
Cosa cambia con l’America’s Cup Partnership Napoli 2027 è l’inizio di una nuova era
Nel 2027 l’America’s Cup si disputerà per la prima volta in Italia, a Napoli. Il più antico trofeo dello sport mondiale, nato nel 1851, si presenterà però a questo appuntamento all’indomani di una delle trasformazioni più profonde nei suoi 175 anni di storia. La 38esima edizione sarà infatti la prima del nuovo corso inaugurato dall’America’s Cup Partnership, la struttura con cui i team hanno deciso di ripensare la governance e lo sviluppo della competizione, avvicinandola al modello delle grandi proprietà sportive internazionali.
Il cambio di rotta, annunciato nel 2025, nasce dall’esigenza di garantire all’evento maggiore continuità, rafforzarne la dimensione commerciale e costruire un’organizzazione stabile, capace di accompagnarne la crescita nel lungo periodo. Si tratta di una riforma destinata a incidere su alcuni dei meccanismi che da sempre, nel bene e nel male, rendono l’America’s Cup un unicum nel panorama sportivo. Con la sfida non semplice di conciliare la tutela della tradizione, che rappresenta una parte rilevante del fascino della Coppa, e allo stesso tempo dotarla di una struttura più moderna, in grado di massimizzarne il potenziale.
Cos’è l’America’s Cup Partnership
Per più di un secolo e mezzo l’America’s Cup è stata amministrata dal Defender, cioè dal detentore del trofeo, insieme allo yacht club che rappresentava. Una volta ricevuta la sfida del Challenger of Record, spettava a loro organizzare l’edizione dopo, definendo gli aspetti più importanti. Data, sede, regole, imbarcazioni, logistica, in un modello quasi monarchico, in cui il vincitore non conquistava soltanto il prestigio dell’Auld Mug, ma anche il diritto di plasmare il ciclo successivo. L’impianto ha reso l’America’s Cup un pianeta a sé stante nell’universo sportivo, ma negli ultimi tempi ha iniziato a mostrare i propri limiti sul piano organizzativo e commerciale, soprattutto per l'assenza di una periodicità.
Nell’avvicinamento a Napoli 2027 è cambiato tutto. Il sistema ha iniziato a voltare pagina quando Emirates Team New Zealand e Athena Racing, rispettivamente Defender e Challenger of Record, hanno sottoscritto nel 2025 l’accordo sul Protocollo della Louis Vuitton 38th America’s Cup. Un documento di oltre 800 pagine che ha aperto la strada alla nascita dell’America’s Cup Partnership (ACP), annunciata ufficialmente il 22 dicembre scorso e costituita da cinque team: i due già citati, più Luna Rossa, Team Alinghi e K-Challenge.
La novità più impattante è l'introduzione di un ciclo biennale, cioè di una Coppa America ogni due anni (la prossima nel 2029), ma non è l’unica significativa. Presentandosi ufficialmente, la Partnership ci dà il benvenuto in “una nuova era di governance condivisa”, “un consorzio centralizzato nato per pianificare, gestire, organizzare e commercializzare tutti gli aspetti della competizione, accrescerne il valore commerciale e la reputazione mondiale”. In altre parole, la guida dell’America’s Cup passerà da un modello incentrato sul Defender a un’autorità condivisa, nella prima storica volta in cui “i team partecipanti si uniscono non solo come rivali in acqua”, spiega Sir Ben Ainslie, CEO e Team Principal di Athena Racing, “ma anche come stakeholder comuni per il futuro dell’evento: l’inizio di una nuova ed entusiasmante epoca”. La Partnership ha confermato poi l’impegno verso la Women's America's Cup e la Youth America's Cup, e introdotto l'obbligo di avere almeno una donna a bordo degli AC75.
La nuova struttura sarà guidata da un consiglio d’amministrazione nel quale ogni team ha un rappresentante, mentre la gestione operativa sarà affidata a un management indipendente incaricato di perseguire gli obiettivi strategici. L'organizzazione ricorda quella dell'Eurolega nel basket o, per certi aspetti, delle principali leghe professionistiche nordamericane, nelle quali i club competono sul campo, ma condividono, fuori, la responsabilità della gestione e della crescita del prodotto. Il Defender ha dovuto rinunciare a una parte del tradizionale potere decisionale, pur mantenendo un ruolo prevedibilmente centrale. Grant Dalton, CEO di Emirates Team New Zealand, sarà chairman dell’ACP, mentre la guida operativa è stata affidata a Marzio Perrelli, manager romano con trascorsi in Goldman Sachs, HSBC e Sky Italia.
Cosa cambia con l’America’s Cup Partnership
La Partnership non è soltanto un nuovo modello di governance, ma soprattutto il tentativo di dare all'America's Cup quella continuità che è spesso mancata. Protocolli ultimati in ritardo, campagne congestionate in tempi stretti, intervalli troppo lunghi tra un'edizione e l'altra hanno reso difficile - senza la possibilità di programmare investimenti a lungo termine - mantenere coinvolti gli sponsor e i broadcaster, e forse anche il pubblico. Da qui l’esigenza di ristrutturare le fondamenta della competizione, costruire un calendario regolare e pluriennale, con sedi e organizzazioni che possono essere pianificate con anticipo.
Si parte dalla cadenza incerta. Le edizioni più recenti si sono disputate nel 2013, 2017, 2021 e 2024, aspettando il 2027. “Non si può sparire per troppo tempo”, dice Marzio Perrelli, che ha chiarito dai primi giorni quale sia il termine di paragone più immediato del nuovo corso: la Formula 1. “L'America's Cup deve entrare stabilmente nel calendario, come accade per tutti gli sport importanti. Tutti sanno quando saranno il prossimo Gran Premio di Formula 1, i prossimi Mondiali o le prossime Olimpiadi: si dovrebbe sapere con la stessa certezza quando si disputerà la prossima America's Cup”.
Un calendario definito permette ai team di programmare il lavoro con maggiore anticipo, ma anche di offrire a sponsor e broadcaster un orizzonte prevedibile, superando uno dei principali limiti del modello precedente, in cui ogni ciclo ripartiva quasi da zero. Secondo Grant Dalton, questo renderà possibile costruire accordi più solidi con le città, oltre a partnership commerciali di più ampio respiro. “Se puoi pianificare soltanto un'edizione, non puoi firmare contratti televisivi pluriennali, né accordi di sponsorizzazione a lungo termine, né garantire alle città più assegnazioni, e quindi buoni motivi per investire centinaia di milioni di euro nelle infrastrutture. È sempre stato il tallone d'Achille dell'America's Cup”.
Oltre a espandere i ricavi, si punta a rendere più sostenibile l’intero sistema. Pianificare sul lungo periodo significa infatti distribuire meglio investimenti e costi organizzativi, e dare maggiore continuità al lavoro di tutti gli attori coinvolti. Ci sono poi i probabili effetti che la durata del ciclo, soli ventiquattro mesi, potrebbe avere sullo sviluppo tecnico delle barche, riducendo il tempo per progettare ogni volta un'imbarcazione nuova, e favorendo probabilmente soluzioni one design, quindi con una maggiore standardizzazione delle componenti. Napoli 2027, dove verranno utilizzati gli stessi AC75 dell'ultima edizione, aggiornati nel piano di coperta, nei foil e nel piano velico, rappresenta il primo test di questa filosofia.
Nelle intenzioni di Perrelli, però, il cambiamento riguarda anche il modo in cui l'America's Cup vuole essere percepita. "Pensiamo al Gran Premio di Monaco: le persone non vanno lì soltanto per la gara, ma per tutto ciò che ruota intorno. Vorrei che anche l'America's Cup diventasse questo: un luogo dove bisogna esserci. Non un evento di un giorno, ma un'esperienza che dura tre mesi”. La posta in gioco, del resto, è già enorme. Secondo uno studio su Barcelona 2024, la 37esima edizione ha generato oltre un miliardo di euro di impatto economico, attirato 1,8 milioni di visitatori, e prodotto un valore mediatico lordo di 1,4 miliardi di euro. Per Napoli le stime parlano di numeri ancora superiori, sostenuti anche dagli investimenti previsti sul territorio e da un'affluenza che si preannuncia senza precedenti. Ed è proprio su queste basi - sportive, economiche e mediatiche - che l'ACP ritiene di poter sbloccare un nuovo potenziale, costruendo un futuro ancora più luminoso e redditizio.
Le critiche alla nuova America’s Cup
Una trasformazione di questa portata difficilmente poteva mettere tutti d'accordo. Per alcuni osservatori, l'America's Cup Partnership rappresenta la decisione più controversa dell'era moderna della Coppa: commercializzare maggiormente l'evento e disputarlo ogni due anni, secondo i critici, rischia di trasformarlo in un normale campionato mondiale della vela, snaturando quell'eccezionalità del modello winner takes all che per decenni ha attirato investimenti e sogni di gloria. Anche il valore simbolico della vittoria, sostengono i contrari, potrebbe diminuire drasticamente, se le sedi future fossero prestabilite.
Chi ha promosso la riforma, però, sottolinea esigenze diverse. Sir Ben Ainslie la definisce “il più grande cambiamento nella storia dell'America's Cup” e “un passaggio fondamentale per il futuro della competizione”. Convincere tutti, ammette, non è stato semplice: “La sfida più grande è stata persuadere tutte le parti coinvolte che fosse davvero la scelta giusta. C'era molta resistenza all’inizio, per motivi diversi, e ci sono voluti dodici mesi per arrivare a questo risultato”.
Una convinzione condivisa anche da Max Sirena, che nelle scorse settimane, a margine di una chiacchierata sull’avvicinamento di Luna Rosa a Napoli 2027, ci aveva detto: “Il problema delle America's Cup è che sono sempre state una sorta di start-up. Partivi senza avere idea di dove e quando sarebbe stata la successiva, e così era difficile anche dal punto di vista finanziario e commerciale vendere il prodotto”. L'obiettivo, continua l’amministratore delegato di Luna Rossa, “non è stravolgere le regole della Coppa America e le sue dinamiche, ma darle un nuovo valore commerciale e sportivo, mantenere alto e costante il livello di visibilità dell'evento”. Oggi, osserva, “l’elettrocardiogramma dell’attenzione mostra un picco mentre si svolge la Coppa America e un grande calo nel tempo che passa tra un'edizione e l'altra: così è difficile mantenere appeal e interesse”.
Grant Dalton riconosce che quella intrapresa dall'ACL è prima di tutto una scommessa. “Sono cambiamenti enormi, ma sapevamo che, se non avessimo fatto nulla, tra dieci anni forse l'America's Cup non sarebbe più esistita: era una decisione che dovevamo prendere”. Una posizione che riassume bene lo spirito della riforma: non la certezza di avere trovato la soluzione definitiva, ma la convinzione che fosse arrivato il momento di cambiare. E per l’America’s Cup, una competizione che tecnologicamente si è evoluta in ogni edizione, ma che ha cercato di mantenere inalterati altri tratti genetici, quello introdotto con l’ACP potrebbe essere il cambiamento strutturale più importante di sempre.











































