
Gli atleti stanno diventando fotografi Un trend che trova sempre più seguaci
Dopo il primo gol con la maglia della Sampdoria, nel 2015, Samuel Eto’o chiedeva una macchina fotografica a bordo campo e iniziava a scattare immagini del pubblico di Marassi. Da osservare e restituire, proprio come un fotografo. Un gesto abbastanza isolato e che si ricorda anche per questo - perché fino a pochi anni fa, un calciatore con una macchina fotografica in mano era più raro. Oggi invece ti puoi aspettare di vedere una macchina analogica, per dire, durante la parata celebrativa per la vittoria di uno Scudetto, o di una Premier League.
Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, invece, la scena sta diventando familiare anche dentro gli impianti. Nel giro di pochi mesi abbiamo visto Caitlin Clark, stella del basket femminile, a bordo campo durante una gara NBA; e dopo di lei, la sciatrice Mikaela Shiffrin per un’altra partita di basket, e quindi le ginnaste Simone Biles e Suni Lee nel football. Non si tratta di episodi, ma di un nuovo trend che porta gli atleti a sospendere temporaneamente la propria dimensione di perenni soggetti dell’immagine, per diventarne autori. Talvolta è un’operazione costruita a tavolino - per il contenuto o collaborazioni di vario tipo - mentre in altri casi è una passione già esistente, che trova occasioni per emergere. Fino alle storie di chi ha trasformato tutto ciò in una seconda vita, personale e professionale.
Caitlin Clark e le fotografie a LeBron James
Quando Caitlin Clark ha preso posto dietro la linea di fondo del Gainbridge Fieldhouse, nel marzo 2025, durante una partita tra Indiana Pacers e Los Angeles Lakers, non era per guardare da vicino la sfida di LeBron James e compagni. Pettorina da fotografa accreditata addosso e macchina professionale tra le mani, scattava immagini come uno degli operatori a bordo campo. Una scena che ha fatto il giro del mondo sui social, e che poi ha ispirato Megan Harrod, addetta stampa di Mikaela Shiffrin. "Ho pensato fosse un modo perfetto per valorizzare un’atleta, senza limitarsi a mostrarla semplicemente seduta a bordo campo mentre guarda la partita". E così, nel suo tour post-olimpico ecco anche Mikaela con gilet da staff accreditato e macchina fotografica, in occasione di una sfida tra Brooklyn Nets e Charlotte Hornets. E ancora: Simone Biles, con un modello Sony, durante un Sunday Night Football tra Chicago Bears (in cui milita il marito) e San Francisco 49ers; e poi Suni Lee a bordo campo nel giorno di Natale, sul campo dei Minnesota Vikings.
Non è un caso che queste apparizioni avvengano spesso in contesti come NBA o NFL, dove il rapporto tra sport e contenuto digitale è esasperato. Sono ecosistemi ideali. Le immagini scattate finiscono infatti sui canali ufficiali delle squadre o delle leghe, vengono rilanciate dagli account di atleti e media, si inseriscono nel racconto visivo dell’evento. Per le leghe è un’opportunità narrativa e commerciale, mentre per gli atleti un modo per espandere la propria presenza oltre il campo. E magari anche per allargare il raggio d’azione - soprattutto per profili popolari, anche super-popolari, ma che appartengono a sport non-mainstream, come la stessa Shiffrin. "Mikaela è la più grande di sempre, ma lo sci alpino è uno sport di nicchia", prosegue Megan Harrod, "e per questo si cercano occasioni crossover, per mostrarla a un pubblico più ampio”.
Perché gli atleti amano così tanto la fotografia?
Non si tratta solo di apparizioni, ma di un modo diverso di vivere e raccontare l’evento, che ha mostrato di esercitare un forte appeal sul pubblico. Una fotografia scattata da un atleta - anche se, certo, tecnicamente meno professionale - ha infatti un valore speciale, proprio per la firma inedita. Ed è questo il tipo di contenuto che funziona sui social, dove il pubblico cerca qualcosa che sembri autentico, non costruito - e pazienza se lo è solo in apparenza.
Va da sé che il fenomeno non sia privo di critiche. Alcuni professionisti hanno sottolineato come queste operazioni rischiano di glamourizzare, e in un certo senso sminuire, un lavoro fatto anche di un lungo processo di selezione e post-produzione. D’altronde, la stessa Simone Biles ha parlato di "little side gig", cioè di un piccolo passatempo secondario. Per adesso, comunque, è un fenomeno quasi esclusivamente a stelle e strisce, dove atleti, squadre e leghe orchestrano in modo peculiare la produzione di contenuti. Ma i risultati - cioè la diffusione delle immagini e la facilità con cui diventano virali - suggeriscono che non resterà confinato a lungo. Anche perché, come dimostrano diversi casi recenti, la macchina fotografica è finita già da tempo nelle mani degli sportivi.
Da Virgil van Dijk a Lewis Hamilton
Negli ultimi anni, anche nel calcio europeo, la presenza è diventata sempre più visibile. Alla fine della stagione 2023/24, tra festeggiamenti e celebrazioni, diversi giocatori si sono fatti vedere con macchine analogiche. Ad esempio Virgil van Dijk ha utilizzato una Fujifilm X100V per documentare gli ultimi momenti di Jürgen Klopp ad Anfield. In altre occasioni, come le parate celebrative, ecco invece Joselu con una usa-e-getta durante i festeggiamenti del Real Madrid, Carlos Augusto tra le vie di Milano dopo lo Scudetto dell’Inter, Juan Cuadrado con una Polaroid a raccogliere istantanee tra compagni e tifosi.
In questa dimensione si inserisce anche Héctor Bellerín, probabilmente il caso più interessante nel contesto calcistico. Durante il lungo recupero dall’infortunio al ginocchio nel 2019, lo spagnolo ha iniziato a usare la fotografia come una sorta di terapia. Ha raccontato al Guardian che scattare lo aiutava a uscire mentalmente dalla routine del calcio: rallentare, osservare meglio ciò che aveva attorno, cercare un modo diverso di trasmetterlo. Da allora ha continuato a fotografare con macchine analogiche, condividendo immagini di viaggi, backstage e momenti quotidiani sui propri canali. Non si tratta di un progetto strutturato o di una collaborazione episodica, ma di un interesse personale, parallelo alla carriera sportiva.
Nel mondo dei motori invece si segnala Lewis Hamilton, che da anni dietro al lavoro in pista porta avanti progetti con l’obiettivo. Ha fotografato viaggi, sfilate e ambienti mondani, arrivando anche a firmare servizi per riviste come Vogue. "Mi permette di vedere il mondo da una prospettiva diversa, più lenta", ha raccontato, spiegando come la fotografia rappresenti un modo per “scalare le marce” rispetto al ritmo frenetico della Formula 1. Un caso in cui la linea di confine tra passione e opportunità si fa più sottile, ma con un punto di partenza che resta personale. Altri atleti, pur senza sviluppare un percorso così definito, hanno mostrato nel tempo un rapporto simile con la fotografia. Serena Williams ha più volte condiviso scatti personali di viaggi e momenti lontani dal campo; Lindsey Vonn ha raccontato di apprezzare la possibilità di documentare luoghi ed esperienze durante la vita fuori stagione; mentre il già citato Virgil van Dijk, al di là degli episodi più noti, ha descritto l’attività come metodo per staccare dalla routine calcistica.
Quando la passione diventa una carriera
Per alcuni, però, la macchina fotografica non resta un oggetto da tirare fuori nei momenti liberi. Diventa qualcosa di più, fino a trasformarsi in una vera e propria seconda carriera. È un passaggio che riguarda ex atleti, spesso negli Stati Uniti, dove il rapporto tra sport e industria dei media è più diretto. Negli ultimi anni, figure come Ken Griffey Jr e Randy Johnson, ex giocatori di baseball MLB, hanno costruito un percorso nel settore. Johnson in particolare aveva già sviluppato la passione prima di affermarsi tra i pro, durante gli anni universitari a USC, quando studiò fotogiornalismo, per poi riprendere il filo del discorso dopo il ritiro e trasformarlo in un vero lavoro. Griffey invece è diventato negli ultimi tempi una presenza ricorrente a bordo campo in grandi eventi sportivi, dall’NFL alla MLS, fino al golf. C’è infine Marshawn Lynch, ex running back in NFL, che dopo il ritiro ha iniziato a collaborare con la lega come fotografo e content creator. Durante una partita di preseason tra Raiders e Seahawks - due delle squadre in cui ha giocato - i tifosi lo hanno riconosciuto a bordo campo, con pettorina e macchina, esponendo al grande pubblico la sua storia.
Nel calcio europeo casi simili sono meno frequenti, ma esistono. Ad esempio lo spagnolo Ernesto Valverde, ex calciatore e allenatore (tra gli altri del Barcellona), che ha coltivato la fotografia per anni fino a esporre le proprie opere in mostre come Suburbia, dedicate alla vita urbana e alle periferie. È un passaggio simbolico, come lo ha definito lui stesso: da allenatore costantemente sotto osservazione, a osservatore dietro l’obiettivo. Più vicino al campo, invece, è il caso di Ethan White, ex difensore MLS, che ha raccontato su The Players’ Tribune cosa significhi fotografare questo sport dopo averlo vissuto da giocatore. Il suo obiettivo non era semplicemente scattare, ma usare la propria esperienza per cogliere dettagli e momenti che possono sfuggire a chi non ha mai vissuto il campo da dentro.
Ma la storia più estrema, e forse più significativa, è quella di Alfie Whiteman. Portiere cresciuto nel Tottenham, in panchina nella finale di Europa League 2025 vinta a Bilbao, Whiteman ha deciso a 27 anni di lasciare il calcio professionistico, nonostante diverse opportunità per continuare. Una scelta che lui stesso ha definito controintuitiva: "A un certo punto ho chiamato il mio agente per dirgli: fermati, non andrò in questo club… smetto". E dopo il ritiro ha iniziato a lavorare come fotografo e regista, collaborando con la casa di produzione Somesuch e aprendo uno studio a Londra. La sua prima mostra, A Loan, è nata dall’esperienza vissuta durante un prestito in Svezia, quando si è ritrovato da un giorno all’altro a vivere sulle rive del lago Mockeln. In una nuova dimensione, solitaria e lontana da casa. È lì che ha iniziato a fotografare in modo costante, affiancando le immagini a riflessioni personali. "In quel periodo continuavo a chiedermi: che cosa sto facendo? È davvero questa la mia strada?" E trovando dentro di sè la risposta a questi interrogativi.
Il punto, per Whiteman, non è solo la fotografia, ma il bisogno di uscire da una struttura che percepiva come chiusa e ripetitiva. "Se prendi ragazzi così giovani e li metti dentro la bolla del calcio professionistico, è inevitabile che tutti diventino un prodotto dell’ambiente", ha spiegato. "Io mi sentivo un po’ diverso". Il calcio era diventato un "ciclo senza fine stagione-vacanze-stagione-vacanze", che gli impediva di esplorare altre possibilità. La fotografia, in questo senso, non è stata una semplice passione da coltivare nel tempo libero, ma una via d’uscita, in cui Alfie sente di aver trovato la sua reale vocazione. Tra tutte le declinazioni possibili del rapporto tra sportivi e macchina fotografica, quella di Whiteman è la più radicale ed emblemaica. Perché non si è limitato a cambiare punto di vista, ma ha cambiato completamente prospettiva.