
La nuova prospettiva di Michele Antonutti Tra basket, identità e moda
Ripercorrendo insieme a Michele Antonutti il suo viaggio nel mondo del basket, si finisce spesso a parlare di identità, di appartenenza, di legami, più che dei traguardi raggiunti. Ci sono anche quelli, certo, perché è un percorso che lo ha portato su palcoscenici importanti in Italia e in Europa, spesso da protagonista. Ha vestito a lungo la maglia della Nazionale, da capitano dell’Under-20 e poi con la selezione maggiore: oltre novanta partite in azzurro, "il sogno da avverare per qualsiasi atleta". A livello di club, invece, è in cima alle classifiche all-time del basket udinese per presenze e punti, vanta l’unica maglia ritirata di sempre nello sport friulano, e a Reggio Emilia ha vinto una EuroChallenge da capitano. Quello che per tanti potrebbe essere il contorno, però, per Antonutti è stato il centro di tutto: le origini e l’identità che ha rappresentato, il rapporto con la sua Udine e con la sua gente.
Sono tante, in ogni caso, le maglie indossate lungo il percorso. L’azzurro della Nazionale è la sua preferita, anche esteticamente. "Quella maglia Champion dell’Italia, bellissima" - e come dargli torto. Oltre a Udine e Reggiana, poi, i colori di Montegranaro, Caserta, Pistoia, Treviso, Biella. Fino al ritiro, nel 2023, quando sono iniziati altri percorsi, in altri abiti. Istituzionali, da Presidente della Commissione Tecnica del CONI Friuli Venezia Giulia; da ambassador, di APU Udine e di Turismo Friuli Venezia Giulia; da testimonial, per la maison di moda torinese Pignatelli, con cui ha preso parte settimana scorsa all’inaugurazione del nuovo headquarter milanese; da founder dell’All Star Basket Academy, un camp per giovani friulane e friulani; non ultimo, qualche mese fa, anche da tedoforo, quando la Fiamma Olimpica di Milano Cortina 2026 è passata a Udine.
Probabilmente è l’essere sempre stato tutte queste cose, oltre che un giocatore di basket, il motivo per cui i suoi tifosi lo hanno amato tanto. Lo ha ricordato l’affetto che a gennaio ha avvolto i suoi 200 metri con la Torcia Olimpica, in Viale della Vittoria, accompagnato da striscioni e cori del fan club. Un’istantanea intima di una storia affascinante proprio per questo. "Avere uno dei fan club più grandi d’Italia, 200 iscritti, è una cosa bellissima per me: un motivo di grande orgoglio, una prova dei valori che evidentemente sono riuscito a trasmettere."
Maglie e ricordi
La pagina più indelebile del suo diario di viaggio è quella iniziale. "La partita d’esordio a Udine, con la Snaidero, quando avevo 16 anni. Ricordo che tra i miei compagni c’era Sasha Vujacic, che l’anno dopo sarebbe andato ai Los Angeles Lakers. Un giorno indimenticabile: debuttare in Serie A a quell’età, nella mia città, è stato davvero speciale". E tutt’altro che scontato: "Mi capita che altri giocatori che hanno avuto carriere importanti mi dicano di rimpiangere di non aver potuto giocare nella loro città. Io invece ho avuto la fortuna e l’onore di esordire a Udine, giocarci tanti anni, e chiuderci pure la carriera". È in Emilia, però, che Michele ha vissuto la sua annata migliore, "senza dubbio". "Per una buona parte di stagione a Reggio sono stato il miglior tiratore d’Europa, in casa tiravo col 75% da tre punti. E abbiamo vinto una coppa europea, cosa che non succedeva a un club italiano da dieci anni."
Tra i flash più vividi, poi, "ci sono le due volte che ho segnato 26 punti, il mio massimo in Serie A. Erano stati celebrati in modo sentito, perché non erano tanti gli italiani prima di me ad aver raggiunto quella cifra in una partita di campionato". Un’élite che comprende anche i giocatori più forti con cui Michele abbia condiviso lo spogliatoio: Andrea Bargnani, Marco Belinelli e Danilo Gallinari. La Trinità dell’Italbasket del decennio scorso, e per Michele tre dei compagni d’avventura in azzurro, con alcune lunghe trasferte condivise in estate. "Conservo un bellissimo ricordo delle tournée con la Nazionale, come quella pre-Olimpica in Cina, in cui si era vissuta molto anche la cultura locale. E in generale, di tutte le estati passate con la Nazionale, anche per i rapporti e le amicizie che sono nate". Pubblico incluso: "In campionato vai in giro per i palazzetti e capita che vieni fischiato dai tifosi avversari, mentre la Nazionale unisce tutti: è un’emozione da vivere."
"Ho giocato contro tanti grandi campioni", racconta. In azzurro, ad esempio, si è trovato di fronte Yao Ming e diverse altre stelle NBA - "ma quelli che mi hanno impressionato di più sono sicuramente Dejan Bodiroga e Carlton Myers". E la maglia preferita mai vestita, dopo la già citata della Nazionale? "Direi quella di Udine, prima firmata Nike e poi Jordan. Tra l’altro, è l’unica squadra del campionato italiano con il logo Jordan sulla maglia: una cosa che mi emoziona e mi rende orgoglioso, e che prova come il percorso di crescita del club abbia portato ad attrarre grandi marchi internazionali". E a proposito di swoosh: "Io ho sempre giocato con scarpe Nike, con cui ho avuto una lunga partnership. Praticamente per tutta la carriera sono sceso in campo con le Kobe Bryant, le mie preferite. Poi a me piacciono tantissimo le scarpe da basket, sono un collezionista, ho davvero tanti modelli Nike a casa."
Il lungo viaggio di Antonutti sul parquet, alla fine, è arrivato al capolinea dopo il 38esimo compleanno. "A un certo punto in questo amore è arrivato il momento in cui dire: okay, ci siamo, siamo arrivati fino a qui ed è giusto finire qui. È arrivato spontaneamente ed è stato un momento bello, anche perché avevo tante cose al di fuori del campo che mi aspettavano. Nel mondo dello sport e del basket, ma non solo". E dopo aver appeso le scarpe al chiodo, lo storico ritiro della sua maglia numero 9. "Un riconoscimento davvero molto significativo: non perché nessun altro debba giocare con il mio numero, ma perché spero che quella maglia e quel 9 possano essere una fonte di ispirazione per i giovani che si avvicinano a questo sport. Un esempio di come partendo da Udine, da una piccola città del Nord-Est Italia, si può arrivare a giocare sui parquet più importanti d’Europa. Penso che possa rappresentare uno stimolo e una speranza per chi insegue i propri sogni. Un promemoria che dice: ce la puoi fare!".
La nuova vita di Michele Antonutti
È per traguardi e momenti del genere, e per come li ha raggiunti, che Antonutti, guardandosi indietro, racconta di non aver nessun rimpianto, o quasi. "Ho sempre dato tutto e fatto del mio meglio, ho vissuto la mia carriera con grande disciplina, passione ed entusiasmo. L’unico piccolo rammarico è quello di non essere mai riuscito a partecipare alle Olimpiadi… ma è un vuoto che ho colmato con l’esperienza da tedoforo, portando la Fiamma Olimpica tra le mie mani". Un po’ come diventare brand ambassador dell’APU Udine, e il primo cestista italiano con un ruolo simile, ha arricchito un viaggio già denso di emozioni. "Pure la rivista Forbes mi ha celebrato come primo brand ambassador del basket italiano, e sono fiero di aver aperto la via a tanti altri dopo di me, ad esempio Marco Belinelli con la Virtus Bologna. In Europa e negli Stati Uniti succede da tempo, ogni squadra ha un proprio rappresentante istituzionale, mentre in Italia c’è voluto di più."
Associarsi all’immagine di Antonutti, come anticipato, non è un’esclusiva dei marchi di settore. Da settembre 2025 l’ex cestista, non nuovo nel mondo della moda, è entrato nell’orbita di Pignatelli, "un brand che da sempre veste la sportività, che per anni ha lavorato con la Juventus e altre squadre, con la Nazionale Italiana, con tanti atleti". Una sinergia nata, nel suo caso, un po’ anche per questioni di vicinanza, ovvero le radici friulane del proprietario Francesco Gianfala; "ma soprattutto per quello che rappresento come sportivo-modello, con una lunga carriera alle spalle in uno sport evolutivo come la pallacanestro: credo di essere stato scelto come testimonial per questo. Lato mio, a colpirmi è stata la naturalezza con cui Pignatelli coniuga eleganza e sportività: un connubio che mi affascina."
Giovedì scorso c’era anche Antonutti - oltre e Carlo Pignatelli e Francesco Gianfala, e a diversi VIP come Simona Ventura, Luciano Moggi, Stefano Tacconi e Natasha Stefanenko - in via Fusetti 8, sui Navigli di Milano, nella nuova casa del marchio. In passerella la nuova linea womenswear Atelier disegnata dal direttore creativo Luc Amsler e presentata al pubblico italiano in questo "evento di grande impatto, nel cuore di Milano", spiega Michele, "che ha aperto la stagione 2026 di Pignatelli e consolidato il suo posto nell’élite della moda italiana". Con un ambizioso sguardo al futuro, come hanno confermato le parole a margine del proprietario Gianfala, che ha parlato degli investimenti esteri del marchio nei prossimi anni, tra apertura di nuovi flagship store ed espansione in Middle East e Far East.
Un legame profondo
Se c’è un filo che tiene insieme tutte le vesti indossate da Antonutti dopo il ritiro, è lo stesso che attraversava la sua carriera da giocatore: il rapporto con il territorio. In una nuova dimensione, più ampia, di rappresentanza e connessione. Che ovviamente parte da Udine. C’è il ruolo da ambassador dell’APU, ma non solo: "incarnare i valori, i rapporti con le istituzioni e tutto ciò che riguarda la vita dei club lontano dal parquet - in modo simile a quanto faccio anche fuori dal basket, come ambassador di Turismo Friuli Venezia Giulia". Una Regione che vive di sport - ha il rapporto più alto in Italia tra praticanti e popolazione - e in cui Antonutti è Presidente della Commissione Tecnica CONI. "Qui lo sport è una forza trainante, un tratto distintivo. Io mi occupo di creare sinergie tra attori e sport diversi, ascoltando le esigenze dei vari ambienti, seguendo i percorsi di formazione e le linee guida per i tecnici, organizzando eventi e convegni: un lavoro ad ampio raggio."
Infine c’è il progetto più personale, quello che più di tutti restituisce l’idea di cosa significhi oggi, per Michele, stare nello sport. L’All Star Basket Academy nasce nel 2018 e da allora è diventata qualcosa di più di un camp estivo. "È un progetto per far vivere ai giovani la pallacanestro e lo sport a 360 gradi: tornei, condivisione, inclusione - c’è un programma anche per persone non normodotate - e contatto con la natura del territorio". Con un’impostazione che tiene insieme il focus sullo sviluppo del talento con valori più ampi, come l’attenzione all’ecosostenibilità e la consapevolezza ambientale.
L’Academy ha contribuito, negli anni, "alla formazione di giocatrici che poi sono andate a fare esperienze importanti all’estero, e di ragazzi che dopo hanno anche vestito la maglia della Nazionale. (...) Coinvolgiamo circa 400 giovani ogni estate, abbiamo ricevuto il premio di Best Camp Award nel 2023 e abbiamo partnership importanti, come quella con Nike". Ma al di là di risultati, numeri e sponsor, è un altro il punto che torna nelle sue parole: "la cosa forse più importante è che chiunque venga a vivere questa settimana, si porta a casa un bel ricordo". È cambiata la prospettiva, in fondo, ma non il modo in cui Michele Antonutti si muove e vive l’ambiente sportivo. Oggi non è più sul parquet, ma rappresenta, collega, unisce. E soprattutto, resta dentro quel legame - con Udine, con il Friuli Venezia Giulia, con il mondo del basket - che non è mai stato un contorno, ma la parte della sua storia più densa di significato.




























































