Come funziona il collezionismo per i gagliardetti? Storia e fascino di una tradizione immortale
Nella ritualità classica della partita di calcio c’è un momento in cui, prima del fischio d’inizio, i due capitani si salutano stringendosi la mano e si scambiano un oggetto tanto semplice quanto enorme per il suo significato simbolico. È il gagliardetto, opera d’artigianato tessile conosciuta per la sua ricercatezza e i suoi dettagli, prima di conoscere una certa standardizzazione. Questi eredi dei vessilli delle precedenti epoche storiche sono permeati dagli eventi, rimanendo al contempo custodi di vicende sportive inscalfibili. Oggi nel protocollo pre-gara questa nobile abitudine sta andando riducendosi in maniera graduale, con i gagliardetti che vengono scambiati quasi esclusivamente in match di cartello. Un nuovo rinascimento estetico di questi formidabili articoli di memorabilia calcistica è però possibile ed altamente auspicabile.
Le origini storiche del gagliardetto
Dal punto di vista storico, i gagliardetti raccolgono in parte la tradizione dei vessilli, già presenti prima in epoca romana, poi medievale in Europa. Nelle grandi campagne belliche, gli eserciti imperiali attraversavano i territori conquistati issando stendardi su traverse orizzontali fissate alle aste. La loro funzione era di mutuo riconoscimento tra i diversi reparti militari nonché di distinzione dai propri nemici. In maniera analoga venivano utilizzati dagli eserciti di un'antica dinastia cinese, ritenuta inventrice delle moderne bandiere, altri fanno risalire questa pratica anche alle civiltà egizie ed indiane. Tornando al continente europeo, durante il Medioevo questa attività viene addirittura ampliata, essendo i vessilli esposti in diverse dimensioni e in diverse occasioni, come ad esempio esaltare la grandezza del regno o del feudo durante cerimonie oppure circoscrivere il territorio. Avanzando nei secoli, tra vessilli usati da corporazioni ed università, in missioni evangeliche e in ambito navale, si arriva alla seconda metà dell’Ottocento, quando in Inghilterra nasce il football. Nascerà così il gagliardetto moderno.
Come nasce la tradizione nel calcio
Fondato da classi alte ed abbienti britanniche, il calcio si è dato fin da subito delle regole e dei riti. Probabilmente è proprio a causa dell’estrazione sociale dei suoi pionieri che nasce l’elegante abitudine dello scambio dei gagliardetti tra squadre opposte. Il vessillo qui muta il suo significato, rientrando ora nella gestualità di una sorta di galateo sportivo. Lo scambio diventa un segno di rispetto previo verso l’avversario, nonché simbolo di amicizia. Anche in Italia tale pratica sembra essere adottata fin dai primi match di fine XIX secolo. Pur non sapendo se sotto forma di gagliardetto o di altro stendardo, un giornale conferma la presenza di orifiamme in quella che è considerata la prima partita del calcio italiano, disputata il 6 gennaio 1898 tra il Genoa ed una rappresentativa torinese.
L’evoluzione estetica dei gagliardetti
Con la crescita del movimento calcistico, si consolidano nei primi decenni del Novecento anche delle tradizioni come quella dei gagliardetti, prodotti in diverse dimensioni ma tutti caratterizzati da una cura maniacale per il dettaglio. Fino alla fine degli Anni '60 la ricerca dei tessuti e le varie rilegature richiedono un alto lavoro di sartoria, producendo pezzi unici per ogni partita. Dagli Anni '70, però, inizia a conoscersi una progressiva standardizzazione, con il gagliardetto ora stampato e riprodotto in serie, perdendo un po' della sua originalità ma mantenendo vivo il rito prima di ogni partita. Solo l’epidemia di Covid-19 ha sospeso totalmente per un determinato periodo questa tradizione ultracentenaria, nonostante lo scambio fosse già stato ridotto alle partite più rilevanti da qualche anno.
I gagliardetti più particolari della storia
Come accennato, la varietà di gagliardetti, nei metodi di produzione e di composizione è infinita. Volendo indicare dei canoni, si possono identificare degli elementi imprescindibili: un tessuto ricamato, un cordoncino per appenderli, delle frange dorate e un’astina. Da qui poi si può vedere il diverso utilizzo di materiali che nel corso degli anni passano dalla semplice tela a tessuti sintetici, oppure della diversa forma dei gagliardetti che spazia dallo scudo, al triangolo ed al rettangolo. Le differenze si notano anche tra continenti: tradizionalmente in Europa erano spesso bordati mentre in Sudamerica, dove il calcio e i suoi accessori conoscono notoriamente una passione sconfinata, erano serigrafati. Lo scambio più comune è quello che avviene tra capitani oppure, una pratica più rara ormai caduta in disuso, era quella dove ciascun giocatore consegnava a quello avversario un gagliardetto ancor più piccolo.
Vi sono poi gagliardetti che recentemente hanno attratto i cultori dell’estetica calcistica, poiché sono usciti dagli schemi classici ed hanno mostrato una sorta di evoluzione all’oggetto. In Cile ad esempio il Palestino, club fondato da una colonia palestinese nel 1920, ha omaggiato tutti gli avversari della scorsa stagione con un gagliardetto che sulla sua superficie incapsulava un frammento di macerie provenienti dalla Striscia di Gaza. La Virtus Entella, neopromossa in Serie B, durante l’attuale campionato cadetto ha mantenuto invece il rito dello scambio ma ne ha sostituito l’oggetto: al posto di un gagliardetto consegna un AlterEgo, piccola scultura in marmoresina verniciata prodotta dall’artista Alessandro Piano.
Infine è impossibile non parlare del gagliardetto che l’Uruguay, portato in campo per l’amichevole giocata a Wembley contro l’Inghilterra nella sosta nazionali di marzo: interamente realizzato in metallo, presenta uno scudo con lo stemma de La Celeste al centro, un supporto in maglia e un'impugnatura con uno Swoosh in bronzo. Facente parte della campagna Nike “Born to Fight”, è una rarità che non ha eguali che potrebbe dar nuova linfa a quest’antica arte.
Vicende iconiche
Un gagliardetto sulla Luna? Così pare esser stato confermato dallo stesso Neil Armstrong, uno dei tre componenti della squadra dell’Apollo 11 che il 20 luglio 1969 compie l’allunaggio. L’Independiente de Avellaneda, club argentino, con una trovata di marketing avanguardistica, vuole esserne co-protagonista. Tramite l’ausilio dell’ambasciata americana, pochi mesi prima della storica spedizione, l’allora Giunta Direttiva del club fa sì che Armstrong, Aldrin e Collins diventino tesserati del club. "Se questi saranno i più grandi eroi del secolo, devono essere soci dell’Independiente", la spiegazione dell’addetto stampa de El Rojo. L’obiettivo finale è quello di far portar loro in orbita qualche oggetto della squadra, così viene inviato agli astronauti un gagliardetto. Pur non essendoci documenti fotografici che lo possano testimoniare con certezza, in un incontro posteriore all’impresa Armstrong in persona conferma: il banderín dell’Independiente era nell’Apollo 11 e ha portato una gran fortuna.
Recentemente invece, nella semifinale dello spareggio mondiale tra Giamaica e Nuova Caledonia, il capitano neocaledoniano ha consegnato, oltre al gagliardetto, un’opera circolare dell’artigianato locale, con un interno cavo ed un simbolo al centro. Quello che ricorda un grosso scacciasogni è stato inizialmente rifiutato dal capitano giamaicano, pensando ad un tentativo di stregoneria. Da chi omaggia esageratamente l’avversario, a chi invece non dà nulla in cambio: è accaduto nel quinto round di FA Cup 2017, nella sfida tra Sutton ed Arsenal. Mentre il capitano della squadra che allora militava in National League offre il gagliardetto del club all’avversario, Theo Walcott si presenta a mani vuote, scatenando una bufera mediatica sui Gunners, accusati di mancanza di classe.
Il mondo dei collezionisti
Con una produzione così vasta e particolare, non poteva mancare nel mondo del collezionismo la nicchia che va alla caccia di gagliardetti. Persone con raccolte da migliaia di gagliardetti sfoggiano la propria selezione con estremo orgoglio, creando una rete di contatti senza confini che connette tra loro collezionisti e società calcistiche. In Italia Marco Cianfanelli è creatore dell’archivio digitale chiamato Pennants Museum, dove è presente tutta la sua collezione da oltre 11.500 pezzi con didascalie descrittive per ciascun gagliardetto. Se qualitativamente il primato appartiene a lui, che custodisce numerosi gagliardetti degli albori del calcio, quantitativamente parlando la raccolta di Pino Palese è inarrivabile: sono 20 mila gli esemplari custoditi, amorevolmente conservati e catalogati in un magazzino uno ad uno. Siamo andati a conoscerlo nel suo ristorante birreria “Il Bisogno”, punto di riferimento della città di Rivoli, alle porte di Torino. Frequentato da ex calciatori, dirigenti e curiosi della collezione, questo luogo è veramente un mondo a parte.
Pino, quando hai iniziato a collezionare gagliardetti?
"Ho iniziato ai tempi delle scuole superiori, nel 1975, grazie ad una mia compagna di classe. A casa sua dovevano disfarsi di una serie di scatoloni e, conoscendo la mia passione per il calcio, me ne ha consegnati alcuni contenenti degli oggetti curiosi: erano gagliardetti conservati dal padre, che faceva l’arbitro, tra cui ne spiccava uno del Treviso".
Come avviene la caccia al gagliardetto?
"Si inviano mail alle società di calcio, si gira per campi di provincia, si crea una rete di contatti che è a conoscenza della tua passione. Solo una volta ho pagato un gagliardetto, in generale non mi piace la compravendita che avviene su certe piattaforme online. Si perde il senso della collezione e della ricerca, che non è fatta a scopo di lucro. Capita piuttosto che i gagliardetti si barattino, con persone che prendono con cui si entra in contatto nei gruppi Facebook adibiti a ciò; oppure capita che dirigenti delle società locali si presentino direttamente al locale per omaggiarmi di una raccolta che altrimenti andrebbe persa".
Non vengono conservati dalle società?
"Non sempre purtroppo. Anzi, molti gagliardetti li ho recuperati proprio al volo, intercettandoli mentre stavano per essere gettati via. Una volta addirittura li ho reperiti mentre erano già nei bidoni. Per fortuna era un giorno festivo e non erano passati a ritirare la spazzatura…"
Come si raggiunge quota 20 mila gagliardetti?
"In circa cinquant’anni di collezionismo ho raggiunto la cifra di 13 mila esemplari. Poi circa, un anno fa, è venuto purtroppo a mancare un caro amico collezionista della Lombardia. Nelle sue memorie, aveva richiesto che alla sua morte la personale raccolta di gagliardetti venisse destinata a me. Il figlio ha nobilmente rispettato il desiderio del padre, così mi sono ritrovato tutto d’un colpo a passare dai miei 13 mila pezzi a raggiungere quota 20 mila. È stato un gesto commovente il suo".
Dove conservi la collezione?
"1400 di essi sono appesi sul soffitto della sala in legno del locale e sono quelli ammirabili dai clienti. Il resto della collezione si trova in un magazzino, dove la sto pian piano ricatalogando. Li conservo negli scatoloni Chiquita utilizzati al mercato che mi sono fatto recuperare da uno dei miei fornitori qui al ristorante. È stata una scelta intelligente: sono abbastanza rigidi e soprattutto hanno dei fori perfetti per la traspirazione dei gagliardetti, che altrimenti andrebbero deteriorandosi".
Qual è il più antico tra quelli posseduti?
"Un gagliardetto del Novara di inizio Novecento è probabilmente il più longevo. E pensare che lo stavo per buttar via perché era in cattive condizioni, poi informandomi meglio ho scoperto il suo reale valore."
Come ti fa sentire questa mania?
"La mia collezione di gagliardetti, oltre ad essere mossa da una grande passione, è il mio angolo di tranquillità. Quando entro nella sala dove sono tutti appesi al soffitto, mi metto da solo ad osservarli e nel mentre mi rilasso".
Oggi i forum social agevolano i collezionisti nel mantenere contatti ed aggiungerne di nuovi mentre l’arrivo di piattaforme come eBay, Vinted ed affini ha aperto nuove e più immediate modalità di acquisto, togliendo però il fattore romantico della ricerca. Specialmente nei decenni precedenti, nei bar sportivi o nei locali dove si ritrovavano i soci di qualche gruppo di tifosi, i gagliardetti venivano appesi alle pareti o dietro i banconi, oppure un po’ dappertutto come capita ancor oggi nello storico Café El Banderin di Buenos Aires, ennesimo simbolo di una passione densa ed intramontabile.