottant’anni di storia, sono cambiati gli equipaggiamenti, i motori, le monoposto, le divise, le scuderie e, tra le infinite altre cose, le usanze dopo la gara. Per oltre tre decadi, fino a metà degli anni '80, ai vincitori sul podio veniva regalata una ghirlanda d’alloro con decorazioni floreali. Questa scelta affonda le proprie radici nell’epica greca, in particolare nel mito di Apollo e Dafne, dove si compie la metamorfosi di quest’ultima in una pianta di lauro, da quel momento cara al dio e simbolo di sapienza. Per questo motivo, nei secoli, l’alloro è stato usato prima come premio negli agoni poetici, arte che rappresenta al meglio gli attributi di Apollo, poi come ornamento per i trionfi di epoca romana, agonistici e militari.
Ora, questa usanza si è spenta del tutto, o quasi, rivivendo solo in alcuni omaggi. Nel 2021, per esempio, corone floreali sono state riesumate in occasione della prima assoluta del format della Sprint Race, mentre nel 2024 un’idea creativa è stata quella di Lenovo e Pininfarina, che in collaborazione hanno realizzato per il vincitore del Gran Premio di Cina un trofeo circolare come tributo alla vecchia tradizione del lauro, seppur con un design robotico moderno.
Il podio come vetrina, il cappello come simbolo
Le ultime testimonianze in assoluto delle ghirlande di alloro sul podio della Formula 1 risalgono al 1985, in particolar modo in Italia e in Sudafrica. In quegli anni il cappellino sulla testa dei piloti sul podio era già tradizione consolidata, ma solo complementare al premio d’alloro, come attestano le prime testimonianze fotografiche dei podium caps, datate inizio anni '70 - nonostante una diffusione sicuramente anche precedente. Il perché di questa scelta è facilmente intuibile. La ghirlanda di alloro cingeva i piloti, ma anche le tute con gli sponsor e il nome della casa automobilistica di appartenenza, oscurando il marchio e rendendolo meno riconoscibile. Con l’avvento della fotografia e degli strumenti multimediali, si è sentita sempre più l’esigenza di una vetrina per la promozione dei prodotti.
Senza impedimenti tra le mani, per esempio, il podio è divenuto un pretesto per sponsorizzare anche marchi di champagne, innescando una corsa tra i brand vinta nel 2025 da Moët & Chandon, che ha sostituito Ferrari Trento per la prima volta dal 2021. Ma soprattutto la fronte dei piloti si è prestata a diventare l’equivalente di un cartellone pubblicitario ambulante sul gradino più alto del podio mondiale, promuovendo prevalentemente i Global Tyre Partner della Formula 1, e cioè i fornitori ufficiali di pneumatici.
Come sono cambiati i podium caps?
Negli anni '60, la partnership maggiormente remunerativa con Dunlop si rispecchiava in un podium cap giallo con decorazioni in nero, incluso il nome del logo ricamato sul pannello frontale, modello per tutti gli esemplari seguenti. La visiera in queste prime edizioni è già protagonista, sia con le decorazioni di alloro in nero sulla parte superiore, sia con alcune aggiunte - come il logo o la ripetizione del nome del marchio - sulla parte inferiore. Dal 1973 al 1997/1998, invece, il dominio assoluto - salvo la flebile e sporadica concorrenza di Michelin, la stessa Dunlop, Firestone e Pirelli - è appartenuto a Goodyear, il cui cappellino più riconoscibile è quello azzurro con cuciture dorate sul pannello frontale, sulla visiera e anche sui pannelli laterali, utilizzati per indicare il luogo del Gran Premio.
Questo lungo monopolio verrà interrotto solo a partire dalla stagione 1999 con il passaggio del testimone a Bridgestone, che proporrà un podium cap rosso con il nome del marchio su una patch bianca frontale e il logo su uno dei pannelli laterali, introducendo in quello opposto la posizione del pilota - prima, seconda o terza, indicata dal rispettivo numero. La compagnia giapponese, tra 2001 e 2006, si giocherà le apparizioni sui podi con Michelin, salvo poi uscire vincitrice da questo testa a testa come leader fino alla fine del decennio. Dal 2011 in poi, è infine Pirelli a diventare partner ufficiale ed esclusivo della Formula 1 nella fornitura di pneumatici, proponendo svariate variazioni di quello che è un modello fisso e riconoscibile: patch gialla con logo rosso sul pannello frontale, posizione del pilota indicata su uno dei pannelli laterali, data e luogo del Gran Premio sull’altro, foglie di alloro sulla visiera. A cambiare sono i colori e i dettagli della corona, una base nera nella versione originale, del tutto rivoluzionata soprattutto nell’ultimo biennio.
Il design contemporaneo: Denis Dekovic e la nuova era Pirelli
La Pirelli Lifestyle Collection ha rivelato le proprie perle proprio a partire dai Podium Caps ideati per il Mondiale di Formula 1 2025, realizzati in collaborazione con Denis Dekovic e la sua agenzia creativa, DKVC. Quest’ultima è stata fondata nel 2022 per mano del designer croato, che ha deciso di mettersi in proprio dopo venti lunghi anni di collaborazioni, dagli inizi con Lotto e Fila, passando per il ruolo di senior design director per il footwear di Nike, rivestito dal 2005, fino a diventare direttore creativo globale di adidas, brand con il quale è entrato in contatto nel 2016. Tra i suoi tanti capolavori, come le celeberrime Nike Hypervenom e Magista, vanno annoverati anche gli stivali progettati per Michael Schumacher quando Dekovic lavorava ancora per Fila, tra 2002 e 2004. Quella è stata la prima collaborazione del designer croato con il mondo della Formula 1, del quale è un grande appassionato, specialmente della componente classica e tradizionale.
Il design dei podium caps 2025 di Pirelli, infatti, mantiene il solito assetto stilistico su patch, logo e pannelli laterali, mettendo in risalto perlopiù l’intreccio delle foglie di alloro sulla visiera e introducendo alcune variazioni di contemporaneità nei dettagli. Il colore diventa l’assoluto protagonista, cambiando in relazione al Paese ospitante, come nel caso del ripetersi del motivo verde e oro per rappresentare il Brasile o del magenta per il Gran Premio di Singapore, un richiamo alle luci abbaglianti al neon che contraddistinguono il circuito notturno. Un vero e proprio pezzo da collezione è quello ideato per l'edizione 2025 del Gran Premio di Monza, che sul pannello laterale porta una scritta tricolore dove si legge 500GP, omaggio al Gran Premio numero 500 di Pirelli come fornitore ufficiale della Formula 1. La corona del cappello è azzurra, mentre diverso dallo stile tradizionale è il numero sull’altro pannello laterale, racchiuso all’interno di uno scudo dorato. Per l’occasione, il concetto stesso di podium cap è stato omaggiato addirittura da una statua donata all’azienda italiana.
In questo avvio di Mondiale 2026, però, la creatività di Dekovic si sta ulteriormente superando. Il cappello è divenuto vera e propria bandiera della Nazione ospitante al Gran Premio di Melbourne, cucendo la costellazione della Southern Cross sulla corona blu del podium cup, riproduzione perfetta dei simboli australiani. In Cina, invece, è stata la componente linguistica la protagonista, proponendo caratteri Hanzi su uno dei pannelli laterali e sulla parte inferiore della visiera per indicare il nome della Nazione e di Shangai. Lo stesso principio, per quanto riguarda la rappresentazione scritta secondo i caratteri locali, è stato applicato in Giappone, dove però a saltare all’occhio è stato soprattutto l’omaggio alle famose rappresentazioni Sakura, le stampe xilografiche dei fiori di ciliegio, su un fondo ovviamente rosato. Il tema scelto da Dekovic e Pirelli in questo 2026 ormai è chiaro a tutti: il podium cap non vuole solo essere un richiamo ai tratti riconoscibili di un luogo, ma diventare un simbolo attivo. Infine, tra le novità di questi modelli da segnalare anche lo stile del numero indicante la posizione del pilota. Non più quella classica, bensì una patch nera circolare dalla cucitura numerica dorata e in bianco la massima “Power is Nothing Without Control”.
Le versioni più iconiche e stravaganti
La direzione creativa di Pirelli in questi quindici anni di monopolio ha portato anche ad alcuni pezzi unici. Il Podium Cap di Monza dello scorso anno ne è un esempio, ma riprende il tema già proposto per celebrare il Gran Premio numero 1000 nella storia della Formula 1 corso a Shangai nel 2019: il logo della competizione automobilistica, assieme alle quattro cifre, è ricamato sul pannello laterale, proprio al di sotto della bandiera cinese e del nome Shangai, posto per iscritto in bianco sul fondo nero della corona. Esistono alternative ben più stravaganti. La prima grande variazione sul tema risale al 2012, quando un ancora giovane Lewis Hamilton in forza alla McLaren ha celebrato la prima posizione al Gran Premio di Austin, in Texas, indossando un cappello da cowboy con il logo Pirelli.
Il pilota britannico ha fatto in realtà da modello in più occasioni per la vena creativa dell’azienda italiana. Nel 2017, sempre in Texas, è diventato il volto della campagna Drive For The Cure per la sensibilizzazione sulla ricerca contro il tumore al seno, indossando uno speciale cappello dal colore rosa acceso. Dopo la vittoria dominante nel Gran Premio di Sochi, nel 2015, è stato invece insignito di una Ushanka Pirelli, il tradizionale colbacco russo rivestito di pelliccia, indossata durante i festeggiamenti - duranti i quali ha anche inondato inavvertitamente di champagne Vladimir Putin. Altrettanto iconico, infine, il Sombrero Pirelli indossato sul podio del Gran Premio di Città del Messico nel 2015. In questo caso, Hamilton era ancora presente, ma solo su un gradino più basso rispetto al compagno di scuderia in Mercedes, Nico Rosberg. Nonostante il secondo posto, il pilota britannico può vantare una discreta collezione di Podium Caps speciali Pirelli. E presto, se continuerà così, Kimi Antonelli non avrà nulla da invidiare.
















































































