
L'Europa è un punto d'arrivo e di partenza per il Como Vedremo la Champions League al Sinigaglia?
Ormai non fa più rumore, è una novità a cui ci siamo abituati molto in fretta: il Como è nell’élite calcistica italiana. Lo dice la classifica della Serie A, che a sette giornate dal termine vede il club lombardo in quarta posizione, alle spalle soltanto di Inter, Napoli e Milan. Lo legittima il campo, ogni fine settimana, ormai da dodici mesi. E lo conferma il calciomercato, in cui i lariani da anni guardano tutti dall’alto in basso, o quasi, per volumi di spesa, al netto di un bacino d’utenza e di ricavi ben inferiori rispetto alle big. Probabilmente tra qualche mese lo dirà anche, inequivocabilmente, un inno UEFA, che si tratti di Champions League o delle sue sorelle minori.
La qualificazione europea sarebbe un altro grande checkpoint da centrare per la proprietà indonesiana del Como. E riuscirci così in fretta, un sigillo sul lavoro e sull’impresa di mister Cesc Fabregas. Ma sarà anche, dopo una serie di promozioni e di step di crescita, l’inizio di un nuovo grande capitolo. Quello in cui iniziare a misurarsi con il Financial Fair Play, arrivare a un punto per il rinnovamento dello stadio, continuare ad accompagnare adeguatamente la vertiginosa crescita della squadra, e nel frattempo approfondire ulteriormente l’integrazione nel tessuto sociale, economico e turistico del territorio. Perché se fino a qualche anno fa era la storia del Como Calcio 1907, ora sembra quella del "Como Calcio-e-tanto-altro 2019", cioè l’anno dello sbarco in città dei fratelli Hartono, del loro infinito patrimonio e di un disegno in cui lo sport è pensato come punta dell’iceberg sottostante.
Il progetto Hartono: molto più di una squadra
Per capire davvero questo Como serve riavvolgere il nastro, e prepararsi a distogliere in parte lo sguardo dal campo, punto più visibile di un vasto progetto. Nel 2019 il club, ai tempi in Serie D, è stato rilevato da Robert Budi Hartono e Michael Bambang Hartono, scomparso lo scorso 19 marzo, per una cifra che oggi pare irrisoria: 200mila euro circa. Così è sbarcata nel calcio italiano una delle più grandi fortune private al mondo: un impero costruito tra industria, finanza ed e-commerce, stimato da Forbes intorno ai 44 miliardi di dollari.
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Inevitabilmente da quel giorno il Como ha cambiato dimensione, in modo drastico. Scalando le categorie e raggiungendo la Serie A nel 2024, fino a diventarne addirittura, e molto presto, una delle migliori squadre. Un’ascesa che, certo, si è resa possibile prima di tutto per gli investimenti della proprietà, ma non solo. Ci sono anche una visione e una struttura societaria costruite con coerenza, in cui la gestione operativa è nelle mani di Mirwan Suwarso, mentre in area tecnica è Cesc Fabregas il deus ex machina. L’architetto di una realtà che si pensa e gioca con principi da grande europea, una squadra giovane e tecnica, costruita sullo scouting internazionale e sulla valorizzazione del talento. Negli ultimi due anni, secondo Transfermarkt, il Como ha triplicato il valore complessivo della rosa, spartendo il merito tra colpi di mercato e sviluppo interno. Insomma, un progetto che difficilmente può essere raccontato come una favola di provincia, che non è nato per sorprendere, ma per imporsi - e che evidentemente sta trovando il modo per riuscirci.
Anche a livello d’immagine il Como ha cambiato rapidamente volto. Il Sinigaglia è diventato da diversi mesi una passerella per attori, artisti, imprenditori e figure del jet set internazionale, mentre la comunicazione del club si avvicina sempre di più a quella di un brand lifestyle. Una svolta che a Como non è apprezzata da tutti, anzi, nonostante il tentativo del club di mantenere vivo il legame con il territorio, ad esempio con i richiami continui all’identità comasca. Il calcio però, come detto, è solo una parte del disegno. La galassia si articola infatti in diverse ramificazioni, dal retail all’intrattenimento, dall’immobiliare alle academy, con un vasto network attorno e l’obiettivo dichiarato di trasformare il club in un ecosistema. Un modello, spiega Suwarso in corporatese, pensato per diventare una piattaforma integrata in cui ogni elemento contribuisce a rafforzare gli altri. In cui la squadra calcistica è un asset, e il lago di Como il cuore simbolico e commerciale.
Il nodo Fair Play Finanziario
Il punto, calcisticamente parlando, è quanto a lungo il Como potrà permettersi spese del genere, e quindi in che modo questa fase si trasformerà in un equilibrio. Ad oggi dietro alla crescita sportiva c’è una struttura economica ancora sbilanciata. Nel bilancio 2025, il sesto consecutivo in rosso dall’arrivo degli Hartono, sono stati iscritti oltre 160 milioni di costi, a fronte di circa 55 milioni di ricavi: un rapporto che non può reggere.
Finché il perimetro resta quello italiano, il problema è relativo. La normativa consente di ripianare le perdite con ricapitalizzazioni, e la proprietà - che negli ultimi anni ha immesso oltre 300 milioni di euro - ha dimostrato di poter sostenere queste cifre. È così che il Como è riuscito a competere fin da subito con club dal fatturato molto più elevato, a costruire una rosa profonda, farsi carico di un monte ingaggi da zona alta della Serie A. Lo sbarco in Europa, però, cambia il paesaggio.
La UEFA con la Football Earnings Rule e la Squad Cost Rule impone vincoli chiari in termini di perdite aggregate su base triennale e rapporto tra costi della rosa e ricavi, e oggi il Como è ampiamente fuori scala su entrambi i parametri. Negli ultimi anni la UEFA ha spesso gestito situazioni simili con i cosiddetti settlement agreement, percorsi di rientro graduale che permettono ai club di partecipare alle competizioni, accettando vincoli progressivi. È uno scenario realistico anche per il Como, almeno nel breve periodo, ma guardando avanti il punto riguarda proprio il rientro graduale e quindi gli introiti che in futuro saprà generare il club.
Se è vero che finora si è speso molto, è altrettanto vero che si è costruito valore, investendo quasi esclusivamente su profili giovani o in crescita, in un sistema tecnico che ne ha aumentato spesso la valutazione. C’è un bacino di plusvalenze ancora tutto da esplorare, e si può immaginare che le prime cessioni importanti, insieme ai ricavi UEFA (soprattutto se fosse Champions League) e all’espansione commerciale del brand, potranno riequilibrare i bilanci, almeno in parte. Difficilmente, però, sarà sufficiente per colmare il gap con le altre big, e quindi per consolidarsi a questi livelli. Lo scouting e la valorizzazione del talento, del resto, non sono scienze esatte, e un mix come quello attuale tra laboratorio del talento e risultati da big del campionato non si riproduce con una formula fissa. Viene spontaneo ad esempio chiedersi cosa accadrà quando un elemento cardine di tutto ciò, Cesc Fabregas, verrà meno - uno scenario che in teoria dovrebbe concretizzarsi più prima che poi. Dimostrare che un progetto del genere è replicabile a oltranza: questo sì che sarebbe sorprendente.
Il nuovo stadio Sinigaglia tra opportunità e critiche
Ultimo ma non ultimo dei temi, se il progetto-Como ne ha uno in cui tutte le sue contraddizioni e ambizioni diventano concrete, è lo stadio Giuseppe Sinigaglia. Un impianto unico per la sua posizione, affacciato direttamente sul lago, ma distante dagli standard del calcio contemporaneo.
Il problema più che la capienza - 12mila circa, ben sopra il minimo richiesto dalla UEFA - è la struttura. Inaugurato nel 1927, il Sinigaglia presenta infatti una serie di limiti incompatibili con i requisiti europei: le tribune poggiate su impalcature e tubolari, la mancanza di spazi adeguati per hospitality, media e servizi, e via dicendo. In caso di qualificazione alle coppe, il Como nel 2026/27 sarebbe costretto a migrare, come già previsto tra Udine e Reggio Emilia: un’ipotesi praticabile nell’immediato, ma lontana dalla visione del club.
Per la proprietà, infatti, lo stadio non è solo una necessità calcistica. È qui che si incrociano la dimensione sportiva con quella economica, identitaria e progettuale: l’aumento dei ricavi da matchday e hospitality, il rafforzamento del legame tra squadra e territorio, la trasformazione del Sinigaglia in molto di più che un luogo di calcio. Il progetto per il rinnovamento affidato a Populous - studio che ha firmato, tra gli altri, il nuovo Wembley - va esattamente in questa direzione: uno spazio multifunzionale aperto tutto l’anno, che oltre allo stadio prevede ristoranti, aree commerciali, servizi e strutture ricettive. Pensato tanto per i tifosi quanto per i turisti, in linea con quella visione da experience che attraversa tutto il disegno.
Se la possibile riqualificazione dell’area è vista - non ultimo dall’amministrazione locale - come un’opportunità, non mancano aspetti controversi e critiche. Secondo una parte della città il rischio è quello di forzare un equilibrio già delicato, aumentando ulteriormente la pressione turistica, un tema già dibattuto, che si lega a quello abitativo, modificando eccessivamente il paesaggio e trasformando uno degli spazi più identitari in un hub commerciale. La questione è in evoluzione, dentro e fuori le sedi del club e dei suoi interlocutori istituzionali. Di certo per ora sappiamo che il lago non è soltanto uno sfondo nella visione degli Hartono, ma il cuore dell’operazione - ed è per questo che, nonostante tutti i limiti del Sinigaglia, non si è mai presa in considerazione l’idea di allontanarsi da qui. Se la qualificazione a un torneo UEFA rappresenterà quindi una milestone storica per il progetto, e nuova linfa vitale per i bilanci del Como, raggiunto quel traguardo si apriranno diversi interrogativi. Le risposte a medio-lungo termine ci diranno molto sul prosieguo di questa avventura, almeno in senso sportivo.























































