Come funzionano le super shoes La tecnologia che ha rivoluzionato le maratone

Il 26 aprile scorso si è svolta solo la quarantaseiesima edizione della Maratona di Londra. Una domenica da record, durante la quale Sabastian Sawe ha corso le 26.2 miglia in un’ora, cinquantanove minuti e trenta secondi, diventando il primo atleta nella storia a completare una maratona ufficialmente riconosciuta dalla World Athletics in meno di due ore. Per il secondo, non si è dovuto però aspettare molto. Yomif Kejelcha, alla prima corsa sopra i quarantadue chilometri in carriera, ha infatti tagliato il traguardo appena una decina di secondi dopo, correndo in 1:59:41. Giusto per rendere l’idea dell’unicità assoluta dell’edizione, se non bastasse questa doppia milestone, il terzo classificato, Jacob Kiplimo, ha battuto di sette secondi il precedente record mondiale Kelvin Kiptum, stabilito a Chicago nel 2023 in due ore e trentacinque secondi. Infine, nella gara femminile, Tigst Assefa ha migliorato di nove secondi il proprio record mondiale in una maratona effettuata senza i pacemaker, stabilendo un nuovo tempo di due ore, quindici minuti e quarantuno secondi.

Ad accomunare Sawe, Kejelcha e Assefa non è solo la condivisione dei rispettivi record ed exploit storici nella disciplina: i tre maratoneti migliori del Mondo, inclusi gli unici due ad aver corso sotto le due ore, sono di adidas. L’intersuola sulla quale i campioni hanno scritto con il pennarello indelebile i propri tempi nero su bianco, a fine gara, appartiene infatti al modello Adizero Adios Pro Evo 3, scarpe assimilabili nel termine ombrello di Super Shoes. Anche queste, a loro modo, da record, dal momento che si tratta della prima calzatura di questo genere a pesare meno di cento grammi, per l’esattezza novantasette, dopo una rinuncia alla canonica piastra nell’intersuola per una tecnologia avvolgente in carbonio. Una vittoria della multinazionale tedesca sulla concorrenza, considerando che un colosso come Nike sta lavorando da dieci anni sulla creazione di prototipi sempre più competitivi nel tentativo di infrangere il muro delle due ore.

Il progetto Nike Breaking2

A dicembre 2016, come se si trattasse di un esperimento della NASA, Nike annuncia il progetto Breaking2, che consiste nel tentativo di completare una maratona in meno di due ore, un traguardo considerato irraggiungibile. Al momento dell’annuncio, infatti, il record mondiale appartiene a Dennis Kimetto, stabilito nel 2014 con un tempo di due ore, due minuti e cinquantasette secondi. Per batterlo, sarebbe necessario di punto in bianco un salto in velocità del 2.5% su singola gara, qualcosa di mai visto in un così breve lasso di tempo e unicamente in un evento. A incoraggiare gli sforzi, solo l’esempio di Paula Radcliffe nel 2003, capace di migliorare di due minuti a Londra il precedente record stabilito a Chicago appena l’anno prima, a propria volta un salto di ottantanove secondi rispetto al miglior dato mondiale.

Per raggiungere questa milestone, Nike decide di puntare su due elementi chiave. Il primo, una serie di test sfruttando le nuove tecnologie e una strategia ben precisa, dalla selezione alla programmazione di una gara su un circuito ristretto. Vengono prima analizzati centinaia di fondisti sponsorizzati dal brand, effettuando una scrematura usando come parametri la capacità di correre la maratona sotto le due ore e cinque minuti o la mezza maratona sotto i sessanta minuti. Infine, si passa a ulteriori analisi sulla capacità di mantenere un certo ritmo su distanze più brevi, trovandosi a scegliere tre degli ultimi diciotto candidati rimasti: Eliud Kipchoge, Lelisa Desisa e Zersenay Tadese - i primi due, in particolare Kipchoge, tra i migliori al Mondo, mentre Tadese viene selezionato per i bassi valori di consumo energetico durante la corsa. Chiusa questa selezione nel quartier generale Nike in Oregon, gli sforzi si concentrano sulla scelta dello spot più favorevole possibile per effettuare le prove ufficiali.

Dalle prove di Monza al successo di Vienna

Una scannerizzazione globale porta così a un’altra selezione, scegliendo tra: la diga di Afsluitdijk, dotata di un rettilineo lungo venti miglia; il McCormick Place di Chicago, centro congressi più grande del Nord America; l’aeroporto dismesso di Tempelhof a Berlino; infine, l’Autodromo di Monza. Quest’ultimo vince il concorso grazie a una serie di fattori, tra cui l’altezza ideale sul livello del mare per favorire la respirazione, la distanza dal clima costiero ritenuto più instabile, il dislivello minimo, tasso di umidità e temperatura ottimali nel mese di maggio. Ma soprattutto, secondo le analisi del team di Nike, le più alte chance di avere le condizioni perfette per scrivere la storia almeno in un giorno sui tre programmati - una finestra temporale comprensiva di 6, 7 e 8 maggio 2017.

Le prove generali di marzo sulla mezza maratona offrono buoni risultati, lasciando specialmente intravedere le strategie del team Nike per favorire le performance degli atleti. C’è una safety car a guidare il gruppo, poi sono presenti sempre sei pacemaker - cambiati a ciclo continuo in base alla stanchezza - disposti in una formazione a punta di diamante e infine, alle loro spalle, i tre protagonisti. Sulla macchina, si possono leggere su una coppia di orologi il tempo trascorso, il ritmo attuale e il tempo di arrivo previsto, che i tre fondisti faticano man mano a rispettare a causa del vento eccessivo. Nonostante le condizioni avverse, Kipchoge chiude con un clamoroso 59:19 e Tadese arriva una ventina di secondi dopo, mentre Desisa supera l’ora e due minuti a causa di un mix di problemi fisici e di abbigliamento - pantaloni troppo larghi e maggiore attrito a causa della spinta delle raffiche di vento. Nonostante questa prova non ottimale, i tempi si confermano maturi per la prova ufficiale.

A maggio, però, Nike va a un solo passo (letteralmente) dallo scrivere la storia. Kipchoge termina la gara in due ore e venticinque secondi, infrangendo ogni record possibile e immaginabile ma senza abbattere il muro dei centoventi minuti. Ad influire, secondo gli esperti, la temperatura e l’umidità, troppo alte rispetto al normale. Secondo Kipchoge, invece, anche l’assenza di pubblico nella prova a porte chiuse avrebbe influito. E la storia, in un certo senso, dà ragione al keniota, il quale finisce con lo stabilire un tempo ufficiale di due ore, un minuto e trentanove secondi nella Maratona di Berlino nel 2018, per poi completare con successo un altro tentativo di scendere sotto le due ore, sempre per Breaking2, su un circuito nel parco Prater a Vienna.

La corsa, passata alla storia come Ineos 1:59 Challenge, ripete i motivi di Monza, con i soliti pacemaker - questa volta in una formazione leggermente diversa, a vu - ma con l’aggiunta di idratazione tramite ciclisti appositi. Ma soprattutto un pubblico e nessuna concorrenza, risultanti in un tempo finale di 1:59:40.2, un successo assoluto per Nike. Anche se un lieto fine solo parziale, dal momento che la World Athletics non riconoscerà mai né il tentativo di Monza, né quello di Vienna a causa delle particolari strategie utilizzate per favorire i fondisti. Per non parlare della presenza delle prime super shoes, ancora un oggetto oscuro per tutto il Mondo.

Le prime super shoes di Nike

Per Breaking2, il brand ha potuto contare su test e tecnologie d’avanguardia per selezionare i corridori e metterli nelle condizioni ideali per infrangere il record, a partire da dieta e idratazione per arrivare a contrastare addirittura le condizioni climatiche avverse. Ma a fare davvero rumore è stata l’innovazione rappresentata da quelle che tutt’oggi vengono chiamate super shoes, paragonate, al momento del rilascio, a una catapulta capace di favorire la spinta dei corridori o - come accaduto per le innovazioni nel nuoto per costumi e occhialini - a un’aberrazione comparabile al mostro di Frankenstein. A far discutere su questo unicum calzaturiero hanno contribuito sia il design, sia i metodi di Nike.

In primo luogo, a contraddistinguere le prime super shoes di Nike dalle altre scarpe è l’utilizzo di una particolare schiuma in concomitanza con l’innesto di una piastra in fibra di carbonio. Quest’ultima integrazione di per sé non risulta eccezionale, si può rintracciare in articoli sportivi che risalgono al 2000 per scarpe da strada, dove adidas viene menzionata come la prima a farne uso su larga scala, nonostante si tratti di una tecnica già esplorata in Italia con le Fila Racer. A cambiare tutto, però, è la peculiare schiuma di Nike chiamata Zoom X, realizzata prevalentemente in Pebax ma dalla ricetta segreta, super leggera ma allo stesso tempo estremamente plastica, caratteristiche che ne permettono un abbondante utilizzo, fino a realizzare un’intersuola altissima, pur mantenendo un peso molto ridotto.

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Grazie a questo spesso strato alla base, addirittura doppio, è reso possibile l’inserimento della piastra, malleabile a piacimento grazie agli ampi spazi. Quest’ultima caratteristica consente una curvatura della placca in punti strategici, in modo da diminuire la distribuzione del carico sul polpaccio e convogliando l’energia sull’alluce nella fase di spinta. I benefici del carbonio vanno così a mescolarsi con le doti di ammortizzazione di Zoom X, che secondo svariati studi offrirebbe un ritorno di energia pari all’85% - 15% in più rispetto alla tecnologia Boost di adidas di quel periodo. Il tacco all’altezza del tallone e la maggiore ampiezza della suola sull’avampiede, uniti a placca di carbonio, curvatura e plasticità della schiuma, completano il modello chiamato Zoom Vaporfly.

Nike, però, proprio con questa linea ha giocato d’astuzia. Il modello inserito in commercio per i professionisti, le Vaporfly 4%, non è lo stesso utilizzato per i tre protagonisti del progetto Breaking2 a Monza, i quali hanno potuto contare su modelli personalizzati denominati Vaporfly Elite. A Vienna, allo stesso modo, Kipchoge ha avuto a disposizione un prototipo di Air Zoom Alphafly Next% diverso dalla versione poi emessa sul mercato da Nike, un’evoluzione ulteriore rispetto alle Vaporfly. Questo, più di tutto, è divenuto argomento di discussione, poiché ha aumentato il gap tra Nike e gli altri brand nell’immediato, nascondendo le nuove tecnologie - o rivendendole in forma alterata e a prezzo maggiorato sul mercato - ai competitor.

Le super shoes funzionano davvero?

Il nome stesso delle prime Vaporfly, 4%, si rifà non tanto alla velocità, ma all’economia energetica. Un atleta maschio professionista, infatti, secondo i test sulle prime super shoes di Nike in laboratorio, dovrebbe risparmiare il 4.2% di energie nella fase di corsa, un vantaggio convertibile in 2.5 minuti in meno nel tempo di gara. Una dimostrazione di questi risultati teorici arriva da uno studio della American Physiological Society effettuato sui migliori cinquanta fondisti e sulle migliori cinquanta fondiste che hanno gareggiato nelle maggiori maratone svolte tra il 2010 e il 2019, creando un confronto tra i risultati prima e dopo l’avvento delle super shoes Nike.

Proprio nel 2019, l’anno con la maggiore percentuale di atleti di punta servitisi delle super shoes di Nike - 66.3% tra gli uomini, 58.4% tra le donne -, i tempi di percorrenza medi di una maratona sono scesi sotto i centoquaranta minuti tra gli uomini e sotto i centosessanta minuti tra le donne. In generale, nella decade, i risultati degli atleti che hanno indossato le super shoes sono stati di gran lunga migliori: 2.8 minuti più veloci, quindi una crescita della performance del 2%, tra gli uomini; 4.3 minuti, con il 2.6% di crescita, tra le donne.

Ma anche senza guardare a questi numeri, i risultati parlano chiaro. Qualche giorno dopo la milestone raggiunta a Vienna da Kipchoge, Brigid Kosgei ha stabilito il miglior tempo femminile indossando un altro prototipo personalizzato delle NEXT%, correndo la Maratona di Chicago del 2019 in due ore, quattordici minuti e quattro secondi, quasi un minuto e mezzo più veloce del record di Paula Radcliffe durato per sedici anni. Restando con Nike, prima del record assoluto di Assefa con adidas, Ruth Chepngetich nel 2024 a Chicago ha scritto quello che tutt’ora è il record femminile in una Mixed-Gender Race, scendendo per la prima volta non solo sotto le due ore e undici, ma anche sotto le due ore e dieci, chiudendo a 2:09:56. Di nuovo, prima dell’exploit di adidas di aprile, Kelvin Kiptum ha scritto il record mondiale maschile vestendo lo Swoosh.

All’altezza di settembre 2019, i cinque migliori tempi mai registrati in una maratona maschile si sono distribuiti nel raggio di appena tredici mesi, tutti stabiliti indossando le Vaporfly di Nike. Trentuno podi su trentasei complessivi nelle maratone principali, le cosiddette Majors, sono stati scalati con le super shoes in quell’anno. Una innovazione tanto rivoluzionaria, quanto contestata, che ha portato a numerose richieste di cambi di regolamento da parte dei brand rivali.

Le super shoes da regolamento

Non è la prima volta che si fatica a sancire una regolamentazione univoca nel mondo della corsa su strada. Spira, durante le due edizioni della Maratona di Boston tra 2006 e 2007, ha fatto vedere i sorci verdi alla USATF, protestando contro una passaggio della sezione 143.3(a) che vietava esplicitamente la presenza di dispositivi nelle scarpe che conferissero un vantaggio scorretto all’atleta, come molle o affini. Il fondatore dell’azienda, Andy Krafsur, ha attaccato la USATF dicendo che si trattasse di un attacco alle scarpe Spira, sebbene la Federazione statunitense non avesse mai deciso di bandire il modello. Si trattò in realtà di una grossa operazione di marketing, che portò nel 2006 a un’offerta da parte di Spira di un milione di dollari a chiunque avesse vinto la maratona indossando quelle scarpe con molla, e nel 2007 a far partire in volata due corridori sponsorizzati in modo che comparissero solo loro nella prima parte di gara - salvo poi crollare nella seconda.

Sebbene non si tratti di un esempio di controversia legato alle super shoes, il sottotesto è che non si potesse avere un’interpretazione univoca del regolamento già prima degli esperimenti di Nike. L’idea di unfair advantage risultava molto volatile, tanto che nel 2020 la World Athletics è dovuta intervenire alla vigilia dei Giochi Olimpici di Tokyo e dopo le numerose critiche al rilascio esclusivo delle Vaporfly Elite. Secondo le nuove linee guida, ogni scarpa legale deve avere una suola dallo spessore inferiore ai quaranta millimetri, non deve contenere più di una piastra rigida o presentare sovrapposizione di più segmenti della suddetta piastra, ma soprattutto deve restare sul mercato libero per almeno quattro mesi prima di essere utilizzata in gara. Con le nuove linee guida, per esempio, le Alphafly di Kipchoge sarebbero risultate illegali per altezza della suola e multipli inserti in carbonio anche qualora fossero state rilasciate sul mercato in precedenza - motivo per cui Nike ha subito effettuato un aggiustamento già nel 2019. Il regolamento a riguardo è sottoposto a un aggiornamento periodico, l’ultimo dei quali effettivo dal venti aprile 2026. Giusto in tempo per ufficializzare, senza alcun tipo di rischio di proteste o contestazioni, le imprese di adidas a Londra.

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