Winter Circles: discovering the Milano Cortina Winter Olympics with nss sports
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I migliori accessori di Milano Cortina 2026 Design unici che rendono interessanti anche i dettagli di questi Giochi Olimpici Invernali

Il tema sul quale si svolge la trama di Milano Cortina 2026 è quello dell’Armonia, protagonista assoluta della spettacolare cerimonia di apertura diffusa che ha inaugurato questa edizione dei Giochi Olimpici Invernali. Armonia che si riscontra anche nelle varie discipline, dalla forza dirompente dei contatti durante le gare di hockey su ghiaccio alla leggerezza delle forme nel pattinaggio di figura, dal ritmo estremo delle evoluzioni sulle tavole da snowboard alle blande strategie del curling. Armonia anche tra plastico e figurativo, dal dinamismo dei movimenti degli atleti fino alla configurazione o alla policromia dei kit che indossano. L’espressione esemplare di questo fenomeno, connubio e contrasto allo stesso tempo, si ritrova negli accessori, carichi di una parte funzionale, più scientifica, e di una creativa, più artistica. Veri e propri capolavori di ingegneria, pezzi unici che in un palcoscenico globale come quello dei Giochi Olimpici devono però sapersi prestare alla riconoscibilità dei marchi e di chi li indossa.

Visiere, tra colori e innovazione

Prendiamo lo snowboard, uno sport stiloso per definizione, che trasuda morbidezza tanto nello stile baggy degli indumenti quanto nell’agile andamento sul manto nevoso. Ma che necessita anche estrema concentrazione e precisione millimetrica, in tutte le varianti, dai rapidi slide sugli ostacoli dello slopestyle alle evoluzioni aeree di halfpipe e Big Air. La manifattura della tavola cambia radicalmente addirittura tra uno stile e l’altro, preferendo una forma più larga, minore lunghezza e maggiore flessibilità nel freestyle, una configurazione più stretta, estesa e rigida in discipline come lo slalom gigante. La medesima mole di dettagli si applica a ogni sorta di gara che preveda salti o cambi di direzione, come sci alpino, combinata nordica, biathlon o short track. Tutte specialità dove serve, banalmente, tenere gli occhi aperti, e dunque fare affidamento su occhiali o maschere.

Le visiere utilizzate negli sport invernali, per come le conosciamo oggi, sono nate negli anni '60, quando l’ortodontista statunitense Bob Smith ideò la lente termica sigillata e pensò a una nuova schiuma traspirante, compiendo un upgrade rispetto ai modelli esistenti ricalcati su quelli dei piloti di aeronautica della Seconda Guerra Mondiale. All’altezza di Milano Cortina 2026, ormai la discussione gira più intorno alla qualità della visuale che non alle specifiche tecniche, dopo la risoluzione di problemi come appannamento e polarizzazione. Forma e policromia sono così diventate un aspetto funzionale, ma non per questo meno esteticamente appetibile. Oakley più di chiunque altro ha compiuto passi da gigante nell’innovazione ottica grazie allo sviluppo della tecnologia PRIZM, che consente di adattare le lenti all’ambiente circostante, studiando una precisa tonalità per ogni situazione meteorologica: più luce c’è, meno ne dovrà passare attraverso gli occhiali, pertanto saranno necessari colori più scuri; viceversa, in caso di nuvole o intemperie. Uno spettacolo cromatico, figlio di decenni di perfezionamenti tecnici.

Anche grazie a questo lavoro pionieristico, Oakley è stato scelto come sponsor ufficiale di abbigliamento da colossi degli sport invernali come Canada e Finlandia, oltre a Nuova Zelanda. Ma i più attenti si saranno accorti che l’inconfondibile marchio è comparso anche sul cinturino del casco sia di Giovanni Franzoni, prima medaglia azzurra di questi Giochi nella discesa libera maschile a Bormio, sia di Lucia Dalmasso, bronzo nello snowboard con il terzo posto nella disciplina di slalom gigante parallelo femminile. Particolarmente attenta ai marchi italiani è invece una leggenda come Sofia Goggia, alla terza medaglia olimpica in carriera dopo il bronzo vinto nella discesa libera femminile, ottenuta indossando una maschera Dainese. Una scelta coerente per la sciatrice bergamasca, diventata lo scorso anno testimonial anche della prima collezione di occhiali, maschere e caschi da neve di EA7 Emporio Armani.

Hockey, le maschere per i portieri

Per quanto possa sembrare strano, le misure di sicurezza per uno sport fisico e violento come l’hockey su ghiaccio sono molto recenti. Fino agli anni '70, era solo richiesto il casco per tutti i giocatori, mentre l’obbligo arrivò solo attraverso la NHL - la lega americana dello sport, la più rilevante a livello globale - nel 1979. Milano Cortina 2026 rappresenta un passo in avanti sotto questo punto di vista, introducendo l’obbligo agli atleti di indossare protezioni per il collo, dopo la morte nel 2023 del professionista Adam Johnson, colpito fatalmente dalla lama di un pattino da ghiaccio. Una riforma necessaria, come quella delle maschere per i portieri, richieste dal 1972 ma diffuse già dagli anni '30 prevalentemente come dispositivo di protezione per gli occhiali da vista.

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Oggi, sono vere e proprie tele per le decorazioni a mano di artisti di tutto il mondo. In particolar modo, la tradizione affonda le proprie radici pop nel mondo NHL, dunque questi pezzi unici rappresentano un must per le rappresentative americane come Stati Uniti e Canada. I motivi sono patriottici, perlopiù simboli del Paese di provenienza, come l’aquila per i primi o la foglia d’acero per i secondi. Connor Hellebuyck, della squadra maschile a stelle e strisce, ha voluto rendere omaggio al Michigan, raffigurato sul retro del casco, inserendo poi sui due lati l'inconfondibile rapace e un pesce, richiamo ai laghi del proprio Stato. Lo stesso richiamo simbolico che non poteva mancare anche per la campionessa mondiale Gwyneth Philips, della squadra femminile. Orso, castoro, scoiattolo e alce sono invece i tipi zoomorfi scelti dai tre portieri della squadra femminile canadese, tutti animali delle tipiche foreste dello stato nordamericano. Il più originale nel maschile, invece, è il casco di Logan Thompson, il quale si è sbizzarrito inserendo richiami a Calgary, in Alberta, sede dei Giochi del 1988 - e sua città natale.

@eurosportitalia Davide Fadani uomo di cultura

Ma l'usanza non è solo americana, comprende anche i giganti dell'hockey, specialmente quelli scandinavi. L’estetica europea è un po' più sobria e attenta ai dettagli, pur riproponendo simboli dei luoghi di provenienza. Esemplificativo il caso dello svedese Filip Gustavsson, che ha scelto un fondo raffigurante ai lati le tipiche renne e la valle di Lapporten, sul quale si staglia il simbolo nazionale delle Tre Corone, leggermente sfumato da fiocchi di neve in sovrimpressione. Un motivo simile a quello del leone d’oro coronato che simboleggia la Finlandia, scelto dalla rispettiva nazionale femminile. Menzione d’onore per il paesaggio montuoso sul casco di Adam Gajan, in questo caso della Slovacchia, sebbene la vera gemma resti senza dubbio il tributo al Giappone di Rei Halloran, capace di far sbocciare sul ghiaccio dei delicati fiori di pesco. Quanto ai richiami patriottici, invece, forse il portiere dell’Italia Davide Fadani si è spinto un pochino troppo oltre.

Bob, slittino e skeleton

Se di caschi e maschere si vuole parlare, nulla batte però quelli che in gergo sono detti sport del budello, o discipline di scivolamento, come bob, slittino e skeleton. Nelle ultime due in particolare, il corpo è completamente esposto, separato dal ghiaccio solo dai veicoli, e non incassato in una carena. Per questo motivo, diventa importante tutelare maggiormente le parti anatomiche più a rischio, curiosamente agli estremi opposti nell’una e nell’altra disciplina.

Chi ha seguito le gare di slittino, dove l’Italia ha dominato - vincendo due ori sia nel doppio maschile, sia nel doppio femminile, oltre a un bronzo con Dominik Fischnaller -, si sarà accorto di una strana scarpa ai piedi degli atleti. Lo stivaletto, così peculiare, ha una funzione essenziale, dal momento che la posizione sul veicolo è supina e i cambi di direzione avvengono per mezzo dei piedi. Questi devono stare vicini al ghiaccio e soprattutto allineati nel verso giusto, funzione alla quale adempiono le calzature grazie alla loro forma così stretta e allungata, che consente anche particolare aerodinamicità. I colori sono solitamente molto peculiari, sulla linea di un’icona di questo sport come il tedesco Georg Hackl, lo speeding weisswurst vincitore di tre ori olimpici nella disciplina, vero e proprio pioniere grazie alle sue adidas gialle e nere aerodinamiche come mai si erano viste prima - tanto che la squadra canadese ne chiese la squalifica, senza successo, a Nagano 1998. Niente a che vedere con la sobrietà di Skechers e GTS, fornitori ufficiali delle calzature nello slittino a Milano Cortina 2026, le quali hanno optato per uno stivaletto nero con etichetta bianca sulla tomaia.

Concetto completamente opposto per lo skeleton, che prevede una posizione prona, dove la testa diventa centrale. I caschi devono infatti proteggere anche il mento, che sfreccia a 140 chilometri all’ora a pochi centimetri dalla lastra gelata, e sono i veri protagonisti di questa disciplina. Tanto che chi li indossa ama dare sfogo alla vena creativa per esprimere il proprio alter ego, un’espressione usata da una superstar globale dello skeleton come Akwasi Frimpong. Quest’ultimo, primo ghanese a gareggiare nella disciplina a livello olimpico, nonché ex portabandiera della propria nazione, ha ottenuto una sua rappresentazione alla mostra White Out della Triennale di Milano, e ha incantato Pyeongchang nel 2018 con il meraviglioso disegno sul proprio casco, raffigurante un coniglio che scappa dalla bocca di un leone.

Ma i motivi scelti sono molteplici, si va dalle classiche rappresentazioni delle bandiere nazionali alla semplice iscrizione minimalista del proprio nome, fino a scelte personali. La pantera nera di Mystique Ro, oro e argento mondiale per Team USA, è un simbolo dell’eredità afroamericana, ma richiama nei dettagli anche il proprio patrimonio coreano, una doppia origine che nel corso della carriera è divenuta motivo di discriminazione per quello che è uno sport a maggioranza bianca. Un messaggio che riguarda il passato dell’atleta e, in questo caso specifico, solo vagamente politico, a differenza di quanto proposto da Vladyslav Heraskevych: l’ucraino ha deciso di andare incontro alla squalifica pur di non tradire i propri ideali, indossando un casco della memoria, sul quale si possono riconoscere oltre venti immagini di colleghi, amici e bambini uccisi durante il conflitto con la Russia.

Che significato ha il casco di Valentina Margaglio?

Tra gli azzurri, la figura senza dubbio più polarizzante dello skeleton è Valentina Margaglio, atleta Red Bull quattro volte oro nei campionati nazionali e soprattutto protagonista storica del primo bronzo mondiale italiano nella disciplina ad Altenberg 2020, in coppia con Mattia Gaspari, per un totale di cinque podi sul massimo palcoscenico globale considerando i risultati individuali. C’è grande attesa per il suo debutto nelle gare ufficiali al Cortina Sliding Centre, e per quella che sarà a tutti gli effetti la sua ultima partecipazione ai Giochi Olimpici. Un’occasione speciale, che richiede un pezzo d’arte ancora più speciale, un casco personalizzato capace di raccontare la sua intera vita già comparso in allenamento. Il fondo azzurro e i motivi tricolore rappresentano l’Italia, mentre il ramo materno si riscontra nelle fantasie geometriche tipiche dei vestiti ivoriani, due linee principali accompagnate anche dalla ripetizione del numero quindici, simbolico per Margaglio, e di scorpioni, animale silenzioso ma letale, proprio come la campionessa azzurra.

I guanti, di tutte le forme

Occhi, testa e piedi sono essenziali, ma ogni disciplina olimpica è accomunata dall’utilizzo delle mani. Per questo, al fine di contrastare il freddo su zone sensibili come palmo e polpastrelli, la protezione dei guanti diventa essenziale. Ma anche funzionale. L’esempio tecnicamente più spettacolare è quello del guanto sinistro nello short track, che facilita le deviazioni in curva contrastando la forza centrifuga. Una manovra necessaria, ma che potrebbe rallentare anche la traiettoria dei pattinatori a causa dell’aderenza delle dita sul ghiaccio, che aumenta l’attrito. Una soluzione è stata trovata in un piccolo dettaglio, quello delle palline applicate sulla punta delle dita, un semplice inserto che permette uno scivolamento perfetto senza perdere nulla in velocità.

@teamusa The secret to sharp turns. Olympian @Julie Letai gives us a close-up look at the special gloves worn in short track. #shorttrack #speedskating #winterolympics #teamusa #gloves original sound - Team USA

Il pioniere di questo guanto anfibio, così chiamato perché le palline sulle dita ricordano quelle delle zampe di rana, è stato Kim Ki-hoon, tre volte oro olimpico per la Repubblica di Corea, il quale un giorno ha deciso di applicare della resina in eccesso - solitamente veniva destinata ai pattini come tutela contro gli infortuni - sui propri guanti, nella speranza di limitarne l’usura. Oggi, la tecnologia dietro a questo semplice concetto ha compiuto passi da gigante, ideando punte in vetroresina, plastica dura o fibra di carbonio, come quelle di Nike e del marchio italiano FILA, modelli che hanno impugnato la medaglia d’oro olimpica tramite le mani della squadra italiana di staffetta mista.

Dalla Corea del Sud arriva anche un’innovazione nello snowboard, questa volta direttamente da Milano Cortina. L’argento nello slalom gigante parallelo maschile Kim Sang-gyeom, che molti ricorderanno per aver eliminato ai quarti l’azzurro Roland Fischnaller, ha effettuato una semplice modifica ai propri guanti, prodotti da LUDIS, per avere una migliore presa sulla tavola al momento dei cambi di direzione: ha scelto dei modelli a tre dita al posto dei classici mitten, che separano solo il pollice dal resto della mano. In questo modo, optando anche per un tessuto in pelle di capra e applicando una stampa sul palmo per favorire il grip, Kim Sang-gyeom ha trovato il giusto equilibrio tra mobilità delle dita, in particolare indice e pollice, e aderenza.

Chi produce il casco di Federica Brignone?

Ma i guanti possono anche comunicare messaggi. Non sono mancati slanci creativi e pezzi unici, come quello di Sophia Kirkby, atleta statunitense di slittino che ha messo per iscritto sui propri palmi le frasi preferite del padre, prima che morisse a causa di un tumore alla vigilia dei Giochi Olimpici. Un bel tributo, come quello pensato da Lindsey Vonn, purtroppo poco fortunato. La sciatrice statunitense, prima della drammatica caduta che l’ha costretta al ritiro dai Giochi, aveva deciso di omaggiare un’altra leggenda a stelle e strisce della disciplina, Picabo Street, indossando un paio di suoi guanti personalizzati a marchio Reusch, decorati con un sole color prugna sul dorso e l’autografo della proprietaria originale. Decisamente più a lieto fine l’epilogo per Federica Brignone, che ha scelto dei guanti intonati con il casco da sci firmato Rossignol indossato durante la discesa per la medaglia d’oro nel Super-G femminile, testa e zampe di tigre che hanno sfrecciato sulle nevi di Sua Maestà l’Olympia delle Tofane.