La guida completa sulla storia del Giro d'Italia Aneddoti, personaggi e simboli

Per il mondo del ciclismo il mese di maggio è sempre speciale. Il Giro d’Italia attira occhi e cuori su di sé, con appassionati bramosi di seguire quella che è la competizione a tappe più prestigiosa al mondo dopo il Tour de France. Nata nel 1909 dall’idea di un gruppo di giornalisti della Gazzetta dello Sport desiderosi di creare una competizione ciclistica che desse lustro all’Italia, in un’epoca in cui le bici erano più popolari del calcio, questa rassegna è stata teatro di personaggi ed imprese leggendarie. Oggi, giunta all’edizione numero 109, è un brand affermato anche grazie ad un simbolismo moderno ed al contempo rispettoso della tradizione.

La nascita della Maglia Rosa

L’inconfondibile maglia rosa, la maglia verde passando addirittura per quella nera: il Giro d’Italia offre un carnet di colori piuttosto vario per distinguere i leader delle varie classifiche, dove conquistarle è simbolo di prestigio e difenderle motivo di responsabilità. La Maglia Rosa è stata introdotta nel 1931 su propulsione di Armando Cougnet, giornalista de La Gazzetta dello Sport che aveva pensato a come rendere riconoscibile il ciclista al comando della classifica generale, tappa dopo tappa, esaltandone i valori. La scelta del colore è facilmente riconducibile a quello della carta del quotidiano organizzatore, prendendo spunto da quanto fatto in Francia con la maglia gialla del Tour de France che richiamava il colore della carta de L’Auto, oggi L’Équipe. La scelta di questo colore fu una scelta audace, soggetta alle critiche degli alti comandi del Partito Fascista che consideravano il rosa poco rappresentante della tempra del popolo italico. Negli anni del Fascismo la Maglia Rosa veniva prodotta in tessuto Lanasel di rayon e viscosa, inevitabilmente italiani. La prima pesava 300 grammi, poi già negli anni Settanta si passò a materiali fibrosi che ne alleggerirono notevolmente il peso.

Le maglie storiche del Giro d’Italia

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La maglia verde fu invece introdotta nel 1974 per omaggiare il leader del Gran Premio della Montagna, ovvero il miglior scalatore delle tappe montane, caratterizzate dai dispendiosi tratti in salita. Per motivi di sponsor con Mediolanum, nel 2012 è stata sostituita dalla maglia azzurra, non nuova nella storia del Giro. Inaugurato nel 1989, la divisa di questo colore veniva infatti assegnata al leader della combinata prima e a quello della classifica intergiro poi, fino al 2006. La maglia rossa istituita nel 1966 con sponsor Dreher andava al leader giornaliero della classifica a punti. Con la fine della sponsorizzazione con il marchio di birra e il nuovo sponsor Termozeta, la maglia divenne di color ciclamino. Dopo un nuovo avvicendamento tra questi due colori, oggi è definitivamente diventata della tonalità dell’omonima pianta. C’è poi la maglia bianca, debuttante nel 1977 per il leader della classifica giovani under 26 anni, assegnata fino al 1994 e reintrodotta nel 2007.

La leggendaria Maglia Nera

Tra quelle che non vengono più assegnate figura la leggendaria Maglia Nera presente tra il 1946 e il 1951, che veniva indossata dall’ultimo in classifica. Conquistarla divenne motivo di sfide goliardiche tra i corridori nelle ultime posizioni, che si davano battaglia per ottenerla ed riscuotere il suo premio, talvolta maggiormente oneroso che quello del sesto classificato. L’idea del colore arriva da Giuseppe Ticozzelli, calciatore con alcune presenze in Nazionale che per scommessa corse il Giro del 1926. In sella alla sua bici gareggiò tra le file degli isolati, vale a dire coloro che non erano iscritti a nessun team, con la maglia nerostellata del Casale, squadra in cui militava al tempo. Non avendo dunque nessuno che lo supportasse durante la corsa nel rifornimento di viveri, durante una tappa all'ora di pranzo si fermò a mangiare in un ristorante, prima di riprendere la corsa quando il gruppone di corridori aveva ormai tagliato il traguardo.

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Un altro legame con il calcio vi fu al Giro del 1946, cui prese parte la sezione ciclistica dell’AC Milan con la squadra chiamata Milan-Gazzetta. Tra le sue fila figurava un certo Luigi Malabrocca che si aggiudicò proprio la prima Maglia Nera. Abolita in seguito alle proteste dei corridori, fu reintrodotta eccezionalmente nel Giro del 1967, mentre nel 2008 fu il numero nero ad indicare il fanalino di coda. Infine, la maglia azzurra con tricolore fu indossata dal Campione della Regione attraversata per 6 anni fino all’81 e la maglia Rosso-Nera, in omaggio ai colori della Valle d’Aosta, assegnata al vincitore del Preludio svolto a Saint-Vincent dove corsero i ciclisti non partecipanti al Giro di Romandia.

Trofeo, logo e mascotte del Giro d'Italia

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Altri simboli hanno consolidato il brand Giro d’Italia nel nuovo millennio. Il Trofeo Senza Fine è stato realizzato per la prima volta nel 1999 su proposta del patron Carmine Castellano e premia i vincitori della Corsa Rosa dall’edizione del 2000. I campioni ricevono una prestigiosa coppa spiraleggiante, simbolo della salita fisica e figurativa che gli atleti devono compiere per arrivare alla vittoria. Fatto di rame placcato in oro 18 carati, pesa circa 10 kg ed è alto 53 cm, prodotto dal laboratorio artigianale di Mario Penello. Per coloro che non hanno potuto ricevere il Trofeo Senza Fine, essendo stati campioni del Giro prima della sua introduzione, è stata creata una Hall of Fame con cui ogni anno viene consegnato il premio ad un vincitore diverso, che trova il proprio nome inciso sulla spirale assieme agli altri campioni.

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Il logo ufficiale del Giro è di recente introduzione ed ha subito un intelligente restyling nel 2017, in occasione della 100esima edizione. Da allora presenta un omino rosa che riprende le linee del trofeo in sella ad una bicicletta nera con le ruote che formano il simbolo dell’infinito. Precedentemente il ciclista sulla bicicletta aveva la forma di una G e correva su una strada tricolore. Il motivo grafico della scritta Giro d’Italia rimane il medesimo della Gazzetta. La mascotte, invece, è stata adottata da qualche decennio, vedendosi succedere diversi animali. Se in precedenza si può già ricordare il celebre Ghiro d’Italia, a sostituirlo fu Girbecco, uno stambecco presentato per il Giro del Centenario. Dal 2015 la mascotte della competizione è invece il lupo Wolfie, nato nel 2015 da un progetto di Responsabilità Sociale del Giro d’Italia con WWF Programma Alpi Europeo e volto a promuovere la salvaguardia di questa specie. Da ormai tre edizioni è prodotta in collaborazione con Trudi anche in forma di peluche e portachiavi con indosso la Maglia Rosa e viene consegnato durante le premiazioni dei leader delle classifiche alla fine di ogni tappa.

Ciclisti e tappe leggendarie

Sono innumerevoli i ciclisti che entrano nel novero dei campioni del Giro d’Italia, anche se alcuni di loro hanno lasciato un segno più profondo di altri diventando leggende. Costante Girardengo, due volte campione del Giro, è stato probabilmente la prima icona che ha mescolato gesta sportive e comportamenti unici: nel 1921, durante una tappa sfortunata, si fermò e scese dalla bici per tracciare una croce sulla polvere della strada, giurando che non sarebbe mai più passato da lì. C’è Alfredo Binda, uno dei tre ciclisti ad aver vinto ben cinque volte la Corsa Rosa tra il 1925 e il 1933. L’Imbattibile in quegli anni fu talmente dominante che nell’edizione del 1929, al momento della premiazione, venne fischiato e addirittura escluso dal Giro successivo per manifesta superiorità. Il primo ad indossare la Maglia Rosa fu invece Learco Guerra, il 10 maggio 1931 a Mantova. Soprannominato la Locomotiva Umana, riuscì a vincere il Giro del 1934. Si passa poi a coloro che forse più di tutti hanno reso celebre questo sport, almeno in Italia: Gino Bartali e Fausto Coppi. Impossibile parlare dell’uno senza menzionare l’altro, rivali negli anni Trenta e Quaranta che assieme accumulano otto titoli del Giro (cinque per Coppi, tre per Bartali). Se Hugo Koblet fu il primo straniero a vincere il Giro nel 1950, Eddie Merckx è stato il primo dominatore non italiano, laureandosi pentacampione tra il 1968 e il 1974. Gimondi, Hinault, Moser fino ad arrivare a Marco Pantani, che con la vittoria del 1998 portò ad una ritrovata passione degli italiani per il ciclismo prima della bufera doping. Infine, seppur non si stia parlando di un corridore, bisogna citare Vincenzo Torriani, storico patron del Giro e direttore unico dal 1949 al 1992. Senza le intuizioni moderne del Papà del Giro, questa rassegna non sarebbe stata la stessa.

Sono altrettanto numerose le tappe che hanno fatto la storia di questa competizione, grazie agli atleti che le hanno affrontate con sforzi fisici estremi. La maggior parte di esse corrispondono a ripide salite, là dove avvengono spesso gli scatti decisivi dei campioni. Vi sono i grandi passi dolomitici come le Tre Cime di Lavaredo e il Passo Pordoi, il Passo dello Stelvio (da tempo ribattezzato Cima Coppi), il Mortirolo e il Gavia delle Alpi Retiche. C’è il Monte Zoncolan delle Carniche noto come il mostro e il Santuario di Oropa delle Alpi Biellesi, famosa anche come Montagna Pantani dopo l’impresa del Pirata nel 1999 o ancora il Colle delle Finestre sulle Cozie. Tradizionalmente l’epilogo del Giro avveniva a Milano, anche se già dagli anni Sessanta si iniziò a variare: il Velodromo Sempione fu dal 1921 fino ai primi anni Trenta il luogo d’arrivo della corsa, poi sostituito dalla pista magica del Vigorelli. Nell’anno del Giubileo del 1950 la corsa terminò a Roma, nel 1981 l’arrivo avvenne nella splendida cornice dell’Arena di Verona, nel 1985 sulle mura di Lucca.

Oggi è diventato usuale sforare il confine per qualche tappa accessoria, anche se la prima volta che avvenne ciò fu addirittura nel 1920 con la scalata al Monte Ceneri nel Canton Ticino svizzero. San Marino, Montecarlo, Austria, poi nel 1973, in onore della Comunità Europea, si partì dal Belgio e si inclusero Olanda, Lussemburgo, Germania e Francia. Dopo Vaticano e Slovenia, nel 1996 in occasione del centenario delle prime olimpiadi moderne, le prime tre tappe si svolsero in Grecia. Nel 2002 il Giro toccò i sei paesi partecipanti al Trattato di Roma del 1957, poi ancora Croazia, Danimarca, Irlanda, Israele, Ungheria ed Albania lo scorso anno.

Il Giro d’Italia tra cultura, musica e televisione

La popolarità del Giro è servita nel corso dei decenni a promuovere il patrimonio turistico italiano, ad ispirare canzoni e a lanciare trasmissioni popolari. Per ciò che riguarda la musica, già negli Anni Trenta fu incisa una canzone intitolata Chi sarà la Maglia Rosa?. La musica nel Giro proseguì anche in tv con il Girofestival condotto da Mike Bongiorno, manifestazione canora che seguiva le tappe della gara dal 1966. Nel 1976 Raoul Casadei e la sua orchestra seguirono tutto il Giro e si esibirono alla fine di ogni tappa. I grandi miti del Giro sono poi protagonisti celebri canzoni che fanno parte del repertorio di artisti del cantautorato italiano: basti pensare a Bartali di Paolo Conte, Il Bandito e Il Campione di Francesco De Gregori, dedicata a Costante Girardengo ed il suo amico anarchico Sante Pollastri che partecipò alla Corsa Rosa del 1913. Altre citazioni a Marco Pantani, Eddy Merckx, Bernard Hinault le si trovano nei testi rap, persino di un artista polacco.

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Prima la radio, poi la televisione, passando per le sale di proiezione: il Giro è stato tante volte veicolo di comunicazione. Nel 1921 la corsa fu filmata sperimentalmente per la prima volta dalla Sport Film, con le pellicole poi mostrate nelle sale cinema. Nel 1932 venne invece effettuata la prima radiocronaca dell’arrivo, mentre nel 1947 fu introdotta la trasmissione serale Il girino innamorato. Il 1953 fu la volta della diretta televisiva, in via sperimentale, al di fuori degli studi, con Giro a Segno e L’Italia in Bicicletta tra le più celebri trasmissioni dello stesso decennio. "Il processo alla tappa" di Sergio Zavoli cambiò la fruizione del Giro negli Anni ‘60, nel 1976 durante le tappe a cronometro si poté vedere in diretta tv il tempo dei corridori in grafica. Nel 1993 un nuovo tornante, una nuova svolta: per la prima volta i diritti televisivi passano dalla RAI ad RTI, rete di Silvio Berlusconi, che portano ad un ulteriore spettacolarizzazione del Giro, sino ad arrivare ai giorni nostri con la trasmissione globale dell’evento. Giro e turismo sono poi da tempo simbolo di commistione. Oggi durante la lunga telecronaca delle tappe si raccontano paesaggi e rispettive tradizioni, così come sono leggibili sul sito ufficiale approfondimenti sulle città di partenza e di arrivo delle tappe. Il precursore di questo modo di raccontare la Corsa Rosa è stato, nel 1962, il già citato Vincenzo Torriani, autore di nomi di fantasia da affiancare alle località delle tappe per una maggior attrattività.

Curiosità e aneddoti storici sul Giro d’Italia

Al debutto del Giro, nel 1909, quattro corridori furono squalificati per aver preso il treno durante la tappa Bologna-Chieti, mentre nel 1914 alcuni vennero trainati da un’automobile per qualche centinaio di metri. Nel 1924 a partecipare vi fu anche una donna, poi l’isolazionismo del Ventennio portò alla partecipazione di soli ciclisti italiani per un discreto periodo di tempo. Le disavventure su strada sono poi incredibili. Nel primo Dopoguerra la situazione era disastrosa, con strade dissestate e ponti crollati: fu così che il fiume Tagliamento, in secca, fu attraversato a piedi durante una tappa. Luigi Marchisio fu costretto a partecipare con una benda per tutto il Giro del 1930 dopo esser stato colpito da una scheggia vulcanica nella tappa di Catania e nel 1946 dimostranti filo-jugoslavi bloccarono la corsa a Pieris, con tanto di scontro a fuoco. Nel 1956 la bufera di neve del Bondone decimò i ciclisti, che arrivarono solo in 47 a Milano mentre nel 1997 un gatto, attraversando la strada, provocò una catena di cadute.

La Corsa Rosa è stata poi laboratorio di novità: le borracce che fino al 1927 erano in vetro vennero sostituite da quelle in alluminio poiché le precedenti, lanciate lungo le strade, creavano pericoli. Il 1958 fu l’edizione del primo fotofinish ideato dalla Longines, il 1968 è l’anno dei primi controlli antidoping. Nel 1983 Saronni scoprì invece un tentativo di sabotaggio ai suoi danni, con un lassativo diluito nella minestra.

Giro d’Italia 2026: percorso, favoriti e novità

L’edizione 2026, la numero 109, prevede 3469 km da percorrere in 21 tappe. Si parte l’8 maggio dalla Bulgaria, dove si svolgeranno le prime tre tappe da Nessebar fino a Sofia. Si risalirà poi lo Stivale da sud a nord toccando la Costa Tirrenica come quella Adriatica, abbracciando l’Appennino e il Mar Ligure, prima di affrontare le sfide dell’arco alpino. Il Grande Arrivo del 31 maggio avverrà a Roma per la quinta volta consecutiva, in una suggestiva tappa che toccherà anche la zona dei Fori Imperiali, del Colosseo e si chiuderà in via del Circo Massimo. I corridori che vi prenderanno parte saranno ben 184, suddivisi in 23 differenti team, tra cui spicca il danese Jonas Vingegaard, alla sua prima partecipazione dopo aver vinto due Tour de France e l’ultima Vuelta a España.

Da segnalare poi alcune assenze pesanti: il portoghese Joao Almeida ha dato forfait per problemi fisici, il campione in carica Simon Yates ha deciso di ritirarsi a gennaio dopo aver toccato l’apice nel 2025, il fenomeno Tadej Pogačar ha deciso di concentrarsi sul Tour. Tra i cronometristi italiani ci sarà Filippo Ganna mentre l’uomo di punta del team Red Bull-Bora-Hansgrohe sarà Giulio Pellizzari. Saranno 200 i Paesi in cui il Giro verrà trasmesso da 29 diversi broadcasters. Tra le iniziative più interessanti c’è senza dubbio il FantaGiro d’Italia, fantasy game organizzato da Gazzetta dello Sport, oltre ad una collaborazione con il celebre videogioco Fortnite, dove sarà possibile giocare ad una modalità customizzata con una mappa appositamente dedicata alla Corsa Rosa. Le tappe saranno infine movimentate da una serie di iniziative organizzate quali Giroland, il villaggio del Giro d’Italia, e il serpentone della Carovana pubblicitaria ad anticipare i corridori.

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